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    Perché in questa guerra non possiamo non dirci anti-americani (di G. Gambino)

    Credit: REUTERS/Gonzalo Fuentes
    Di Giulio Gambino
    Pubblicato il 14 Apr. 2022 alle 12:08 Aggiornato il 14 Apr. 2022 alle 12:10

    Con la guerra in Ucraina l’Europa ha (ancora per poco) una grande opportunità: quella di dimostrare che esiste. Per farlo però deve scrollarsi di dosso il peso di mamma America e iniziare ad agire secondo i propri interessi. E non, come da oltre mezzo secolo, in linea con quelli Usa.

    A cui oggi invece interessa che questo conflitto continui senza ulteriori escalation perché: 1. indebolisce la Russia; 2. estende l’influenza americana sull’Ue; 3. rinvigorisce l’egemonia a stelle e strisce nel mondo inviando un chiaro segnale alla Cina.Iniziate da Joe Biden. Dice di volere la pace per fermare le atrocità in Ucraina ma fa poco per ottenerla.

    Eppure l’unico modo per porre fine alla guerra è che il presidente Usa tratti direttamente con Putin. Il leader russo lo ha fatto intendere chiaramente: non gliene importa nulla di sedersi al tavolo con i capi di Stato europei («sono succubi dell’America e non contano nulla»), meno che mai gli interessa trovare un accordo con Zelensky. L’invasione russa nasce per ristabilire gli equilibri mondiali e per costituire Russky Mir: pertanto l’unico interlocutore possibile è, e rimane, Biden.

    La pace passa da un bilaterale con i due che si danno la mano. Quell’accordo sarà, per Putin, la reale vittoria e anche il momento in cui darà l’ordine di fermare le sue truppe. Non acconsentendo a sedersi al tavolo con Putin, Biden mira a logorare il conflitto e il leader russo. Indebolendo al contempo Mosca, colpita dalle sanzioni.

    Poi c’è il tema dell’ordine mondiale. Gli Usa hanno trasformato questo conflitto in una battaglia per salvare le nostre libertà e salvaguardare la liberal-democrazia di fronte all’affermazione sempre crescente di regimi autoritari capitalisti. In altre parole: preservare l’attuale ordine globale nel bene del mondo occidentale. Sfida legittima, ma i primi ad aver modellato un ordine mondiale a propria immagine e somiglianza, che molto spesso calpesta i più basilari diritti, sono stati gli americani.

    Inimicandosi mezzo mondo e facendo sì che nascesse, proprio sotto il loro naso, un nuovo modello alternativo a cui oggi diversi Paesi si ispirano (vedi alla voce Cina e Russia). Gli Usa dominano il mondo militarmente: solamente in Italia dobbiamo sorbirci oltre 40 basi militari statunitensi.

    Guidano l’economia mondiale con il modello neo-liberista del Washington Consensus. Etero-dirigono praticamente tutte le istituzioni sovranazionali. Influenzano l’opinione pubblica mondiale con le Big Tech esercitando un gigantesco monopolio digitale. È evidente perciò che, in questa guerra, chi ha più interessi in gioco sia soprattutto l’America. E chi avrebbe più da guadagnare, e invece sta perdendo, sia l’Europa: con l’appiattimento alla linea americana noi europei perdiamo il peso di un’identità già assai trasparente sullo scacchiere internazionale, lasciando che con questo conflitto la mano lunga di zio Sam travalichi l’oceano e arrivi a oscurare interamente il Vecchio Continente (un’Europa in gabbia, se preferite, come la nostra copertina di questa settimana).

    Il che crea una nuova, invisibile cortina di ferro occidentale che da Los Angeles auspica di arrivare fino a Kiev. Dall’altro fronte la Russia fa proseliti tra chi guarda agli Usa con ostilità, vuoi per ragioni storiche o per ragioni ideologiche. La notizia che in questi giorni la Cina abbia inviato armi alla Serbia, un Paese alleato della Russia, ci fa ripiombare in un clima da guerra fredda che sembrava appartenere a un’epoca destinata a scomparire. L’Europa rischia di nuovo di spaccarsi in due. E il mondo di dividersi. Chi sta di qua, chi sta di là. Allineati vs non-allineati.

    Cosa c’entriamo noi europei con questa guerra per procura tra Stati Uniti e Russia? Perché dovremmo definirci a priori pro-America anche quando gli interessi che gli Usa perseguono sono ben distanti da quelli che sono prioritari per gli europei?

    Il problema di fondo è la credenza, quasi religiosa, che negli anni abbiamo attribuito a questo ordine mondiale plasmato dagli Usa. Il sacro riconoscimento di chi è uscito indenne dalla storia, ci ha salvato e quindi va ascoltato. Nessun dubbio sul ruolo salvifico americano, ma porsi quesiti su quanto far parte di questo schema convenga anche a noi europei è legittimo e doveroso.

    Si dice spesso che l’Italia non abbia mai fatto i conti fino in fondo con il fascismo dopo la Seconda guerra mondiale. Vero. Ugualmente, però, non li ha fatti con gli Stati Uniti. Di cui siamo economicamente, socialmente, politicamente, militarmente, ideologicamente succubi. Oggi essere considerati anti-americani equivale a commettere un peccato imperdonabile in saecula saeculorum, al pari di essere considerati filo-russi. E questo già la dice lunga. Fin quando continueremo a vivere in funzione di mamma America non ci sarà futuro per gli Stati Uniti d’Europa.

    Ma dall’alleanza con gli Usa “senza se e senza ma” noi europei abbiamo da perdere anche in termini strategici. I nostri interessi difficilmente possono coincidere con quelli americani (o con quelli russi e cinesi, se è per questo). Prendete il gas: oggi non possiamo farne a meno – a causa dell’inadempienza della politica comunitaria incapace di traghettarci verso una transizione ecologica – ma questa preziosa risorsa serve a riscaldare noi europei, non certo gli americani. I milioni di profughi in fuga dall’Ucraina giungeranno quasi tutti in Europa, non negli Usa. La corsa al riarmo cui tutti noi abbiamo detto signorsì per non scontentare la Nato (cioè Biden), e mostrare i muscoli a Putin, non ha senso nell’immediato né nel lungo termine per un continente come l’Europa che vive in pace da oltre mezzo secolo e per un Paese come l’Italia che da Costituzione ripudia la guerra.

    In poco più di un mese il conflitto in Ucraina ha stravolto quasi tutte le certezze dell’ultimo secolo. L’inflazione Usa non era così alta dal 1981. Il neo-liberismo non basta più. Il progresso tecnologico e scientifico surclassa di gran lunga i tempi della democrazia, rendendo talvolta questa forma di governo apparentemente desueta (ma non è così e mai potrà esserlo). In questa guerra non c’è in ballo solo la sovranità di una nazione ma la sfida per l’egemonia nel nuovo ordine globale. Il primo passo per noi europei è decidere di stare dalla parte giusta: la nostra.
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