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“Foibe, fascisti e comunisti: vi spiego il Giorno del ricordo”: parla lo storico Raoul Pupo

Immagine d'archivio dell'ingresso di una foiba scoperta in Friuli nel dopoguerra. PAL ARCHIVIO / ANSA

Intervista al professore dell'Università di Trieste, uno dei massimi esperti sull'argomento, per far luce su alcuni aspetti ancora poco chiari nell'immaginario collettivo

Di Francesco Boscarol
Pubblicato il 10 Feb. 2019 alle 10:01 Aggiornato il 8 Feb. 2021 alle 22:16

Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del ricordo, giornata istituita per commemorare la memoria di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre tra il 1943 e 1945, e della più complessa vicenda del confine orientale.

Con massacro delle foibe si intende l’affossamento in grandi cavità naturali di alcune migliaia di italiani da parte delle forze jugoslave e alcuni partigiani italiani vicini a loro. Con esodo, invece, intendiamo il fenomeno migratorio di circa 300mila italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, che lasciarono la loro terra passata in mano di Tito per restare in suolo italiano.

TPI ha chiesto a Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea all’Università di Trieste e uno dei massimi conoscitori dell’argomento, di fare luce su alcuni aspetti ancora poco chiari nell’immaginario collettivo.

Professore, quali furono le conseguenze del fenomeno foibe e esodo?

Questi eventi messi insieme hanno provocato la scomparsa quasi integrale della componente autoctona bilingue e cultura italiana nei suoi territori di insediamento storico a Zara, Fiume e Istria in generale.

Le foibe in realtà non hanno avuto un ampio effetto, le migliaia di morti hanno provocato gravi ferite della memoria ma non hanno inciso particolarmente sugli equilibri nazionali e di potere della regione. Quello che ha provocato la principale frattura storica dall’epoca della romanizzazione è l’esodo, in quanto ha significato la sparizione di una delle componenti storiche della regione.

Mio nonno, esule, mi parlava spesso di quei “comunisti titini” e mi diceva che ai tempi di Mussolini viveva meglio. Non era il solo esule a pensarla cosi. Dire che gli esuli erano fascisti è soltanto uno stereotipo?

Gli esuli istriani erano saldamente anticomunisti, avevano provato sulla loro pelle cos’era il socialismo reale ed erano scappati via, quindi erano tutto meno che comunisti. Non è vero che fossero tutti fascisti, la maggior parte di loro nel dopoguerra votava Democrazia cristiana, soltanto alcuni piccoli gruppi votavano per il movimento sociale.

Quella degli esuli era una realtà popolare conservatrice, e quando qualcuno diceva che ai tempi di Mussolini stava bene vuol dire allora stava meglio rispetto a quello che ha vissuto dopo. Avendo rischiato la vita e vissuto situazioni invivibili a casa loro, il paragone con il passato è tutto a vantaggio dello stesso. Durante il fascismo l’Istria era stata una terra di povertà, dagli anni Venti ci fu una crisi economica dalla quale iniziò ad uscire appena dalla fine degli anni Trenta. Subito prima della guerra ci fu in seguito alla politica autarchica un inizio di ripresa economica e si cominciavano a vedere orizzonti migliori rispetto a una miseria secolare. Poi è arrivata la guerra che per loro ha voluto dire la fine di tutto.

Naturalmente questo riguardò la componente italiana della popolazione. La comunità slovena e croata aveva giudizi diversi, in quanto minoranza oppressa dal regime. La politica del fascismo era volta a distruggere la loro identità e a trasformarli in italiani. Anche dal punto di vista economico e sociale stavano peggio rispetto a prima, sloveni e croati erano per lo più braccianti senza terra o coloni. Nell’ultimo periodo dell’amministrazione asburgica, grazie a un tessuto di cooperative, erano riusciti ad avere un miglioramento del loro stato sociale riuscendo a comprare della terra. Poi il fascismo da una parte distrusse tutto il tessuto redditizio cooperativo che li sosteneva, poiché connotato in senso nazionale, dall’altro impose una fiscalità più grave: il risultato è che molti di loro persero la terra.

Chi furono i colpevoli dei vari eccidi?

Fondamentalmente i quadri del movimento di liberazione jugoslavo, movimento contro i tedeschi occupatori ma anche contro gli italiani. Gli esponenti del movimento erano alle origini figli di esuli istriani sloveni e croati che durante il ventennio avevano dovuto abbandonare quella terra. Arrivati in Istria si collegano con i loro parenti, esponenti del tradizionale nazionalismo croato, e su questa base creano prima il partito comunista croato poi il movimento di liberazione. Sono dei quadri che hanno un forte antagonismo sia sociale che nazionale nei confronti dell’italiano, che viene percepito come fascista, quindi poi quando hanno il potere si lasciano andare ad angherie di tutti i tipi.

La violenza delle foibe scavò un solco di terrore fra la popolazione italiana. Le intimidazioni, bastonature, arresti e sparizioni del dopoguerra rafforzarono il clima di paura. Le ragioni dell’esodo sono però molto più complesse. In sintesi, il collasso della società italiana, dovuto alla duplice rivoluzione, nazionale e sociale, attuata dalle autorità jugoslave. Ciò creò una situazione di invivibilità generalizzata. Di conseguenza, quando – con ritmi diversi nei diversi contesti – le comunità italiane si resero conto che la dominazione jugoslava era divenuta definitiva, scattò il meccanismo dell’esodo.

Perché fu istituito il giorno del ricordo?

