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“Quella sera al Monte dei Paschi di Siena mio padre, David Rossi, non si è suicidato”

Carolina Orlandi

A cinque anni dalla morte del Responsabile Comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, la figlia Carolina racconta in un'intervista a TPI tutto quello che non torna su quella notte e sulle indagini successive

Di Anna Ditta
Pubblicato il 6 Mar. 2018 alle 12:16 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:10

A Carolina quel quadro ha sempre trasmesso un po’ di inquietudine, sebbene non ci fosse un reale motivo. Dopo la morte di David, riguardandolo, sembra quasi di cogliervi un’immagine profetica: per via della finestra e di quei mostriciattoli dai sorrisi forzati. Era stato lui a dipingerlo, e lo aveva intitolato Incubi. Oggi quel dipinto è la copertina di Se tu potessi vedermi ora (Mondadori), il libro in cui Carolina Orlandi racconta la vita di David e la sua morte.

Sono passati esattamente cinque anni da quando David Rossi è precipitato da una finestra sul vicolo dietro la storica sede della banca in cui lavorava, il Monte dei Paschi di Siena. Ancora oggi, su quella morte non è stata fatta piena chiarezza.

È l’inizio del 2013. David lavora come Responsabile dell’Area Comunicazione di MPS. La banca è coinvolta negli scandali finanziari che hanno portato alla rimozione dei suoi vertici, e in particolare del presidente Giuseppe Mussari, del direttore generale Antonio Vigni e del capo dell’Area Finanza Gianluca Baldassarri. La nuova gestione, formata da Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, viene incaricata di salvare la banca dal fallimento.

Il 6 marzo David precipita da una delle finestre della banca, e la sua morte viene subito bollata come suicidio. Ma nel corso dei giorni e dei mesi, emergono una serie di dettagli che non tornano. La moglie di David, Antonella Tognazzi, e Carolina Orlandi, la figlia che lei ha avuto da un precedente matrimonio, sono convinte insieme ad altri, familiari e non, che David non si sia tolto la vita.

“Sono convinta che si sia trattato di omicidio, e lo sono perché ho visto gli elementi”, ha detto Carolina a TPI. “Non ho bisogno di appellarmi alla solita frase che si dice in questi casi: ‘non l’avrebbe mai fatto’. All’inizio ho creduto che ogni familiare di una persona che compie un gesto volontario di questo tipo si sentisse tradita. Io rientravo in questo gruppo. Quando poi abbiamo iniziato a vedere le incongruenze mi sono fatta delle domande e mi sono data delle risposte”.

Cosa non torna sulla morte di David Rossi

Gli elementi di cui parla Carolina sono molti. Il più evidente è quello emerso dal filmato della telecamera di sorveglianza che riprende l’ultima parte della caduta di David, alle 19.43, e i lunghissimi 22 minuti in cui lui rimane vivo e, quindi, avrebbe potuto essere soccorso. Quel video mostra le luci dei fanali di un’auto parcheggiata all’ingresso del vicolo, insieme ad alcune ombre che si riflettono sul muro. Poi, incredibilmente, alle 20.11 una persona entra nel vicolo in cui si trova David, ancora in vita. Si tratta di un uomo vestito di nero, con un cappello nero, che sta parlando al telefono. Lui e David si trovano a pochi metri di distanza, difficile pensare che non lo abbia visto sdraiato a terra.

Ma chi è quell’uomo? È qualcuno coinvolto nella morte di David? O è semplicemente qualcuno che avrebbe potuto aiutarlo e non lo ha fatto. Impossibile saperlo oggi, perché il filmato delle telecamere posizionate nelle vicinanze e di quelle interne alla banca non è mai stato chiesto e acquisito dai magistrati incaricati delle indagini. Così come non sono mai stati chiesti i dati delle celle telefoniche agganciate nella zona, che dopo alcuni anni sono stati cancellati dagli operatori telefonici.

Un altro elemento che sembra andare contro l’ipotesi del suicidio è il fatto che l’orologio di David, divelto dal suo cinturino, precipita accanto al suo corpo alle 20.16. Ma come fa l’orologio a cadere 33 minuti dopo la caduta di David? Quando lui è già morto da undici minuti?

Poi ci sono quelle ferite, le ferite che David aveva sulla parte frontale del corpo e che, secondo la perizia di Cristina Cattaneo, il medico legale incaricato dalla Procura di eseguire una seconda autopsia dopo la riapertura del caso non sono compatibili con la caduta. Ci sono le quattro dita viola stampate sul braccio di David, l’ematoma all’inguine, il labbro spaccato, il taglio vicino al naso, e la ferita di forma triangolare e di pochi centimetri che ha sulla testa: segni che non possono essere ricondotti alla caduta, durante la quale David sbatte prima il gluteo destro e poi la schiena, senza mai girarsi frontalmente.

