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Noi giudici calabresi che allontaniamo i figli dalle famiglie mafiose per stroncare la ‘ndrangheta

Il giudice Roberto Di Bella e lo psicologo Enrico Interdonato raccontano a TPI la loro battaglia sul territorio per offrire ai figli dei mafiosi una vita alternativa

Di Laura Melissari
Pubblicato il 22 Feb. 2017 alle 21:12 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:05

La ‘ndrangheta si eredita. Vivere in una famiglia di mafiosi, respirare la cultura della ‘ndrangheta da quando si è piccoli, aver visto solo quella strada e nessun’altra alternativa, farà di te, con ogni probabilità, un mafioso. A dirlo sono i dati del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che negli ultimi vent’anni ha avviato più di 100 procedimenti penali verso minori per estorsioni, omicidi e traffico di droga.

“Negli anni abbiamo giudicato minori che si sono resi responsabili di efferati omicidi, anche contro rappresentanti delle forze dell’ordine, estorsioni o spaccio di droga o ancora minori che sono stati utilizzati come sicari nelle faide locali, come quella di San Luca (paese in provincia di Reggio Calabria, centro nevralgico della ‘ndrangheta calabrese ndr)”, racconta a TPI Roberto Di Bella, presidente del tribunale dei minori di Reggio Calabria.

“Nel 2017 il tribunale dei minori di Reggio Calabria giudica i figli di coloro che sono stati processati negli anni Novanta, appartenenti alle solite ‘ndrine. Questo rappresenta l’amara conferma che la ‘ndrangheta si eredita. Le famiglie storiche della provincia di Reggio Calabria mantengono il potere sul territorio attraverso la continuità generazionale e l’indottrinamento sistematico dei figli. Quello dei minori di ‘ndrangheta è un fenomeno endemico e per troppo tempo sottovalutato”.

I dati, i numeri, i cognomi ricorrenti, hanno portato lo stesso tribunale ad affrontare di petto il problema. Se è vero che il destino dei figli della ‘ndrangheta è troppo spesso drammaticamente già segnato, e parliamo di morte violenta in faide tra ‘ndrine o reclusione al 41 bis, è vero anche che una riflessione sul tema è d’obbligo. Ed è da questa riflessione che nasce l’esperienza dell’allontanamento dei minori dalle proprie famiglie, se queste rappresentano un pericolo per loro, per dare loro la possibilità di scegliere un’alternativa.

“La storia che ha fatto da volano è stata sicuramente quella di Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia di Rosarno, che lascia il suo paese per andare in una località protetta senza portare con sé i figli. E proprio i figli sono stati usati come merce di ricatto, subendo maltrattamenti per fare crollare emotivamente la donna e farla rientrare a Rosarno, con l’epilogo che la ragazza si è suicidata ingerendo dell’acido muriatico”, racconta a TPI Enrico Interdonato, psicologo messinese che collabora con il tribunale di Reggio Calabria.

Questa storia, insieme alla maturata consapevolezza che esisteva un destino già segnato per molti dei bambini che avevano l’unica colpa di essere nati in una determinata famiglia, hanno portato il tribunale a intraprendere questa strada. Bisognava intervenire perché le famiglie mafiose sono delle famiglie maltrattanti, abusanti dei loro figli al pari delle famiglie in cui vi è un genitore tossicodipendente o uno che usa violenza fisica.

“Un padre che mette in mano al figlio di 11 anni un kalashnikov a cosa lo sta destinando? Questa forte spinta di dare una chance a questi ragazzi ha portato all’emissione del primo provvedimento”, spiega ancora Interdonato.

“Abbiamo saputo che ci sono minori che hanno tatuati dei carabinieri sulla pianta del piede in modo tale che possano calpestarli costantemente”, racconta Di Bella, accennando a quella cultura mafiosa e al disprezzo dell’autorità che i figli di ‘ndrangheta respirano fin dalla nascita.

Come si allontana un figlio dalla famiglia mafiosa

I provvedimenti giuridici usati sono quelli di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale quindi con affido del minore ai servizi sociali e con collocamento in comunità o in famiglie fuori dalla Calabria. In pratica si tratta dello stesso strumento giuridico usato nei casi di abusi sessuali, maltrattamenti. Ad oggi sono stati emessi circa quaranta provvedimenti del genere.

“Ci muoviamo nell’ambito di un solido quadro normativo, costituzionale innanzitutto, con riferimento agli articoli 2, 30 e 31 e alla Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989”, spiega Roberto Di Bella. “Dal complesso di queste norme possiamo trarre un principio fondamentale: il minore ha diritto a vivere all’interno della propria famiglia ma questo non è un diritto assoluto, deve essere bilanciato e temporaneamente sacrificato in favore di un altro diritto fondamentale ovvero quello di ricevere un’educazione responsabile dai genitori. Se un minore viene educato a delinquere lo si espone a grave pregiudizio, al carcere, alla morte, alla sofferenza”.

