È noto come in natura molte specie animali combattano i propri simili nei modi più feroci e spietati per il dominio del territorio, per sopravvivenza, per la conquista della propria femmina, fino a scontri violenti che possono portare finanche alla morte, a casi di cannibalismo, infanticidio, fratricidio. Tra questi, ci sono le iene, le mantidi religiose, i ragni, le vedove nere, gli scorpioni, alcuni tipi di rospo, gli orribili draghi di Komodo. Solo i loro nomi ci ripugnano, ci portano alle menti specie terrificanti anche a citarle, sebbene di fatto siano semplicemente animali, bestie, cioè esseri guidati dall’istinto, dalle cosiddette leggi della natura, spesso dure e crudeli.
Da sempre l’uomo ne parla con disprezzo, fregiandosi dei doni dell’ intelletto, della coscienza, dell’anima, per chi crede anche dello spirito, sottolineando con orgoglio la sua umanità. Eppure anch’egli, come la storia insegna, non disdegna comportamenti simili.
La conquista della civiltà, della democrazia, delle libertà, di cui ci vantiamo, è passata e continua a passare da guerre, a volte perfino sante, barbarie di ogni tipo, riti tribali, olocausti più o meno noti, dai tanti conflitti in corso in vari angoli del pianeta.
Ancora oggi, mentre vari popoli sono oppressi da dittature, mentalità retrograde, follia, noi occidentali sottolineiamo con orgoglio la nostra civiltà, il progresso raggiunto, lo spessore culturale, l’arte di ogni genere, la grandezza delle nostre tradizioni e della nostra storia.
Civiltà, la parola che dovrebbe tradursi nel rispetto di ogni uomo, della sua dignità, delle sue diversità, della vita, l’arma capace di sconfiggere ogni disumanità e ci differenzia dalle bestie, è realtà o siamo ancora in un’era primitiva della storia?
In questi giorni, gli assassini a Minneapolis di Renee Nicole Good e Alex Pretti, una mamma poetessa e un infermiere modello, sono un chiaro esempio di come l’uomo, purtroppo, possa superare anche i terribili draghi di Komodo.
Esaltati mercenari, loschi figuri incappucciati raccattati nelle carceri e per le strade e trasformati in milizie, picchiano, arrestano, sparano a piacimento, in un Paese descritto come esempio di libertà, democrazia e civiltà. Laddove lo sviluppo economico, tecnologico e scientifico, teorizza perfino città spaziali, conquiste di altri mondi, incontri con marziani, la realtà ci ripropone immagini disumane che pensavamo appartenessero al passato o alla fantasia cinematografica, scene che richiamano a film sul nazismo o a quelli di fantascienza ambientati in un agghiacciante futuro distopico.
Al di là delle analisi e dei giudizi politici che si possano dare, quello che è accaduto a Minneapolis apre a riflessioni ancora più meste. A guidare questi gruppi di barbari, tali anche nell’apparenza, c’era, e forse c’è ancora, il signor Gregorio Bovino, un italo-americano discendente di migranti partiti dalla Calabria! Esattamente come i giovani, i padri e le madri, che lui combatte e vuole rimandare indietro, i suoi nonni hanno attraversato l’oceano, cambiato continente insieme a migliaia di altri meridionali, in cerca di lavoro, con la speranza di una vita migliore per sé e i propri figli.
Possibile che non abbia mai pensato alla sua stessa storia? Che non abbia compreso che se oggi è dove si trova e vive nel benessere, è proprio grazie a quel sogno cullato dai nonni, che hanno lasciato il paesello di Aprigliano con una busta in mano, senza incontrare uno come lui all’arrivo?
Sono domande che andrebbero estese anche a chi, in questi giorni, ha tirato fuori il termine “remigrazione”, per farne il cavallo di battaglia della propria propaganda politica.
Remigrazione, sì, una parola inesistente in italiano, sgradevole traduzione di un termine inglese che, nella testa dei proprietari del pianeta, fa coppia con respingimento. In un Paese dilaniato dalla criminalità di casa, dalle mafie più pericolose al mondo, da femminicidi e follie quotidiane, c’è chi pensa a impacchettare uomini e rispedirli in zone di fame, crudeltà e torture!
Per strana coincidenza, anche qui si tratta di un calabrese che, altra rarità in una terra accogliente e generosa, scommettendo per primo sulla conquista leghista del Sud, si è guadagnato lo scranno di deputato. Viviamo nella stessa Città e, nei periodi della festa religiosa, mi è capitato di passare sotto la loro sede e vedere ben esposta la gigantografia di San Francesco di Paola, il santo del suo quartiere. Cambierebbe idea se sapesse che proprio quel Santo, venerato perfino nella sua sede di partito, è stato un migrante ed è tutt’oggi il Patrono dei migranti calabresi nel mondo?