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La lettera delle Ong al governo: “Smettete di ostacolare il nostro operato”

Una foto del novembre 2016 che ritrae la nava di un'ONG nell'atto di salvare dei migranti da un barcone nel Mediterraneo. Credits: AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO

La lettera, firmata anche da Amnesty International, Emergency, Oxfam e Medici Senza Frontiere, parla del delicato tema della chiusura dei porti e dei respingimenti

Di Viola Stefanello
Pubblicato il 7 Ago. 2018 alle 11:41

Negli ultimi giorni, un nutrito gruppo di organizzazioni non governative impegnate nel soccorso dei migranti in mare ha indirizzato una lettera all’attenzione del presidente della Repubblica Mattarella e a tutti i ministri del governo Conte sulla chiusura dei porti italiani alle navi aventi a bordo migranti salvati nel Mediterraneo.

A firmarla, in ordine alfabetico, sono stati A Buon Diritto Onlus, ACLI, ActionAid, Amnesty International Italia, ARCI, ASGI, Casa dei Diritti Sociali, CNCA, Emergency, FCEI, INTERSOS, Médecins du Monde Missione Italia, Medici Senza Frontiere e Oxfam.

La lettera è stata inviata, per conoscenza, anche al responsabile per l’Europa meridionale dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati e al Commissario per i diritti umani dell’Unione Europea.

Prima di giungere, alla fine, alle richieste delle ONG, la lettera fa notare che mancano, almeno fino ad ora, atti formali firmati ufficialmente dal governo italiani che stabiliscano regole precise per la chiusura effettiva dei porti del nostro Paese e, in caso, le sue motivazioni.

Tutte le norme internazionali che l’Italia deve seguire 

La lettera elenca i vari articoli di convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia secondo i quali l’assenza di una tempestiva indicazione di un porto sicuro della nostra guardia costiera è violazione del diritto internazionale.

In primo luogo vengono prese in considerazione le leggi di diritto internazionale del mare.

Secondo la Convenzione SAR, par. 3.1.9, le autorità italiane hanno l’obbligo di adottare tutte le misure necessarie affinché le persone soccorse possano sbarcare nel più breve tempo possibile in un luogo sicuro.

Con luogo sicuro, la Convenzione intende una località dove la sicurezza e la vita dei sopravvissuti non sia più minacciata, i bisogni primari (come cibo, alloggio e cure mediche) possano essere soddisfatti, e possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti verso una destinazione successiva o finale.

Le ONG ricordano poi al governo che, in alcuni casi specifici, le autorità italiane hanno l’obbligo di consentire lo sbarco nei propri porti di una nave battente bandiera di un altro Stato.

È il caso delle navi che hanno effettuato il salvataggio o sulla quale sono state trasbordate le persone soccorse operi nell’ambito di operazioni congiunte coordinate da Frontex o dell’operazione EUNAVFOR MED Sophia, il cui comando operativo ha sede a Roma.

Ma lo stesso discorso è valido anche per i casi di forza maggiore, ovvero i casi in cui le persone a bordo siano minacciate da un grave ed imminente pericolo ed abbiano bisogno di soccorso immediato. In questi casi, addirittura, l’ingresso della nave battente bandiera straniera è legittimo anche senza autorizzazione.

In qualsiasi caso, comunque, le ONG ricordano che le navi battenti bandiera di un altro Stato hanno comunque il diritto di “passaggio inoffensivo” nelle acque territoriali italiane. Questo diritto sancisce la possibilità di una nave straniera di entrare e transitare in tali acque senza costituire pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato.

Ci sono, oltre alle leggi di diritto del mare, anche quelle relative ai diritti dell’uomo e del rifugiato.

Le ONG vanno poi a citare la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare viola infatti la Convenzione nei casi in cui le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti o di generi di prima necessità come acqua, cibo e medicinali, che non possono ottenere rimanendo sulla nave.

Nel caso in cui sull’imbarcazione si trovassero soggetti vulnerabili come i minori, scattano anche gli articoli della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza secondo cui, in tutte le decisioni riguardanti i minori, deve essere preso in considerazione con carattere di priorità il superiore interesse del minore.

La lettera ricorda, poi, il divieto di esplusione collettiva previsto sempre dalla CEDU e il diritto di accedere alla procedura d’asilo sancito dalla Convenzione di Ginevra.

Ma impedire l’accesso ai porti italiani, rendendo impossibile valutare le singole situazioni, non viola soltanto il diritto internazionale. Vietare l’ingresso nei porti italiani a potenziali richiedenti d’asilo viola infatti anche l’articolo 10, co. 3 della Costituzione Italiana.

Le responsabilità del governo italiano 

Di fronte a questi tanti doveri assunti dallo stato italiano con la firma dei vari trattati e convenzioni internazionali, le ONG fanno notare che il governo ha violato, in un modo o nell’altro, diverse di queste norme nelle ultime settimane.

È il caso, ad esempio, del divieto di ingresso nelle acque territoriali disposto nei confronti delle navi Astral e Open Arms a fine giugno, ma anche del divieto, tra l’11 e 12 luglio, di sbarco dei naufraghi a bordo della nave Diciotti della guardia costiera italiana e il grave ritardo nell’indicazione del porto di sbarco alle navi Monte Sperone e Protector, tra il 14 e il 15 luglio.

Cosa chiedono le ONG al Governo Conte

La lettera, in conclusione, recita così:

“In considerazione di quanto esposto sopra, chiediamo che:

1. in nessun caso venga effettuato (direttamente o indirettamente, attraverso la collaborazione con la Guardia costiera libica) o anche solo minacciato un respingimento verso la Libia delle persone soccorse;

2. nell’ambito delle future operazioni SAR coordinate dall’Italia, il Comando generale del Corpo delle Capitanerie di Porto indichi tempestivamente il porto sicuro di sbarco alle navi che trasportano le persone soccorse, e non ne venga illegittimamente ritardato lo sbarco;

3. cessino immediatamente le azioni che ostacolano l’operato delle Ong e di tutti i soggetti impegnati nelle operazioni di salvataggio in mare;

4. siano resi pubblici i provvedimenti adottati dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dal Ministero dell’Interno e da ogni altra autorità coinvolta in merito al divieto di attracco e di sbarco nei casi sopra citati, affinché la società civile possa conoscere le motivazioni di tali decisioni e comprendere se esse siano state o meno adottate nel rispetto della normativa vigente;

5. il Governo italiano sostenga l’approvazione del testo del Regolamento Dublino IV approvato dal Parlamento europeo e promuova l’adozione di procedure per la distribuzione tra gli Stati europei delle persone soccorse in mare nel pieno rispetto della Costituzione e delle norme internazionali, europee e nazionali vigenti.”

Questo perché, pur condividendo l’obiettivo del governo italiano di superare il criterio del “primo paese di ingresso” previsto dal Regolamento Dublino III, che impone un sovraccarico su Paesi di frontiera quali l’Italia e la Grecia, le ONG si dicono “sconcertate e preoccupate” rispetto il comportamento tenuto, fin qui, dal governo.

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