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    L’esordio di “Seconda linea” è un flop: ecco perché

    Di Franco Bagnasco
    Pubblicato il 2 Ott. 2020 alle 17:40

    Accolto da un drammatico 1,9% di share (419 mila spettatori), adrenalinico come un’anestesia totale e lineare come un concetto di Flavia Vento, ha debuttato ieri sera su Rai2 il nuovo “Seconda linea”, talk di approfondimento condotto da Francesca Fagnani e Alessandro Giuli. Il fatto che non si sapesse bene dove si andava a parare era ben chiaro alla giornalista, che già in apertura, visibilmente smarrita, ha messo le mani avanti: “Quello che sarà questo programma lo scopriremo facendolo”. Che è un po’ come dire: intanto si va in onda, poi vedremo. Un’idea un po’ fatalista del mezzo che fa rimpiangere i tempi in cui in palinsesto finivano talk implacabilmente strutturati come l’indimenticato “Diritto di replica”.

    “Seconda linea” sarebbe (in sintesi) un riferimento alla mischia del rugby, alla fatica di chi “prende la palla e la mette al servizio della squadra”, dice Giuli. Consapevole di prodursi in una fiacca supercazzora para-esplicativa da servire al pubblico; ma d’altra parte un titolo a quella cosa lì di due ore e otto minuti (spot esclusi) che finisce nell’etere bisognava pur darlo. Gli spettatori, come detto, sono scappati a gambe levate nonostante l’ospite d’apertura, giustamente ostentato come il front man di una rock band, fosse Paolo Bonolis, star della televisione italiana, nella sua versione sommessa, intervistato prima da solo su Covid e dintorni, poi in un singolare mix incrociato con l’economista Carlo Cottarelli.

    Dal cilindro sono uscite alcune noiose cose di buonsenso come le sciure al tè delle cinque in un salotto buono. A seguire, nell’arena arriva Max Giusti (è il pretesto per lanciare un promo di rete del suo “Boss in incognito”), si è parlicchiato di MES con Cottarelli, che poi a sua volta ha guadagnato l’uscita, per dare spazio a Francesco Acquaroli, neo presidente delle Marche conquistate da Fratelli d’Italia, a Nicole Rossi de “Il Collegio” (oggi “Influencer”, cit.) e a don Vinicio Albanesi. Lo spazio dedicato alle Marche era troppo lungo e a mio avviso di scarso appeal per l’audience nazionale. Ma tant’è.

    In coda, per introdurre il sindaco di Napoli De Magistris, un monologo di Fortunato Cerlino, l’attore che impersonava il boss dei boss in “Gomorra”. Vi basta? No. Ecco allora il dotto Umberto Broccoli, da sempre in Rai volto della divulgazione paciosa, che mette mano alle Teche e parla della vecchia Tribuna Politica riesumando perfino Alighiero Noschese. A seguire, in un interminabile calderone: l’attesa per il vaccino anti-Coronavirus con il tester italiano, il matematico Odifreddi e Teresa Colombo del Cnr; poi, un disegno di Milo Manara per la botta di cultura sul finale.

    In “Seconda linea” c’è tutto: la volontà di mescolare l’alto e il basso (per ottenere il confuso); un filo di pretenziosità che mal si sposa con la prima serata, e che cerca di compensare strizzando sempre l’occhiolino al pop. E dosi letali di noia. Intendiamoci, questa non è un’apologia della tv gridata e delle risse che pompano gli ascolti. Si possono (si devono) fare programmi d’approfondimento pacati, ma bisogna avere un progetto chiaro tra le mani. E questo non lo è.

    È un programma che fa nascere subito, spontanea, la domanda: ma è proprio necessario che in Italia tutto ormai diventi talk? Non viviamo già uno stato di chiacchiera televisiva permanente effettiva in tutta la programmazione? È vero che in teoria i talk costano meno di un varietà, ma non stiamo rischiando la crisi di rigetto? A meno che non si stabilisca che il talk show è come il vaccino quest’inverno: mettiamoci in coda perché prima o poi toccherà a tutti condurne uno.

    E dire che le prime avvisaglie di un grosso problema di fondo (un problema che dovrebbero affrontare bravi specialisti) erano arrivate già chiare dai 45 secondi del promo della trasmissione, con i conduttori che si muovevano alternati sullo schermo fra due finestre elettroniche bianco-nere, pronunciando frasi come: “Più la testa è vuota, più la lingua è lunga”; “Guardiamo le medesime stelle, è comune il cielo”; “La vita è un sorriso: chi non ride, muore ucciso”; “Un medesimo universo ci racchiude”; “Rana di palude sempre si salva”; “Che importa con quale dottrina ciascuno cerca la verità”; “Il satollo non crede all’affamato”; “Non si può giungere a un così sublime segreto per mezzo di una sola via” e “Se son rose fioriranno, e se son spine? Pungeranno”. Un elenco di citazioni e luoghi comuni per invitare a guardare un programma giornalistico. Geniale. Mancava il più calzante, però: Fagnani e Giuli di sera, nell’audience si spera. Invano, però.

    Leggi anche: Così nel 1990 io, cronista di provincia, scoprii per primo l’amore proibito tra Maurizio Costanzo e Maria De Filippi (di F. Bagnasco)

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