Venne istituito per cercare di sanare la ferita aperta nella coscienza degli esuli e dei parenti delle vittime delle foibe. Nonostante la loro integrazione perfettamente riuscita nel tessuto sociale italiano avevano dovuto silenziare le loro origini per ragioni non solo politiche ma antropologiche. Si erano inseriti nell’Italia del boom economico, l’Italia che voleva lasciarsi alle spalle tutto quello che voleva dire guerra, sconfitta, miseria. Non c’era posto per rivangare queste storie terribili.

Gli esuli rimasero zitti, molto spesso non avevano trasmesso queste storie nemmeno ai figli, le loro vicende erano conosciute all’interno dei circuiti speciali dei profughi ma quasi per nulla all’interno della comunità nazionale. Ne continuavano a parlare ossessivamente tra di loro, ma all’esterno era una storia che non interessava a nessuno.

Dopo la fine della guerra fredda c’è dappertutto in Europa una riscoperta di storie che prima erano state messe da parte, fra queste c’è anche la storia del confine orientale. Attraverso un complesso iter parlamentare arriva questa proposta per l’istituzione della giornata del ricordo che viene approvata in parlamento con una maggioranza larghissima, alla camera con pochissimi voti contrari e al senato addirittura senza opposizione.

Non trova che il Giorno del ricordo venga usato per esaltare la patria o l’italianità di certe zone più che per ricordare il dramma di queste persone?

Il Giorno del ricordo viene usato in tanti modi e può venire usato in senso puramente strumentale: è stato usato e continuerà a venire usato da parte di componenti politiche di estrema destra. Già dagli anni Novanta era partita una campagna dall’allora partito di Alleanza Nazionale per l’istituzione di vie e piazze ai “martiri delle foibe”. Era un’operazione politica di matrice neofascista.

Ma il Giorno del ricordo si presta sia per riconciliare la memoria degli esuli e delle vittime delle foibe sia per riscoprire tutta la storia del confine orientale, che è una storia abbastanza complessa, perché oltre le foibe e l’esodo c’è anche tutto quello che è successo prima. Va sempre tenuta presente una cosa: il giorno del ricordo cade il 10 febbraio del 1947, che è la data della firma del trattato di pace che segna la perdita della Venezia Giulia per l’Italia. Quel trattato di pace riguarda la guerra iniziata dall’Italia col fascismo, che è entrata in guerra per sua scelta a fianco della Germania, quindi ha invaso e distrutto la Jugoslavia annettendola parzialmente. L’inizio della catastrofe, quindi, è l’attacco dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale con la responsabilità del fascismo.

Come venne vista al tempo l’istituzione di questa giornata in Slovenia e in Croazia? E come sono percepite foibe ed esodo oggi a Trieste?

Alcune reazioni sono state preoccupate e negative. C’è stata una fase attorno al 2005, dopo le prime giornate del ricordo, in cui da parte italiana c’è stato qualche intervento patriottico sopra le righe, provocando cosi una crisi diplomatica e per converso l’istituzione in Slovenia della festa per il ricongiungimento del litorale sloveno alla madre patria, che era esattamente speculare al giorno del ricordo. In Croazia ci fu una polemica molto dura tra il presidente croato dell’epoca Stipe Mesic e il presidente Napolitano.

Interventi di riconciliazione nell’area tedesca ci furono molto presto, con incontri tra capi di stato e varie cerimonie. Italia, Slovenia e Croazia hanno tardato, e dal ritardo è scoppiata la crisi. Con l’intervento della diplomazia e i massimi vertici si è arrivati nel 2010 ad una riappacificazione. Il presidente della Repubblica italiano, sloveno e croato si incontrarono a Trieste facendo il giro di tutti i luoghi della memoria e fu organizzato un grande concerto in Piazza Unità richiudendo cosi il cerchio.

A Trieste questo argomento è una delle grandi ossessioni, e mentre negli anni Sessanta e Settanta era un argomento di polemica politica, adesso, mettendo da parte alcuni gruppi di esagitati nazionalisti o negazionisti, sulle foibe c’è meno tensione e l’argomento è ricondotto alle sue dimensioni reali. C’è una grande frequenza ai memoriali: molte persone, sopratutto giovani, vengono da tutta Italia alla foiba di Basovizza dove ora c’è un centro di informazione e di divulgazione.

Ci possiamo aspettare novità riguardo a ulteriori studi?

Sulle foibe dal punto di vista interpretativo non sono da attendersi novità, si potrebbe andare avanti dal punto di vista della quantificazione. Entro certi limiti il numero di vittime rimarrà imperfetto per problemi di fonti, però incrociando meglio quelle esistenti si potrebbe arrivare a delle approssimazioni migliori. Di solito quando si parla di infoibati se ne parla in senso simbolico, comprendendo tutti i morti italiani da parte delle forze jugoslave, ma il numero reale delle vittime complessivo è stimato tra 3.000 e 4.000.

Sull’esodo invece c’è ancora molto da dire, in quanto spostamento di una comunità al completo di tutte le sue classi sociali e articolazioni. In anni recentissimi ci sono state delle novità importanti: una collega di Rovigno ha lavorato sulle fonti ex jugoslave finalmente disponibili e quindi è riuscita a vedere i problemi visti dall’ottica del potere, tuttavia ci sono ancora aspetti di storia politica e sociale che meritano di essere approfonditi.

> Qui il vademecum sul Giorno del ricordo realizzato dall’Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia

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