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Un’altra tragedia nel Mediterraneo

Trecento migranti sono dispersi nelle acque al largo di Lampedusa, in seguito al naufragio di quattro imbarcazioni

Di Ludovico Tallarita
Pubblicato il 11 Feb. 2015 alle 18:31

Più di trecento migranti risultano dispersi nel Canale di Sicilia in seguito al naufragio di almeno due gommoni avvenuto due giorni fa a causa del mare in tempesta.

A dare l’allarme circa la tragedia avvenuta in alto mare sono stati 9 migranti tratti in salvo da un mercantile italiano. A bordo dei gommoni su cui si trovavano i 9 superstiti viaggiavano rispettivamente 105 e 107 persone.

Una terza imbarcazione, che ormai viaggiava alla deriva, è stata soccorsa dalla Guardia Costiera italiana lo scorso lunedì. A bordo, oltre a 76 sopravvissuti sono stati rinvenuti i corpi senza vita di 29 persone morte per ipotermia.

La quarta e ultima imbarcazione che componeva il gruppo di gommoni su cui viaggiavano i migranti non è ancora stata rinvenuta. A bordo c’erano circa un centinaio di persone, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni tutte “presumibilmente disperse”. 

Leggi qui l’articolo sui migranti fantasma: chi un tempo ambiva a trasferirsi in Italia, oggi la vede solo come una tappa intermedia. Per poi andare altrove

In tutto, a compiere il viaggio della speranza sarebbero state circa 420 persone, partite sabato scorso dalla costa nordafricana.

Per l’Unicef si tratta della peggiore strage dal 3 ottobre 2013, giorno in cui al largo di Lampedusa affondò un barcone su cui viaggiavano 400 persone, causando 366 vittime.

Secondo le informazioni raccolte dall’Ong per la tutela dell’infanzia, l’età media delle vittime è compresa tra i 18 e i 25 anni.

Leggi qui l’articolo sul ricordo della tragedia di Lampedusa 

Due superstiti, entrambi originari del Mali, affermano di avere pagato circa 650 euro per la traversata e di essere stati obbligati a imbarcarsi “sotto la minaccia delle armi” dei trafficanti.

“Ci hanno assicurato che le condizioni del mare erano buone, ma in ogni caso nessuno avrebbe potuto rifiutarsi o tornare indietro”, hanno riferito i due maliani a Save The Children.

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