I provvedimenti sono di decadenza o di limitazione della responsabilità genitoriale ma mai emessi in via preventiva. “Non facciamo nessuna epurazione etnica solo sulla base del fatto che una famiglia è mafiosa”, specifica il presidente del tribunale dei minori di Reggio Calabria. “Interveniamo nei casi concreti, quando abbiamo accertato che il metodo educativo mafioso arreca un pregiudizio concreto allo sviluppo del minore”.

Tanti credono che non sia giusto togliere un figlio alla sua famiglia solo perché il padre è mafioso. “Naturalmente non è così: non si tratta di una pulizia etnica. Si tratta di minori con riscontrati pregiudizi psicofisici, per esempio nei casi di indottrinamento malavitoso”.

“Sono state ascoltate intercettazioni nelle quali i padri hanno detto ai propri figli ‘Tu quando avrai 14 anni entrerai nella ‘ndrina con questo grado perché sei mio figlio’ o minori che solo perché non hanno ancora 14 anni non sono imputabili di 416 bis, il reato di associazione mafiosa”, racconta lo psicologo Interdonato. “Abbiamo avuto minori processati per aver imposto il pizzo a commercianti e imprenditori spendendo il nome di famiglia, o usati come aiutanti di latitanti o addirittura come killer. I bambini vengono allontanati anche come intervento di tutela in casi di rischio psicofisico, come nei casi di faida”.

Questi provvedimenti di allontanamento dalla Calabria hanno un duplice obiettivo. Da una parte tutelare il minore da rischi concreti per la sua incolumità, dall’altra fargli sperimentare nuove opportunità e contesti sociali e affettivi diversi da quelli di provenienza, nella speranza sottrarli a un destino ineluttabile di morte o carcere.

“Stiamo provando a operare con infiltrazioni culturali per renderli liberi di scegliere il proprio destino”, prosegue ancora Di Bella. “Con l’aiuto di psicologi, operatori sociali e volontari cerchiamo di spiegare a questi ragazzi che l’omicidio e la violenza non sono strumenti per risolvere le controversie personali, che c’è parità di diritti tra uomo e donna, che il carcere non è una medaglia da appuntarsi sul petto. In certi contesti non è contemplata la possibilità di scegliere strade alternative alla ’ndrangheta. Se un ragazzo vive in un piccolo paese della provincia reggina, dove tutti i familiari sono intrisi di cultura mafiosa, il padre ucciso, i fratelli latitanti, la madre è in carcere, non hanno nessuno che gli indichi la possibilità di conoscere una via alternativa. Allora interveniamo noi”.

Come reagiscono i ragazzi

All’inizio tutti i ragazzi sono arrabbiati, sconfortati, non accettano la decisione. Nessun ragazzo è contento di far parte di questo provvedimento, di essere allontanato dalla famiglia. “Superato il primo periodo di assestamento, non ci sono però stati grandi momenti di ribellione. Questo non significa che fili sempre tutto liscio, ma non sarebbe un percorso pedagogico se tutto filasse sempre liscio. C’è stato un caso di un ragazzo che ha fatto particolari rimostranze all’inizio ma è lo stesso che ormai da due anni va alla grande, si è fidanzato con una ragazza del luogo dove vive ora”, ci racconta Interdonato.

Dietro l’orgoglio dell’appartenenza alla famiglia spesso si nasconde una realtà ben più triste. “Sono ragazzi a cui è negata l’adolescenza, sono abituati a contenere le loro emozioni per non tradirsi e non tradire. Sono portatori di grande sofferenza interiore che la famiglia ignora. I quadri psicologici dei casi dei quali ci siamo occupati sono devastanti, tutti i ragazzi provano un forte senso di angoscia che viene poi fuori nei loro sogni, che sono popolati da incubi, dove ci sono scene di guerra, persone uccise, pericoli incombenti”, racconta ancora Di Bella.

“Il lavoro che facciamo non è quello di cambiare qualcuno, ma piuttosto quello di creare una coscienza e far sperimentare, non con le parole ma sul piano esperienziale, che una vita libera è sicuramente più bella, gradevole e si gode meglio di una vita di carcere o morte. La leva è quella di fare alleanza con la sofferenza che questi ragazzi si portano dentro. Per quanto si possa percepire l’orgoglio dell’appartenenza, il rolex e i vestiti firmati, sono ragazzi emotivamente molto soli”.

“Hai visto che esiste qualcos’altro, hai sperimentato, hai conosciuto volti, hai fatto amicizia, ti sei innamorato. Tocca a te adesso”, racconta lo psicologo. Un’altra leva su cui si fa leva è certamente quella del lavoro. “Non bisogna dimenticare che la ‘ndrangheta incide sul piano della qualità della vita di questi ragazzi, bisogna quindi fornire delle alternative anche economiche. Va bene un’emancipazione interiore, una presa di coscienza, ma poi bisogna avere anche degli strumenti concreti”, spiega ancora.

