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    Come costruire il capitale istituzionale di un’azienda?

    Oltre il Public Affairs e l'Advocacy. Perché il capitale istituzionale è il nuovo asset strategico delle organizzazioni

    Di Marcello Presicci
    Pubblicato il 6 Lug. 2026 alle 10:49

    Per molti anni abbiamo interpretato le relazioni istituzionali attraverso categorie consolidate come ad esempio il Public Affairs e l’advocacy. Due espressioni che hanno accompagnato l’evoluzione del dialogo tra organizzazioni e istituzioni e che continuano a rappresentare funzioni essenziali all’interno delle imprese, delle associazioni, delle fondazioni e degli enti più complessi. Oggi, tuttavia, questa rappresentazione appare sempre meno sufficiente.

    Viviamo in un contesto caratterizzato da trasformazioni continue, nel quale i processi decisionali non si sviluppano più all’interno di sistemi isolati, ma prendono forma attraverso una fitta rete di relazioni tra soggetti pubblici e privati, università, centri di ricerca, organismi internazionali, sistema finanziario, associazioni di categoria, fondazioni, think tank, territori e società civile. È un ecosistema dinamico nel quale il valore nasce sempre più dall’interazione tra competenze differenti e dalla capacità di costruire fiducia tra interlocutori diversi.

    In questo scenario, anche le relazioni istituzionali sono chiamate a evolvere. Non possono più essere considerate esclusivamente una funzione di rappresentanza degli interessi o di gestione dei rapporti con il decisore pubblico. La loro missione diventa molto più ampia: costruire connessioni, favorire il dialogo tra sistemi e mondi differenti, creare le condizioni affinché competenze, esperienze e visioni possano incontrarsi e produrre valore. È proprio in questa prospettiva che emerge un concetto destinato, a mio avviso, ad assumere un’importanza crescente nel management contemporaneo: il capitale istituzionale.

    Il capitale istituzionale non è l’insieme dei contatti di un’organizzazione. È il patrimonio di fiducia, credibilità, reputazione e relazioni che consente a una realtà di essere riconosciuta come interlocutore autorevole dai diversi sistemi che ne influenzano lo sviluppo.

    La differenza rispetto al semplice capitale relazionale è profonda. Una rete di contatti, per quanto ampia, rappresenta soltanto una potenzialità. Il capitale istituzionale, invece, è il risultato di un percorso costruito nel tempo, fatto di coerenza, affidabilità, autorevolezza e capacità di generare fiducia grazie alle persone che rappresentano questa funziona. Non dipende dalla quantità delle relazioni, ma dalla qualità del riconoscimento che un’organizzazione riesce a conquistare presso interlocutori differenti. Parlo di organizzazione in modo generico, per ascrivere non solo imprese private aziende pubbliche, ma anche fondazioni, associazioni e multinazionali.

    È un patrimonio immateriale che non si improvvisa e che, una volta consolidato, diventa un fattore competitivo tanto quanto il capitale umano, quello finanziario o quello reputazionale.

    Per anni il management ha concentrato la propria attenzione sul capitale finanziario, indispensabile per sostenere gli investimenti; sul capitale umano, motore delle competenze; e sul capitale reputazionale, elemento decisivo per la credibilità di un marchio. Oggi esiste una quarta dimensione, altrettanto strategica, che riguarda la capacità di costruire relazioni di fiducia stabili e autorevoli tra ecosistemi diversi. Non si tratta semplicemente di dialogare con le istituzioni ma di creare connessioni tra mondi che, spesso, parlano linguaggi differenti: ricerca e industria, finanza e innovazione, accademia e impresa, territori e grandi organizzazioni, cultura e sviluppo economico, società civile e sistema produttivo.

    In questa prospettiva cambia anche il significato stesso delle relazioni istituzionali. Per lungo tempo sono state considerate una funzione prevalentemente orientata verso l’esterno. Oggi diventano una funzione di integrazione dei sistemi, capace di mettere in relazione soggetti diversi, facilitare la collaborazione, generare fiducia e favorire la costruzione di alleanze durature. Il professionista delle relazioni istituzionali non è più soltanto colui che presidia i rapporti con gli stakeholder. È, sempre più, un costruttore di capitale istituzionale.

    Il suo valore non risiede nell’accesso privilegiato a un interlocutore, ma nella capacità di leggere la complessità, comprendere i linguaggi dei diversi mondi e trasformare relazioni potenziali in collaborazioni concrete win-win. È una figura che interpreta i cambiamenti, individua punti di convergenza, costruisce ponti dove altri vedono confini. Questa evoluzione richiede competenze nuove. Non basta conoscere il funzionamento delle istituzioni o le dinamiche regolatorie. Occorre comprendere i processi economici, le trasformazioni industriali, le grandi direttrici geopolitiche, l’innovazione tecnologica, il ruolo della conoscenza e della ricerca. Significa possedere una visione sistemica, capace di cogliere le connessioni tra fenomeni solo apparentemente distanti.

    Nell’economia della complessità, infatti, il vantaggio competitivo non nasce esclusivamente dalla qualità di un prodotto, dalla forza di un marchio o dalla disponibilità di risorse finanziarie. Nasce sempre più dalla capacità di costruire fiducia tra sistemi diversi, di favorire il dialogo tra competenze complementari e di rendere possibile quella collaborazione che rappresenta il presupposto di ogni innovazione duratura.

    Per questo motivo le relazioni istituzionali sono destinate a diventare una delle funzioni più strategiche delle organizzazioni contemporanee. Non perché rappresentino interessi, ma perché costruiscono valore. Non perché gestiscano contatti, ma perché alimentano fiducia. Non perché presidino singoli interlocutori, ma perché contribuiscono a creare quel capitale istituzionale che, nei prossimi anni, costituirà uno dei principali fattori di autorevolezza, resilienza e sviluppo delle organizzazioni.

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