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Strage Via D’Amelio, i giudici: “Uno dei più gravi depistaggi della storia”

Falcone e Borsellino

Alcuni "soggetti, inseriti negli apparati dello Stato" si sono resi "protagonisti di tale disegno criminoso", si legge nelle motivazioni della sentenza Borsellino quarter

Di Futura D'Aprile
Pubblicato il 1 Lug. 2018 alle 12:19

I giudici della corte d’assise di Caltanissetta hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater.

Si tratta di un accurato lavoro di ricostruzione ad opera del presidente Antonio Balsamo e dal giudice a latere Janos Barlotti.

Le motivazioni infatti permettono di chiarire alcuni misteri ancora irrisolti che circondano la strage di Via D’Amelio e forniscono materiale utile per il proseguimento delle indagini.

“È lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi”, si legge nelle motivazioni.

I giudici della corte di Assise affermano che “soggetti inseriti negli apparati dello Stato” hanno indotto Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sulla strage.

“È uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

Secondo quanto stabilito dalla corte, i “soggetti inseriti nello Stato” sono alcuni investigatori del gruppo Falcone e Borsellino guidati dall’allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera.

Il loro compito era scoprire i responsabili della strage che uccise Borsellino e la sua scorta, invece costruirono alcuni falsi pentiti.

Nelle motivazioni si legge che gli indagati suggerirono a Scarantino “un insieme di circostanze del tutto corrispondenti al vero”.

Tra queste, il furto della 126 rubata dopo aver rotto il bloccasterzo. L’episodio infatti è stato poi confermato dal pentito Gaspare Spatuzza nel 2008, ma non si capisce come facessero i suggeritori ad esserne a conoscenza.

“È del tutto logico ritenere che tali circostanze siano state suggerite a Scarantino da altri soggetti, i quali, a loro volta, le avevano apprese da ulteriori fonti rimaste occulte”.

I giudici della corte scrivono anche che il 13 agosto 1992 il centro il servizio segreto civile (Sisde)di Palermo, riferì alla sede centrale che “la locale polizia aveva acquisito significativi elementi sull’autobomba”.

Nelle motivazioni si legge che la decisione dell’allora procuratore di Caltanissetta Tinebra di chiedere la collaborazione nelle indagini di Bruno Contrada, numero tre del Sisde in quel periodo e che fu poi arrestato per mafia nel dicembre del 1992, era “decisamente irrituale”.

“Contrada non rivestiva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria”. Tanta “rapidità nel chiedere la collaborazione di Contrada già il giorno immediatamente successivo alla strage a cui fece seguito la mancata audizione del dottore Borsellino nel periodo dei 57 giorni” che gli rimasero da vivere era “decisamente irrituale”.

La sentenza specifica anche come a collaborare con il Sisde sia stato anche il capo della Mobile La Barbera.

Per la prima volta, scrivono i giudici, è stato trovato un “collegamento tra il depistaggio dell’indagine e l’occultamento dell’agenda rossa di Borsellino”.

La Barbera, continua la corte, è anche “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre”.

Le accuse della corte non si limitano solo ai poliziotti. Nelle motivazioni, i giudici puntano il dito contro alcuni magistrati, pur senza far nomi.

“Un insieme di fattori avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni di Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata”.

I giudici ricordano anche che due pm, Ilda Boccassini e Roberto Saieva, avevano segnalato “l’inattendibilità delle dichiarazioni rese da Scarantino su via D’Amelio”.

Nessun magistrato però prese in considerazione gli avvertimenti dei pm e anzi nessuno reputò strano che “La Barbera facesse dei colloqui investigativi con Scarantino nonostante avesse iniziato a collaborare con la giustizia”.

Sulla base delle nuove scoperte, si terrà un nuovo processo per il depistaggio nelle indagini di via D’Amelio.

Tra gli imputati figurano il dottore Mario Bo e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

È stato anche chiesto il rinvio a giudizio per i tre poliziotti del gruppo di La Barbera.

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