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    La macabra correlazione tra uranio impoverito e malattie mortali in Kosovo

    La Quarta Commissione parlamentare, istituita per fare chiarezza in merito alle problematiche inerenti l’uranio impoverito, ha deliberato: "Criticità hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari”

    Di Lorenzo Sassi
    Pubblicato il 20 Mar. 2018 alle 10:48 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 16:51

    Dallo scarto del processo di arricchimento dell’uranio si ottiene l’uranio impoverito. Nel corso della storia di questo materiale, già di per sé disseminata da fumosità, mai come negli anni ’90, soprattutto ad uso improprio (per lo più militare), si è vista con prorompente eco, la macabra correlazione tra, per l’appunto, uranio impoverito e malattie mortali.

    La quarta Commissione parlamentare, istituita per fare chiarezza in merito alle problematiche inerenti l’uranio impoverito, ha deliberato: “Criticità hanno contribuito a seminare morti e malattie tra i lavoratori militari”. Dieci voti a favore, due contrari (i negazionisti sono Elio Vito di Forza Italia e Mauro Pili del Gruppo Misto).

    Secondo la Commissione, dunque, è possibile parlare di una importante correlazione tra l’utilizzo di uranio impoverito e “morti e malattie”. Ciò sarebbe dovuto a “sconvolgenti criticità” presenti all’interno della sicurezza e del sistema sanitario militare “in Italia e nelle missioni all’estero”, questo perché la “diffusa inosservanza degli obblighi (…) risulta perfettamente funzionale a una strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”. 

    Bloccato a Pristina per un reportage, scrivo una mail al Colonnello Vincenzo Grasso della KFOR, Kosovo Force, la forza militare internazionale guidata dalla NATO, per avere più dati possibile sotto mano. Grasso mi dice che “eventuali richieste di informazione [al riguardo] vanno indirizzate direttamente al Ministero o allo Stato Maggiore della Difesa”.

    Giro subito la mail all’indirizzo che mi viene dato. La risposta è quanto segue: “La Commissione parlamentare si è già espressa sull’argomento che non richiede un nostro commento. La invito a consultare il sito della Camera dove sono pubblicati i lavori della Commissione che riportano i dati e le testimonianze che Lei ricerca. Cordiali saluti”.

    Il fatto rilevante, a questo punto, è che – sebbene il report sia uscito – la questione non sembra essersi né risolta, né tantomeno chiarita.

    Se da una parte infatti la Commissione parlamentare, guidata da Gian Piero Scanu (PD), nella relazione conclusiva afferma che grazie alle “sentenze della magistratura ordinaria e amministrativa” è possibile affermare “l’esistenza, sul piano giuridico, di un nesso di causalità tra l’accertata esposizione all’uranio impoverito e le patologie denunciate dai militari o, per essi, dai loro superstiti. Per l’uranio è stato altresì riconosciuto sul piano scientifico, con la Tabella delle malattie professionali Inail approvata nel 2008, il nesso causale per la nefropatia tubolare”.

    La risposta dello Stato Maggiore della Difesa – o dell’addetto che mi ha risposto – è lapidaria: “accuse inaccettabili”. Prima cosa, giusto per essere chiari: il report della Commissione parlamentare non è un sunto ciceroniano di accuse, è un report fatto di dati, testimonianze etc.

    Non a caso la replica che è subito seguita parla letteralmente di “negazionismo [da parte dei] vertici militari”. Seconda cosa: di che stiamo parlando?

    Siamo a metà degli anni ’90, nei Balcani. Il Kosovo – che a quei tempi è ancora regione dell’Unione delle Repubbliche di Serbia e Montenegro – vuole l’indipendenza. Il conflitto inizia nel ’96. Tra il ’98 e il ’99 la rudimentale schermaglia si trasforma in vera e propria guerra (si contano circa 13mila vittime). Nel 1999 la NATO entra in guerra contro Belgrado. L’Italia – guidata da un’ispirato D’Alema – ha il privilegio di sganciare bombe a destra e a manca, contribuendo a rimpolpare un corpo armato che, nel frattempo, era stato istituito in loco per supportare gli alleati (gli albanesi): la KFOR.

