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La burocrazia in Italia, spiegata

Le imprese italiane sono strozzate dai tempi infiniti della burocrazia. Ma è la volontà del cambiamento che manca nel nostro paese

Di Anna Ditta
Pubblicato il 2 Mag. 2014 alle 00:22

Bernardo Caprotti aveva 45 anni quando ha acquistato un appezzamento di terreno nella periferia di Firenze per aprire un nuovo supermercato. I permessi di costruzione sono arrivati di recente, ma lui oggi ha 88 anni.

La sua catena di vendita al dettaglio con sede a Milano, Esselunga Spa, ha lottato dal 1971 con i burocrati locali, che hanno sollevato preoccupazioni circa lo spostamento dei volumi di traffico, l’adeguatezza architettonica e la vicinanza del terreno a un monastero medievale.

“Ѐ diventato così difficile e complicato fare affari in Italia”, ha detto Caprotti in un’intervista al Wall Street Journal. “L’Italia non può andare avanti così. O si cambia o andiamo da nessuna parte”, ha aggiunto.

In Italia la burocrazia non guarda in faccia a nessuno. Le aziende – piccole o grandi che siano – oltre alla crisi devono far fronte a questa ulteriore spesa, che secondo la Cgia (Associazione Artigiani Piccole Imprese) di Mestre costa alle imprese italiane 31 miliardi di euro l’anno.

Nel nostro paese il tempo medio per ottenere un permesso di costruzione è di 231 giorni, con un costo che può arrivare fino a 64 mila e 700 euro. In Germania bastano 97 giorni, 99 a Londra, 182 a Madrid dove però il costo medio per avere il via libera a costruire è di appena 12 mila euro, ben 52 mila e 700 euro in meno dell’Italia.

Ecco perché nel suo dossier sulla semplificazione amministrativa alla fine del 2012, la presidenza del consiglio dei ministri ha sottolineato come “l’eccesso di costi della regolazione rappresenta una delle cause principali dello svantaggio competitivo dell’Italia”.

Ma trovare la via d’uscita non è semplice, dal momento che nel nostro paese vige ovunque una tenace resistenza al cambiamento.

“Imprese familiari di piccole dimensioni guidate da vecchi proprietari rifiutano investitori esterni anche quando mancano i soldi o la possibilità di competere”, scrive il Wall Street Journal, “Liberi professionisti, come avvocati e farmacisti, annullano costantemente gli sforzi per rompere i loro cartelli. Potenti burocrati impantanano la realizzazione di nuove leggi per anni. E la classe politica di Roma è così rissosa che i governi durano in media poco più di un anno”.

Secondo economisti e imprenditori, le difficoltà di rinnovamento economico affrontate dall’Italia fanno sì che la crisi non sia stata risolta, ma abbia semplicemente mutato da una condizione acuta a una cronica.

Uber è un servizio di taxi collegato a un’app, lanciato in Italia lo scorso anno. I suoi autisti, che rispondono agli ordini dei clienti inviati da smartphone, sostengono che i tassisti tradizionali abbiano abusato di loro verbalmente. Il sindacato dei taxi ha negato qualsiasi aggressione, e ha detto che i suoi membri hanno pagato una fortuna per le loro licenze di taxi, che ora quotano a circa 170 mila euro e che l’offerta di un servizio pubblico deve essere protetta.

“Durante un periodo di cambiamento, alcuni posti di lavoro sono in pericolo e scatta un senso di protezionismo”, ha detto Benedetta Arese Lucini, direttore generale di Uber Italia. “Purtroppo , l’Italia ha paura di cambiare”.

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