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    La grande fuga dei giovani dall’Italia: siamo un Paese senza futuro

    Credit: Pixabay

    Il nemico degli italiani sono gli italiani stessi, quelli che, chini sul fatturato e senza visioni, non riescono a valorizzare i giovani e non riescono a farli sentire protagonisti nel proprio Paese. Il commento di Giulio Cavalli

    Di Giulio Cavalli
    Pubblicato il 9 Ott. 2019 alle 13:47

    C’è un’emigrazione che sanguina come una ferita, di cui si sente poco e si legge ancora meno. Una delusione e un dolore che rimangono rinchiusi nelle mura domestiche, nella cucina dove i genitori apprendono sconfortati la notizia con la sofferenza di non poterci fare niente, che è fatta di saluti in stazioni sgarruppate con valigie che non riescono mica a contenere la sconfitta, con la coscienza appuntita di essere nati in un posto sbagliato o forse in un momento sbagliato, sicuramente in un posto dove non si può più restare.

    In fondo ha lo stesso sapore di tutte le partenze, solo che questi sono giovani italiani che hanno ambizioni troppo grandi per un Paese che continua a infeltrirsi senza rendersene conto: 250mila giovani in fuga dall’Italia in dieci anni costano 16 miliardi di euro ma soprattutto segnano, ognuno con la sua tacca sul muro delle stazioni, la sconfitta nazionale nel campo della dignità e del futuro.

    Un Paese incapace di costruire futuro è un Paese che tradisce la sua prima promessa, quella di essere all’altezza dei propri abitanti e di permettere di essere trasformato dai suoi talenti migliori. Un Paese che perde 250mila giovani è un terreno brullo e incolto che si dichiara arido e incapace per tutti gli anni a venire.

    E non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere il rapporto della Fondazione Leone Moressa per sapere che le “scarse opportunità occupazionali“ sono il primo motivo di questa emorragia. Se la classe dirigente la smettesse di guardare il proprio ombelico e di rivenderlo come centro del mondo forse potremmo aprire una discussione su un Paese in cui l’integrazione non avviene nemmeno tra consanguinei, dove il tasso di occupazione nella fascia tra i 25 e i 29 anni è il più basso d’Europa. E spesso è un’occupazione al di sotto delle aspettative, dove accontentarsi se non addirittura sentirsi privilegiati per il semplice fatto di avere un lavoro come garantisce la Costituzione.

    Il nemico degli italiani sono gli italiani stessi, quelli che, chini sul fatturato e senza visioni, non riescono a valorizzare i giovani e non riescono a farli sentire protagonisti nel proprio Paese. Così rimane questo senso di sfiducia che sfocia sempre nel partire come unica soluzione di speranza, una partenza che è una resa. E noi sempre fissi e fissati a guardare le frontiere per additare quelli che entrano mentre non ci accorgiamo di quelli che escono.

    Se “l’altrove è la nostra unica reale possibilità di casa”, come scrive Chiara Gamberale, significa che la casa non riesce ad essere accogliente. Per tutti.

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