“Noi puntiamo anche a fare frequentare ai ragazzi amicizie pulite. La parola di un coetaneo è ben diversa da quella di un adulto, puntiamo a far creare legami con altri ragazzi che provengono da altri contesti. Sono quelle che io definisco sponde educanti. C’è bisogno che i ragazzi si divertano pure, bisogna che passi il messaggio che essere persone per bene non significhi essere degli stupidi. Gente che si gode la vita allo stesso modo. Bisogna dare stimoli culturali e stimoli di vita. Il rischio è che rimangano esperienze vuote. Non basta prendere il ragazzo e spostarlo, non basta fargli vedere un film come i 100 passi. Ma bisogna creare una relazione, creare qualcosa che li stimoli dal di dentro”, prosegue poi lo psicologo, e dalla sua voce è tangibile quanto queste persone ci stiano credendo davvero al fatto che dare un’alternativa ai figli di ‘ndrangheta è finalmente possibile.

A che punto si è arrivati

I risultati sono assolutamente incoraggianti, quasi tutti i ragazzi hanno ripreso ad andare a scuola, stanno svolgendo percorsi socialmente utili, attività di volontariato con associazioni come Libera e Addiopizzo e dimostrano di avere potenzialità che finora erano state compresse dal deleterio ambito di provenienza.

“Tra i ragazzi che hanno terminato il percorso non ci sono stati particolari insuccessi, non hanno commesso reati. L’unico caso è quello di un ragazzo che ha ricevuto un Daspo, il divieto di partecipare alle manifestazioni sportive. I suoi fratelli alla sua età erano già condannati per mafia”, racconta Interdonato che segue da vicino il percorso dei ragazzi allontanati dalle famiglie.

Il ruolo delle donne e delle famiglie

Il ruolo delle donne, delle madri, è importante in questo processo. All’inizio all’idea di vedersi sottratto un figlio fanno resistenza, ma molte di loro, nel momento in cui capiscono che i provvedimenti non sono punitivi ma sono a tutela dei loro stessi figli, scelgono i collaborare nella speranza inconfessabile di sottrarre i loro figli a un destino al quale non hanno le forze per contrapporsi.

“Non sottovalutiamo la sofferenza di molte madri, che potrebbe rappresentare una piccola crepa nel monolite delle famiglie mafiose. Alcune donne si stanno presentando al tribunale in gran segreto per chiederci di allontanare i loro figli dalla Calabria e altre ancora ci chiedono di andare via loro stesse. É un aiuto che stiamo fornendo anche grazie all’aiuto di Don Ciotti e alla rete di Libera che ci sta dando un grossa mano”.

Ma non solo le madri: un padre ha inviato una lettera per ringraziare per l’opportunità offerta ai suoi figli, ci racconta ancora Di Bella.

Le critiche 

All’inizio questi provvedimenti sono stati abbastanza criticati, principalmente forse perché non sono stati compresi ne è stata data una lettura molto superficiale. “Si è parlato ‘del giudice che deporta figli’, si è detto ‘meglio qualsiasi famiglia che nessuna famiglia’. Ora critiche non ce ne sono più ma c’è un appoggio forte anche sul piano politico e ministeriale. Serve che sia messa a sistema una rete solida per questo intervento”, ha spiegato Enrico Interdonato.

Oltre alle critiche istituzionali, anche le minacce mafiose. Il tribunale ha infatti ricevuto delle lettere minatorie, sono stati inviati proiettili al servizio sociale minorile.

“É stata lasciata una pistola giocattolo di fronte al tribunale. Tanti padri non gradiscono, anche se adesso stiamo iniziando a lavorare con loro, anche con quelli in carcere, per provare a ridurre l’impatto della disgregazione familiare, delle scelte diverse dei propri figli”, prosegue lo psicologo.

La lotta alla ‘ndrangheta

L’obiettivo di questo progetto intrapreso dal tribunale è in particolare quello della tutela dei minori. Ma nonostante questo, la lotta alla mafia nel suo complesso ne sta uscendo rinvigorita.

“Quello che sta accadendo è che questi provvedimenti stanno accelerando la disgregazione di quei modelli culturali che prima apparivano intoccabili. La strada è ancora molto artigianale, dobbiamo costruire reti di supporto stabile. Abbiamo anche presentato al ministero della Giustizia un progetto dal titolo ‘Liberi di scegliere’, vorremmo costruire delle vere e proprie equipe educative anti-mafia, per dare continuità all’operazione di infiltrazione culturale che abbiamo intrapreso”, ci spiega ancora Di Bella.

Secondo chi è dentro questo progetto, le azioni repressive, le confische e tutto il resto vanno bene ma qui c’è da aggiungere un tassello in più che è quello della prevenzione mirata ed efficace.

“Qui si intravede la volontà e il dovere di offrire ai ragazzi che pur militano in organizzazioni nemiche dello stato e delle istituzioni, una proposta convincente e credibile. In questo modo di intervenire la lotta alla mafia sta sullo sfondo, la cosa prioritaria è il tutelare delle infanzie”, conclude Interdonato. “L’antimafia di oggi è quella della relazione tra due mondi diametralmente opposti che vogliono provare incontrarsi, a deporre le armi e provare a guardarsi negli occhi e trovare una via comune di libertà, almeno per quanto riguarda i loro ragazzi”.

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