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Il medico di Lampedusa che salva i migranti e racconta le loro storie

In 25 anni Pietro Bartolo ha visitato migliaia di migranti. Insieme a Lidia Tilotta ha raccontato le loro storie nel libro Lacrime di sale. Lo abbiamo incontrato

Di Anna Ditta
Pubblicato il 19 Ott. 2016 alle 15:00

A Lampedusa esiste una legge non scritta, la “legge del mare”. Nessuno può essere abbandonato se si trova in difficoltà in mare aperto, e prestare soccorso è doveroso anche se vuol dire mettere a rischio la propria vita.

I pescatori della piccola isola conoscono e onorano questa regola, soccorrendo da anni non solo le imbarcazioni che si trovano in difficoltà durante le battute di pesca, ma anche i barconi di migranti in pericolo che transitano nel canale di Sicilia.

Pietro Bartolo è lampedusano fino al midollo. Lavora come medico al poliambulatorio di Lampedusa ed è lui che viene chiamato a qualsiasi ora del giorno e della notte se ci sono degli sbarchi di migranti sull’isola. In 25 anni Bartolo e la sua squadra hanno visitato, soccorso e medicato circa 300mila persone.

Ma il medico ci tiene a precisare che non si tratta solo di numeri. “Sono persone, esattamente come noi, ciascuna con la sua storia di sofferenza e violenza alle spalle”, ha spiegato durante un incontro tenutosi a Palazzo Madama, a Roma, giovedì 13 ottobre, alla presenza del presidente del Senato Pietro Grasso.

A volte sento fare delle distinzioni tra rifugiati e migranti economici. Come se morire di fame fosse meglio che morire di guerra. Io penso che sia peggio, perché di stenti si muore dopo mesi e mesi, per cui fare questa distinzione per me è completamente fuori luogo. Sono tutte persone che partono dai loro paesi perché sono costretti da tutto quello che ci raccontano: violenze, torture, persecuzioni, miseria”.

Per via del suo mestiere, Bartolo è stato testimone di centinaia di queste storie e, insieme alla giornalista Rai Lidia Tilotta, ha deciso di raccontarle nel libro “Lacrime di sale”, edito da Mondadori.

Il medico è inoltre uno dei protagonisti di Fuocoammare, il film documentario del 2016 diretto da Gianfranco Rosi premiato con l’Orso d’oro per il miglior film al Festival di Berlino e candidato nella categoria miglior film straniero agli Oscar del 2017.

Raccontare la storia attraverso le storie

Il volto di Pietro Bartolo ha fatto il giro del mondo insieme a quello di Favour, la bambina nigeriana di appena nove mesi che ha perso la madre il 25 maggio 2016 nel corso della traversata per raggiungere l’Europa.

La fotografia che ritrae la piccola tra le braccia del medico è finita sulle prime pagine dei giornali e ha commosso il mondo, tanto che molte famiglie si sono fatte avanti per adottare la bimba.

Non è stato lo stesso per Mustafà, cinque anni, sbarcato a Lampedusa pochi giorni dopo. Rischiava di morire per ipotermia e per salvarlo i medici gli hanno dovuto inserire la flebo direttamente nell’osso della tibia. Durante il tragitto ha visto morire le sorelline ed è riuscito a comprenderlo come può fare un bambino della sua età. La sua vicenda è finita in un trafiletto e poi è scomparsa dai giornali.

Anche le storie di molti altri bambini, donne e uomini sbarcati a Lampedusa rischiano di rimanere celate dietro la conta dei morti del Mediterraneo o quella dei sopravvissuti.

Per questo motivo Bartolo ha iniziato a collezionare con precisione nella sua chiavetta USB centinaia di nomi, volti e soprattutto storie appartenenti ai migranti che ha incontrato. Non riusciva ad accettare che fossero dimenticati.

“Oggi viviamo nel mondo dell’informazione virtuale in cui tutto vola via velocissimo, una notizia prende subito il posto di un’altra”, ha spiegato la giornalista Lidia Tilotta. “C’era bisogno di utilizzare un metodo che funziona da sempre: raccontare le singole storie per raccontare la storia”.

L’idea del libro nasce molto prima di Fuocoammare, da un’intervista che la giornalista fece a Pietro Bartolo per Mediterraneo, un programma di Rai 3. “Mi ha colpito la potenza con cui raccontava le storie dei migranti a partire dalle foto, appese nel suo poliambulatorio, di quel tragico naufragio del 3 ottobre 2013 in cui hanno perso la vita 368 persone”.

Insieme hanno deciso di mettere nero su bianco queste storie, anche se non è stato semplice. Bartolo ha dovuto mettere a disposizione la sua storia personale e quella della sua famiglia, ma anche rivivere alcuni momenti della sua vita che la notte si trasformano in incubi.

