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Marta Bonafoni (Lista Zingaretti) a TPI: “La Giunta Raggi è nemica delle donne. Sarà un 8 marzo di resistenza”

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 7 Mar. 2019 alle 13:05 Aggiornato il 7 Mar. 2019 alle 13:07

Lucha y Siesta non è solo una “casa delle donne”. È, da 11 anni, uno dei punti di riferimento della Capitale delle lotte femministe. Luogo di autodeterminazione, di accoglienza abitativa e sociale. Uno spazio di rivendicazione di diritti a partire dal protagonismo femminile.

Come raccontato da TPI, oggi questo spazio è a rischio sfratto.

Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio con il gruppo “Lista Civica Zingaretti”, sta seguendo la campagna contro lo sgombero e la vendita della Casa delle Donne Lucha y Siesta. Come si sta muovendo per sostenere questa realtà?

Purtroppo siamo alla mercé del Comune di Roma, che è l’azionista di maggioranza di ATAC, proprietaria dello stabile. Noi, come Regione Lazio, stiamo provando a fare il possibile. Il prossimo 18 marzo presenterò una mozione in Consiglio Regionale sulla quale sono sicura convergerà tutta la maggioranza di centrosinistra. Chiederemo alla Giunta Regionale di indire nuovamente un tavolo con il Comune per sbloccare la situazione. Il problema però è proprio l’amministrazione capitolina, che si è dimostrata nemica degli spazi delle donne. Questo vale per Lucha y Siesta come per la Casa Internazionale delle Donne.

Oltre alla mozione, quali saranno i prossimi passi?

L’obiettivo è salvaguardare Lucha y Siesta, che vive anche di progetti della Regione. Per noi è un’eccellenza che si trova nel cuore di un quartiere semiperiferico e popolare, è un’esperienza fondamentale. C’è una legge regionale che riconosce gli spazi di autonomia delle donne, cercheremo di sfruttarla per salvare Lucha y Siesta. Il problema è il concordato ATAC: quando entra in scena il curatore fallimentare non c’è più possibilità di dialogo.

Recentemente il consigliere comunale Stefano Fassina ha presentato una mozione contro lo sgombero di Lucha y Siest in consiglio capitolino che è stata votata da tutte le opposizioni, di destra e di sinistra, ma non dai 5 Stelle. Come valuta questo voto?

Non c’è solo il voto della mozione, ma il silenzio prima e dopo. Non avere un interlocutore è un problema: questa situazione fa emergere i problemi del sistema politico attuale. Da un lato c’è il bilancio, i contabili. Non si fanno scelte dettate dalla politica, dalla gestione del bene comune ma, appunto, dalla “cassa”. Dall’altro lato c’è la legalità. L’amministrazione capitolina pensa: “Visto che è un posto occupato, io lo sgombero”. Ma questo ovviamente non tiene conto di quello che si fa in quel luogo. Per me la politica è fatta per superare le criticità, non solo per applicare una normativa o far quadrare un bilancio.

Anche a livello nazionale c’è un grande dibattito sulle questioni legate ai diritti delle donne e alla lotta alla violenza di genere. Siamo alla vigilia dell’8 marzo, come sarà questa giornata secondo lei?

Le politiche che il governo sta portando avanti a livello nazionale ci portano a un riflusso dei diritti, a un clima da medioevo. Di controllo del corpo delle donne. Ci sono proposte contro la 194, per la privatizzazione confessionale dei consultori, c’è ovviamente il DDL Pillon. In meno di un anno di vita di questo governo sono stati fatti tanti passi indietro in termini di cultura. È per questi motivi che l’8 marzo di quest’anno risuonerà come un 8 Marzo di Resistenza. Il movimento “Non una di meno” è a mio avviso il movimento più vivo in questo momento in Italia.

Il DDL Pillon è quello più contestato proprio da “Non una di meno” e da tutto il movimento femminista. Quali sono i punti più preoccupanti?

Questa proposta di legge ha una visione classista e patriarcale delle leggi dello stato. Il vero scandalo è la mediazione a pagamento in caso di separazione. La cosa assurda è che questa è obbligatoria anche in caso di violenza domestica. Il signor Pillon ci aiuta così a far capire chi sono i leghisti al governo: conflitto d’interessi, confessione religiosa in politica, una grande organizzazione territoriale con tanti soldi da mettere a disposizione per radunare famiglie e consenso. Tutto questo in una legge che vìola le norme internazionali: la prima è la convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la seconda è la convenzione dei Diritti del Fanciullo del 1989 sottoscritta dalla Nazioni Unite, entrambe recepite dall’Italia.

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