    Passa poco tempo e la nuova data da tener presente è il 7 marzo del 2001: Afghanistan – cloaca mediorientale nella quale i militari italiani ci finiscono solo dopo le prime bordate americane e britanniche. Altro capitolo: Iraq. l’Italia stanzia le truppe a sud, tra gli audaci consensi e i forti dissapori della popolazione.

    Bene. Se a questo si aggiungono, da una parte i vari poligoni di tiro sparsi in giro per il mondo – e che vengono poi utilizzati dai soldati italiani -, e dall’altra quel particolare tipo di munizioni costruite per perforare i tank, tipo le APFSDS (ne parlerò più approfonditamente in seguito), ci si trova necessariamente davanti a una questione particolarmente delicata: quella cioè relativa alla correlazione tra uranio impoverito, impiegato a scopi militari, e una serie plausibilmente consequenziale di morti. È la cosiddetta sindrome dei Balcani.

    Il primo caso risale al 1999. È Salvatore Vacca, caporalmaggiore della Brigata “Sassari” in Bosnia. Muore di leucemia 23 mesi dopo essere tornato dal fronte. La Corte d’Appello di Roma imputa il ministero della Difesa come “responsabile di condotta omissiva per non aver protetto adeguatamente il militare”. Per 150 giorni Vacca trasportò infatti munizioni e materiale militare considerati “come ad alto rischio di inquinamento da sostanze tossiche sprigionate dall’esplosione dei proiettili” e i rischi “si devono reputare come totalmente non valutati e non ottemperati dal comando militare”.

    In sintesi, quando si parla di Sindrome dei Balcani, si fa riferimento a tutta una serie di patologie – in particolare linfomi di Hodgkin e altre forme di cancro – che sarebbero conseguenza della reiterata esposizione all’uranio. Ciò è plausibile nella misura in cui all’interno degli organismi dei soggetti in questione – che sono più di  500 (45 vittime e 500 malati) – sono stati individuati elementi non presenti in natura. E questa sarebbe “la conferma definitiva del reale assorbimento nel sistema linfatico di metalli derivanti dalla inalazione o dalla ingestione da parte del militare nella zona operativa”.

    Ciò sarebbe dovuto, quindi, allo sfrenato impiego di uranio impoverito in ambito militare. L’uranio viene infatti utilizzato per costruire munizioni anticarro e pezzi di altre armi. Una volta trattato ad alte temperature e temprato a 850 °C e mantenuto a 450 °C per le successive 5 ore, l’uranio di trasforma in qualcosa di resistente quanto l’acciaio temperato. E quindi munizioni come la sopra citata APFSDS sono il proiettile più conveniente sul mercato, se si tratta di perforare tank.

    Nella pratica il proiettile ha un rivestimento, chiamato sabot, che viene a perdersi in volo. Al suo interno c’è il cosiddetto “penetratore”. Colpire l’obiettivo significa: frammentazione esplosiva di frammenti di uranio ad alta temperatura (3000 °C). Tra le mete che le API (Armor Piercing Incendiary) hanno visitato risultano – oltre alla guerra del Golfo, che è stato il momento fondativo – le guerre dei Balcani: Bosnia e Kosovo.

    Una volta esplosi, i frammenti rimasti al suolo si ossidano, contaminando così il terreno. Secondo alcuni test americani dal 20 al 70 per cento del proiettile si frammenta. Ciò comporta un rilascio di polvere di uranio radioattiva molto tossica che contamina tutta l’area circostante (fino a 50m). E quell’uranio, se inalato, toccato o ingerito, risulta altamente dannoso per l’organismo.

    Tanto da provocare, anche, le malattie denunciate dalle vittime e dai malati della Commissione. Nonostante si conoscano i rischi dell’impiego militare di tale materiale, non esiste ad oggi alcuna legislazione in merito all’utilizzo di uranio impoverito per scopi militari. Mi ripeto. Stato Maggiore della Difesa: “accuse inaccettabili”.

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