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    Perché l’Italia fa affari con l’Egitto nonostante torture e persecuzioni?

    Cairo al Tramonto, Afp

    Se i rapporti ufficiali e la cronaca restituiscono un quadro non proprio felice dell'Egitto, le figure istituzionali, italiane ed egiziane, si prodigano per fornire ben altra narrazione del paese. Il commento di Lara Tomasetta

    Di Lara Tomasetta
    Pubblicato il 4 Dic. 2017 alle 19:57 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 22:00

    Dalla morte del ricercatore Giulio Regeni, il cui corpo martoriato venne scoperto il 3 febbraio 2016 alla periferia del Cairo, l’Egitto è diventato – nel bene e nel male – molto più vicino all’Italia. Sia per la vicenda in sé, che ha risvegliato l’interesse dei media nei confronti di un paese misterioso ed enigmatico, sia per gli sviluppi delle indagini che hanno periodicamente riportato l’Egitto, il suo governo e il suo presidente al Sisi, al centro delle cronache nazionali.

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    L’Egitto è un paese da novanta milioni di abitanti, importante snodo tra Africa e Medio Oriente, nonché ago della bilancia politica tra la Libia, la penisola arabica, Israele e la Giordania. 

    L’Italia è stata il primo paese europeo a ricevere il generale al Sisi dopo la sua presa del potere nel luglio 2013, e Matteo Renzi tre anni fa è stato il primo capo di governo europeo a visitare l’Egitto, e poi a tornarci.

    Anche l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi incontra spesso al Sisi. L’Ente italiano per gli idrocarburi è presente in Egitto con investimenti per quasi 14 miliardi di dollari; estrae gas dal giacimento di Nooros, nel delta del Nilo, e petrolio nel deserto occidentale.

    Come ha dichiarato l’Ad di Eni nella prima giornata del Forum Rome MED 2017, “con il maxi giacimento di Zohr (scoperto nell’estate del 2015) in Egitto Eni metterà in produzione 850 miliardi di metri cubi di gas garantendo all’Egitto una duratura indipendenza energetica per 30-40 anni”.

    Nonostante il caso Regeni, il rapporto tra Italia ed Egitto sembra quindi essere ben saldo, assicurato da una parte dagli investimenti petroliferi italiani nel paese, dall’altro da un rinnovato flusso turistico in outgoing (ossia dall’Italia verso l’Egitto).

    Il paese nordafricano continua ad attrarre un corposo numero di italiani e la morte del giovane ricercatore sembra, almeno stando alle stime dei flussi di visitatori italiani che hanno fatto tappa nel paese, solo un lontano ricordo; un “incidente”, come lo ha definito Sameh Shoukry, ministro degli Esteri egiziano, durante il Forum Rome MED 2017. Definizione che il ministro aveva già utilizzato a pochi mesi dal ritrovamento del cadavere di Giulio, nell’aprile del 2016.

    Emad Fathy, direttore dell’Ente del turismo egiziano in Italia, ha confermato infatti che da gennaio ad agosto 2017, sono stati oltre 164 mila gli italiani che hanno scelto l’Egitto per le proprie vacanze.

    Adel Rady, presidente dell’Associazione degli investitori a Marsa Alam, ha dichiarato che il flusso del turismo italiano nel bimestre agosto-settembre 2017 ha avuto un grosso impulso grazie a un aumento delle prenotazioni che nella maggior parte degli alberghi varia tra il 70 e l’80 per cento.

    Ma qual è l’Egitto che oggi viene raccontato agli italiani?

    Dal caleidoscopico mondo egiziano giungono racconti contraddittori che mettono in contrapposizione narrazioni molto differenti della vita nel paese.

    La situazione della libertà di stampa e di espressione in Egitto, ad esempio, sembra oggi più critica che mai.

    Dal 24 maggio 2017 è iniziata una campagna di censura che coinvolge siti di informazione e non solo, a oggi risultano essere bloccati circa 63 piattaforme on-line. Non solo portali di informazione, ma anche siti da cui è possibile scaricare programmi come VPN e TOR.

