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    I nostri ragazzi umiliati e sfruttati fino alla morte (di R. Gianola)

    Credit: Ansa

    Mentre Bonomi ciancia di “umanesimo industriale”, l’alternanza scuola-lavoro fa un’altra vittima. Solo il Papa ha il coraggio di dire le cose come stanno

    Di Rinaldo Gianola
    Pubblicato il 23 Set. 2022 alle 10:45 Aggiornato il 23 Set. 2022 alle 10:46

    Che cosa deve ancora succedere? Quanti morti ci vogliono per cancellare il programma di alternanza scuola-lavoro? Giuliano, 18 anni, studente in un istituto tecnico di Portogruaro, è morto la scorsa settimana in fabbrica, schiacciato da una lastra. È il terzo giovane che perde la vita quest’anno. Tutti seguivano il percorso dell’alternanza, per imparare un mestiere e poi trovare un lavoro. A gennaio Lorenzo, 18 anni, studente di un Centro di formazione professionale, è morto schiacciato da una putrella in un’azienda meccanica in provincia di Udine. A febbraio Giuseppe, 16 anni, ha perso la vita in un incidente stradale mentre andava a sostituire una caldaia. E poi altri incidenti gravissimi, per fortuna non mortali: un ragazzo di 16 anni caduto da una piattaforma a Rovato (Brescia), uno studente di Merano ustionato da un ritorno di fiamma in una carrozzeria, un giovane di Cuneo ricoverato in terapia intensiva dopo esser finito sotto una cancellata di ferro.

    «Tragica fatalità»? «Imprevedibile incidente»? Non scherziamo. Chi usa queste giustificazioni non comprende la gravità di questi lutti, sfugge alle responsabilità, copre errori e colpe. Siamo il Paese con tre morti sul lavoro al giorno, ma non si può tollerare che questi studenti contribuiscano alla media. I ragazzi meritano rispetto, altro che sdraiati, pigri e drogati.Il percorso dell’alternanza scuola-lavoro, così com’è, va abolito perché rappresenta una truffa ai danni dei giovani. Si crea l’illusione che la prova in azienda è decisiva per la formazione, un processo virtuoso verso il mercato del lavoro. L’alternanza scuola-lavoro accompagna un sistema di sfruttamento dei ragazzi, che in Italia sono i più deboli e dunque vessati, sottopagati, vittime di furbacchioni che cercano volontari per concerti «ambientalisti» o lavoretti «solidali» perché tutto fa curriculum. La logica che prevale è l’azzeramento del valore sociale e culturale del lavoro perché è l’idea di questo capitalismo che, a tutela della propria coscienza, abusa di termini come sostenibilità e inclusione.

    Se vuoi un reddito devi essere competente, con le giuste esperienze, diplomi, lauree, master, stage e altro. Però, cari ragazzi, non chiedete diritti, tutele o un salario dignitoso. Prima sacrificatevi, fate i bravi e poi qualche imprenditore vi offrirà un posto e una mancia a fine mese. Bisogna chiedersi come si configura questa realtà con l’Umanesimo industriale che il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha illustrato a Papa Francesco. Bonomi pensava, probabilmente, di realizzare un evento di grande impatto, di presentare orgoglioso il suo pensiero come fosse il successore di Adriano Olivetti. Francesco ha affrontato più volte i temi dell’impresa e del lavoro, del profitto e delle disuguaglianze, proponendo analisi severe e proposte coraggiose, sempre ignorate dai partiti, dalla stampa e dalle imprese proprio per la loro radicalità.

    In un famoso discorso agli operai dell’Ilva di Genova, il Papa disse che le persone «non hanno bisogno di un assegno statale alla fine del mese, ma di un lavoro perché solo il lavoro dà dignità», analizzò il pericolo per un imprenditore di trasformarsi in «speculatore» o «sfruttatore» e aggiunse che «il merito è una parola bella, ma sta diventando una legittimazione etica alla disuguaglianza». Bonomi, contrario al salario minimo legale, avrebbe dovuto essere più prudente: il Papa l’ha riportato sulla terra chiedendo un lavoro degno, retribuzioni adeguate, pieno rispetto per le donne lavoratrici. La disuguaglianza per Papa Francesco si misura anche nelle buste-paga: «È vero che nelle imprese esiste la gerarchia, è vero che esistono funzioni e salari diversi, ma i salari non devono essere troppo diversi», ha argomentato. «Oggi la quota di valore che va al lavoro è troppo piccola, soprattutto se la confrontiamo con quella che va alle rendite finanziarie e agli stipendi dei top manager. Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società».

    L’affondo di Francesco è stato durissimo sulle tasse: «Una forma di condivisione che permette alla ricchezza di diventare bene comune», una condivisione «basata sulla capacità contributiva di ciascuno, come dice la Costituzione italiana». Non si può votare per il Papa?

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