Uno dei più ricorrenti riguarda lo sbarco del 31 luglio 2011, occasione in cui il medico, sceso nella stiva del barcone, si è ritrovato davanti una scena agghiacciante: venticinque corpi di ragazzi e ragazze giacevano sul pavimento, seminudi e con le mani ridotte a carne viva.

Dopo aver effettuato le ispezioni cadaveriche il medico ha scoperto la verità: i giovani erano morti per asfissia dopo che gli scafisti avevano scardinato la porta della cabina e l’avevano fissata sul boccaporto, sedendovisi sopra. A nulla erano serviti i tentativi di scardinare la porta. Un quarto d’ora senza aria è bastato ad ucciderli.

La malattia dei gommoni

Negli anni Ottanta Bartolo si è battuto affinché Lampedusa potesse avere un servizio permanente di aeroambulanza e alla fine è riuscito a ottenerlo. Anche se ben organizzato, infatti, il poliambulatorio dell’isola è piuttosto piccolo e i pazienti più gravi vengono trasportati in elicottero a Palermo.

Tra questi ci sono i casi di coloro che vengono colpiti dalla cosiddetta “malattia dei gommoni”. Si tratta di ustioni chimiche da contatto procurate dalla miscela di benzina e acqua di mare che si accumula nei gommoni e inzuppa i vestiti di chi si trova a bordo.

La sensazione, all’inizio, è quella di un piacevole calore, ma poi la pelle viene bruciata fino a provocare delle ferite molto difficili da trattare, che possono portare anche alla morte. La madre di Favour, ad esempio, è morta in questo modo.

La malattia colpisce quasi esclusivamente le donne perché sono loro che si siedono al centro dei gommoni, con i bambini in braccio, mentre gli uomini si posizionano ai bordi, quasi a proteggerle. Come sempre, sono le donne a pagare il prezzo più alto”, spiega il medico.

Bartolo ci tiene a precisare che in 25 anni non ha mai riscontrato tra i migranti nessuna malattia infettiva grave che potesse costituire un pericolo per l’Italia o l’Europa. “Quanto alla scabbia aggiungo che preferisco averla cinque volte l’anno piuttosto che avere una sola volta l’influenza, perché di influenza si può morire mentre di scabbia non è mai morto nessuno”, dice.

(Guarda il video con l’intervista a Pietro Bartolo e Lidia Tilotta e le dichiarazioni di Pietro Grasso. L’articolo continua dopo il video)

Le malattie riscontrate tra i migranti che sbarcano a Lampedusa sono quelle tipicamente legate alla sofferenza del viaggio: la disidratazione, l’ipotermia, le ustioni, i traumi subiti nel trasferimento da una nave all’altra, il disagio psichico.

“Per questo pretendo dai miei collaboratori che il primo approccio non sia quello sanitario, ma quello umano”, dice Bartolo. “Una volta sbarcati, mentre percorrono il molo Favaloro, basta una carezza, un sorriso, una pacca sulla spalla e il loro volto cambia. Non ci costa niente e per loro è tutto. Capiscono che sono arrivati in un paese amico, dove nessuno gli farà del male. Chiedono semplicemente un po’ di umanità e serenità e poi ti ringraziano, ti ringraziano all’infinito”.

Le ultime venti miglia 

Dopo il naufragio del 3 ottobre di tre anni fa, il governo italiano ha lanciato l’operazione Mare Nostrum, con cui ha inviato le navi della marina militare fino a venti miglia dalla Libia, per evitare altre tragedie. A novembre del 2014 sono subentrati altri paesi europei ad affiancare l’Italia in una nuova operazione guidata dall’Agenzia europea di controllo delle frontiere (Frontex), ma nel Mediterraneo si continua a morire.

Secondo Bartolo una soluzione ci sarebbe: “Abbiamo fatto così tanti sforzi, sia a livello italiano che a livello europeo, abbiamo investito tantissime risorse di fondi e di uomini. Abbiamo coperto la distanza di 130 miglia, ne rimangono solo venti. Perché non facciamo un altro piccolo sforzo in più? Andiamo a prenderli, evitiamo di far percorrere loro queste venti miglia in un modo o nell’altro. So che è difficile ma sono sicuro che una soluzione si trova”.

Il prossimo programma di Pietro Bartolo e Lidia Tilotta è quello di recarsi nelle scuole e nelle università italiane a parlare dei migranti raccontando le loro storie. L’ultima è quella di un bambino che Bartolo ha fatto nascere alla fine di settembre. La madre lo ha chiamato Pietro in suo onore.

“Quando è nato era bianco. La mamma del Mali, nera come il carbone, e lui invece bianco. Il mio collaboratore mi ha chiesto: ma non è che è successo qualcosa? No, gli ho risposto. Quando nascono sono bianchi come noi, uguali, poi diventano neri. Il sangue ce l’hanno rosso e quello rimane rosso come il nostro, uguale”.

(Il video è stato realizzato da Michele D’Alessio e Anna Ditta, montaggio a cura di Laura Melissari)

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