    Dal rapporto 2016 di Amnesty International l’Egitto ne esce anche come il paese delle sparizioni forzate. Secondo le organizzazioni non governative locali, la media delle sparizioni forzate è di 3-4 al giorno. Di solito, agenti dell’Nsa pesantemente armati fanno irruzione nelle abitazioni private, portano via le persone e le trattengono anche per mesi, spesso ammanettate e bendate per l’intero periodo.

    “Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità”, si legge nel rapporto.

    Ma se i rapporti ufficiali e la cronaca restituiscono un quadro non proprio felice del paese, le figure istituzionali, italiane ed egiziane, si prodigano per fornire ben altra narrazione.

    Il 4 settembre 2017, il ministro degli Esteri Angelino Alfano definiva l’Egitto un “partner ineludibile dell’Italia” e fa ancora riflettere la descrizione che Naguib Onsi Sawiris, imprenditore egiziano e magnate delle telecomunicazioni, ha fatto dell’Egitto durante un intervento al Forum Rome MED 2017.

    Naguib Onsi Sawiris è presidente e amministratore delegato di Orascom Telecom, presidente del Consiglio di Amministrazione di Wind Telecomunicazioni Spa e di Mobinil. È uno degli uomini più ricchi dell’Africa ed è figlio di Onsi Sawiris, fondatore del gruppo Orascom.

    Di fronte a una platea gremita, Onsi Sawiris ha descritto l’Egitto come un “ambiente economico positivo, dove si può investire, e dove molte cose giuste sono state fatte dal punto di vista strutturale”.

    Quella di Onsi Sawiris è stata una vera e propria esortazione all’Italia a investire in un paese sicuro: “Se guardiamo agli investimenti italiani in Egitto, c’è solo Pirelli, con una fabbrica di pneumatici. Se creassimo nuovi posti di lavoro con il contributo italiano le cose andrebbero meglio, si eviterebbero questi flussi enormi di migranti che cercano di andar via per un lavoro migliore”,  ha sottolineato il magnate.

    A contrastare la narrazione dell’Egitto come un paese che ispira fiducia e nel quale è bene investire, arrivano anche le testimonianze dell’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, il cui sito è oscurato in Egitto, che ha più volte ricordato la situazione nel paese: sparizioni forzate, torture, tribunali militari per processare cittadini comuni, centinaia di prigionieri politici rinchiusi nelle carceri e altrettanti in esilio sparsi in tutta Europa e negli Stati Uniti.

    E ancora, giornali e siti d’informazione indipendenti chiusi, controllo capillare della messaggistica e delle reti sociali, attacchi contro la comunità omosessuale e utilizzo sproporzionato della forza nel reprimere le proteste.

    Ma il presidente al Sisi ha sempre negato questa situazione e anche nei confronti dell’Italia ha sempre voluto raccontare il volto migliore dell’Egitto, attribuendo alla stampa e ai media il ruolo di mistificatori che hanno contribuito alla diffusione di notizie false sul paese.

    Ciò che per ora aiuta ad orientarsi nella ricerca della verità sono i fatti: poche settimane fa il vice ministro degli Esteri egiziano Ihab Nasr aveva convocato gli ambasciatori di Germania, Regno Unito, Canada, Paesi Bassi e Italia per protestare ufficialmente contro una nota congiunta dei cinque paesi in cui si esprimeva “profonda preoccupazione” per la detenzione dell’avvocato per i diritti umani Ibrahim Metwally, uno dei componenti dell’associazione che cura la difesa di Regeni in Egitto.

    Il legale era stato fermato dal governo egiziano l’11 settembre scorso mentre saliva a bordo di un volo per Ginevra dove era stato invitato dalle Nazioni Unite per testimoniare sulle sparizioni forzate in Egitto.

    L’uomo, dopo oltre tre mesi, è ancora in carcere.

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