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Sangue del mio sangue lascia perplessa Venezia 72

Il terzo film italiano presentato al Festival del cinema di Venezia ha diviso la critica, a causa, tra le altre cose, di una trama poco lineare

Di Maria Teresa Squillaci
Pubblicato il 8 Set. 2015 alle 19:49

Era grande l’attesa per il ritorno di Marco Bellocchio al Festival del Cinema di Venezia, ma Sangue del mio sangue è stato accolto con molte perplessità e pochi applausi.  

Nel 2012, dopo aver presentato alla manifestazione La Bella Addormentata, il regista emiliano si era ripromesso di non mettere più piede al Festival. Stasera tornerà per la sesta volta al Lido, con il terzo film italiano di questa 72esima edizione. 

Prima di lui, il contestato A Bigger Splash di Luca Guadagnino e l’introspettivo L’attesa di Piero Messina.

Sangue del mio sangue è ambientato tra due epoche: il Seicento e i giorni nostri. La prima parte racconta la storia di Federico, un giovane uomo che viene sedotto come suo fratello prete da suor Benedetta. Dopo aver affrontato terribili prove da parte dell’Inquisizione, la monaca verrà condannata a essere murata viva nelle antiche prigioni di Bobbio. Nello stesso luogo, secoli dopo, tornerà un altro Federico, finto ispettore ministeriale, che scoprirà che l’edificio è ancora abitato da un misterioso conte-vampiro. 

Il film è un flusso di coscienza tra vicende personali e artistiche. Interamente girato, per l’appunto, a Bobbio – piccolo comune nella parte occidentale dell’Emilia Romagna dove Bellocchio è nato e dove ha istituito anche una scuola e un festival di cinema – molte scene sono ambientate nella casa che già nel 1965 aveva usato come set per la pellicola I pugni in tasca

Nel film recitano i due figli di Bellocchio, Giorgio – nei panni di Federico – ed Elena, futura architetta che saltuariamente si dedica al cinema. Qui compare anche Alberto, il fratello poeta del regista. 

Il cast si completa con l’attrice ucraina Lidiya Liberman, e gli italiani Alba Rohrwacher e Roberto Herlitzka, che veste i panni del conte-vampiro.

“Non mi sono preoccupato affatto dell’architettura drammaturgica – ha sottolineato Bellocchio – e non mi interessava stabilire connessioni rigide tra il passato e il presente. Ci sono allusioni che legale le due sfere temporali: il dominio della chiesa cattolica nel Seicento paradossalmente si conclude con il dominio democristiano in Italia, che pur permettendo un relativo benessere, succhiava il sangue a quella che era una prospettiva di cambiamento”.

Il risultato è un film autoreferenziale e a tratti presuntuoso, dove i continui rimandi e citazioni impediscono una narrazione scorrevole. La trama, inoltre, è di per sé impenetrabile senza conoscere le giuste chiavi di lettura.

La prima parte del film si concentra sulla storia della suora di clausura Benedetta, ma a tal proposito Bellocchio precisa: “Non mi sono convertito, sono un anarchico sempre più moderato. Il potere della Chiesa in quell’epoca mi da fastidio. Della Chiesa di oggi mi è difficile parlare male. Per certi aspetti Papa Francesco è più a sinistra della sinistra”.

Nel finale si vedono delle volanti della Guardia di Finanza che arrivano nella cittadina, che altro non è che un modo per comunicare il tentativo di liberare Bobbio e, in senso lato, un’intera nazione, dal marcio della corruzione rappresentata dal Conte.

(In basso, il trailer del film Sangue del mio sangue)

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