Guardate la copertina del nuovo numero della nostra rivista: un pallone d’oro che affiora dal buio. È l’immagine più onesta del calcio contemporaneo perché racconta due cose insieme. La prima è che il pallone vale ormai come un lingotto. La seconda è che qualcuno, da fuori campo, ne tiene i fili. Nulla di nuovo, certo. Ma ciò accade oggi in modo eclatante rispetto al passato.
Lungo lo scorso decennio, infatti, più volte ci siamo chiesti in che misura la politica inquinasse lo sport e in particolare il calcio. La domanda, forse, era mal posta. Non sembra essere il calcio politicizzato ma la politica ad aver scoperto nel pallone una fra le più efficienti macchine del consenso mai costruite.
L’immagine simbolo di questo Mondiale dei record è Gianni Infantino seduto accanto al presidente Usa Donald Trump nel Paese che per un secolo ha considerato il calcio uno sport minore, e che oggi ne ospita — e ne orienta — il torneo più importante. Quell’asse è precisamente il metodo che cerchiamo di descrivere in questo numero. Un presidente della Fifa che tratta da pari a pari con la Casa Bianca, favorendone le inopportune richieste; sponsor che pesano quanto ministeri; visti concessi o negati come armi negoziali.
Il pallone è diventato terreno di politica estera e chi lo governa lo sa bene. I numeri spiegano perché ne valga la pena. Duecentoundici federazioni affiliate alla Fifa: più degli Stati membri delle Nazioni Unite. Nessun esercito, nessun territorio, eppure la capacità di far competere governi, monarchie e potenze globali per il privilegio di ospitare un mese di partite.
La nuova geografia del pallone somiglia a quella dell’economia globale. L’Europa ne resta la fabbrica — i campionati, i giocatori, la cultura tattica — ma sembra non governarlo più. Lo “comprano” gli americani, lo finanziano i capitali del Golfo, lo vestono sponsor che vent’anni fa non esistevano. Così il Continente che ha inventato questo gioco si scopre eccellente nella manifattura ma scarso nella sovranità. Persino la maglia, un tempo simbolo d’appartenenza, è oggi un capo d’abbigliamento globale prima ancora che una bandiera.
Che fare, dunque, dinnanzi a una tale metamorfosi? Primo: smettere di trattare il calcio come mero sport e iniziare a considerarlo per ciò che è diventato, un’infrastruttura strategica al pari dell’energia, un grande show mondiale nell’interesse delle nazioni più potenti, non le più forti sul piano sportivo. Una leva diplomatica che l’Europa non può cedere in gestione.
Secondo: pretendere dalla Fifa la trasparenza che si esige da qualunque potere di quella scala, al pari di come si richiede oggi alle Nazioni Unite. Un ente che negozia con i governi va trattato come un governo. Terzo, guardando in casa nostra: capire che dalla marginalità non si esce solamente con un commissario tecnico migliore, ma con una classe dirigente all’altezza. In questo senso Giovanni Malagò può dire la sua cambiando mentalità e metodo di un sistema che va ripensato. Alcuni segnali potrebbero indurre all’ottimismo.
La Spagna ha alzato la coppa battendo in finale l’Argentina, cucendosi addosso la seconda stella; tre delle quattro semifinaliste — Spagna, Francia, Inghilterra — sono europee. Il vecchio continente resta la patria del miglior calcio giocato. Ma è questo stesso l’equivoco da evitare. Il dominio sul campo e il governo del gioco sono due cose distinte: l’Europa eccelle nel primo mentre arretra nel secondo. Continuare a misurare la propria forza in coppe alzate, mentre altrove si decidono sedi, diritti e regole, è il modo più sicuro per restare irrilevanti. La vittoria spagnola è una buona notizia. Scambiarla per la risposta europea è l’errore da non commettere.