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Di Maio: “No reddito di cittadinanza per spese immorali”. Le critiche degli esperti: “Stato etico e poveri umiliati”

Credit: Ansa

Il sussidio sarà limitato all'acquisto di beni "di prima necessità" e dovrà essere speso per intero o quasi. Un approccio paternalistico secondo il quale i poveri devono essere controllati dallo stato

Di Luca Serafini
Pubblicato il 4 Ott. 2018 alle 11:09 Aggiornato il 4 Ott. 2018 alle 11:14

“Il reddito di cittadinanza non permette spese immorali”. Parola di Luigi Di Maio, che ha motivato così la probabile erogazione del sussidio economico attraverso una carta prepagata.

Già, perché a differenza dei salari di disoccupazione degli altri paesi, in Italia non sarà possibile prelevale l’importo in contanti da uno sportello bancario.

Al contrario, i pagamenti saranno tutti tracciabili, effettuati attraverso un bancomat, la tessera sanitaria o un’apposita applicazione per smartphone.

L’obiettivo, appunto, è quello di controllare le spese dei beneficiari del sussidio. Spese che dovranno limitarsi a beni che “assicurino la sopravvivenza minima dell’individuo”, come lo stesso Di Maio ha spiegato.

Andando ancora più a monte, l’obiettivo del governo è quello di attivare, attraverso l’erogazione del reddito di cittadinanza, una ripresa dei consumi che faccia da traino per l’economia tutta.

A quanto pare, infatti, è allo studio anche un meccanismo di premialità per il quale se si spende più del 75 per cento dell’importo, quest’ultimo può aumentare il mese successivo, mentre diminuirebbe in caso di spese inferiori a quella soglia.

Diversi commentatori, studiosi ed esperti di politiche sociali hanno messo in evidenza le numerose criticità di questo approccio.

Sulle pagine del Foglio, la sociologa Chiara Saraceno ha spiegato come la definizione di un paniere di beni acquistabili sia “una riproposizione del solito pregiudizio per cui il povero non è in grado di badare a se stesso, per cui c’è bisogno dello stato controllore e moralistico che indica paternalisticamente cosa si può e cosa non si può comprare”.

Non solo, ma “per la mamma che fa la spesa coi suoi figli, dovere esibire una carta che la identifica subito come povera è umiliante. Tanto più se poi c’è il rischio che la commessa di turno si metta a questionare sul tipo di prodotti acquistati: questo sì, questo no. Inaccettabile”.

Il governo, insomma, sembra orientato verso un paradigma da “stato etico” che cozza con i più basilari principi legati all’autodeterminazione della persona.

Inoltre, prevedere un obbligo di spesa, che nella sostanza costringe ad esaurire le somme erogate ogni mese in acquisti di beni “necessari”, è una bizzarra coercizione a non poter mettere soldi da parte, risparmiare in vista di un investimento o anche semplicemente per prevenire futuri rovesci.

Non solo lo stato decide come si può spendere, ma anche quando bisogna farlo, imponendo così uno stile di vita standardizzato legato all’immediata soddisfazione dei bisogni essenziali.

Niente sfizi, niente sacrifici nel presente in vista del futuro e tanti saluti alla libertà di scelta.

Come è stato evidenziato in questi giorni, un reddito di cittadinanza così inteso non si discosta molto dalla social card introdotta da Tremonti nel 2008: una carta prepagata con 400 euro mensili, in quel caso destinati a persone sopra i 65 anni o famiglie povere con bambini sotto i tre anni.

Sui social si è già scatenata l’ironia rispetto ai beni considerabili “di prima necessità” e soprattutto “morali”. C’è chi si chiede se, ad esempio, sia lecito o meno acquistare preservativi, e chi risponde che tutto dipende se il rapporto viene consumato con la propria moglie o se la protezione serve per una scappatella extraconiugale.

Leggi anche: Reddito di cittadinanza, come verrà erogato e come funziona

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