C’è anche quella misteriosa mail inviata da David all’allora amministratore delegato della Banca Monte dei Paschi Fabrizio Viola due giorni prima di morire, il 4 marzo 2013, alle ore 10.13. “Stasera mi suicido, sul serio. Aiutatemi!!!!”. Viola non ha mai risposto a quella mail, che ha detto di non ricordare di aver letto, perché intanto si trovava all’estero. Ciò che è strano è che, nel corso della mattinata e del pomeriggio, tra David Rossi e Fabrizio Viola intercorre un altro scambio di email, con un altro oggetto, a cui l’amministratore delegato risponde puntualmente. Tutte le email di David inviate durante questo scambio vengono spedite dall’iPad, mentre solo quella in cui annuncia la sua presunta intenzione di suicidarsi viene inviata dal computer del suo ufficio.

Quel 4 marzo David scrive a Viola di voler parlare con i magistrati per chiarire la sua estraneità allo scandalo che ha colpito la banca e per fornire informazioni sugli “scenari politici e i vari rapporti”, che conosce avendo lavorato con la precedente direzione della banca. Ma quando Viola rifiuta di fare da intermediario con i pm, e suggerisce a David di farsi avanti direttamente con loro, lui sembra ripensarci, e con due email consecutive smentisce di voler chiamare i magistrati. Perché questo cambio di idea? E perché Viola, pur avendo sicuramente visto la strana mail in cui David minaccia di suicidarsi, non solo non risponde, ma non fa nulla per intervenire e addirittura nega di averla letta?

Una serie di incongruenze riguarda anche l’ufficio di David, dalla cui finestra si presume che lui si sia gettato.

Nelle ore in cui la stanza avrebbe dovuto essere sigillata, alcuni degli oggetti al suo interno, come la giacca di David o i documenti sulla scrivania, vengono spostati, come risulta confrontando il filmato girato da un poliziotto subito dopo il ritrovamento del cadavere, intorno alle 20.50 e le foto della scientifica scattate poche ore dopo. Durante la notte e la mattina successiva, inoltre, il computer di David ha registrato delle operazioni, con accessi effettuati anche attraverso l’inserimento di password, di cui non sono state fornite spiegazioni.

Infine, una dipendente che si trovava nella sede della banca quando David precipita dalla finestra ricorda di essere passata davanti alla porta dell’ufficio di lui alle 20.05, mentre si dirigeva verso l’uscita, e di averla vista aperta, con la luce accesa. A quell’ora, in base al filmato della videocamera, David era già precipitato dalla finestra. Ma poco tempo dopo, quando Carolina e il segretario di David, Giancarlo Filippone, arrivano nella sede di MPS, la porta dell’ufficio di David è chiusa.

Il vero David

Il libro di Carolina Orlandi non racconta solo le incongruenze sulla morte di David Rossi, ma anche la sua vita privata di marito e padre fino al 6 marzo 2013.

“In questi casi è giusto portare avanti delle battaglie nelle sedi opportune”, sottolinea Carolina, “ma si rischia così di perdere l’umanità della vicenda. Ci si abitua a parlare della vittima solo come cronaca, come un simbolo di un sistema sbagliato. Ci si dimentica che questa persona aveva degli affetti. Penso che questo libro possa aiutare le persone ad immedesimarsi nella nostra storia, e credo che l’immedesimazione sia il primo passo verso la consapevolezza”.

“Pochissime persone hanno avuto la possibilità di conoscere David veramente per quello che era”, dice Carolina. “Si è portato dietro questa immagine di potere, di uomo d’affari, per molto tempo dopo la sua morte. Io ho cercato di svestirlo da questo ruolo, perché prima di tutto era una persona”.

La figlia racconta che David era una persona “fatta di piccole immagini”.

“Avevamo un rapporto molto particolare, lui era una persona estremamente discreta, sembrava distaccato”, ricorda. “Tantissimi lo giudicavano presuntuoso, ma in realtà era solo una sua corazza. E in casa questa corazza la metteva da parte”.

Una volta, quando Carolina è ancora un’adolescente, chiede a David un consiglio per scrivere un libro. “Per scrivere un libro bisogna avere qualcosa da raccontare”, le risponde lui.

“Ho ripensato a quella frase mentre stavo scrivendo”, dice Carolina, “perché quando lo chiesi a David ero appena adolescente, sapevo che poteva darmi dei consigli. Non avrei mai pensato che avrei scritto la sua storia, che non avrei mai voluto scrivere”.

Carolina scrive che, nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte, David appare teso. La sera prima della sua scomparsa, Carolina nota che lui ha una serie di tagli sull’avambraccio, che ammette di essersi autoinflitto. È convinto che qualcuno lo stia sorvegliando, e lo scrive a Carolina su alcuni bigliettini che poi le dice di distruggere.

La sensazione di David si essere sotto sorveglianza risale al 19 febbraio 2013, quindici giorni prima della sua morte, quando la sua casa e il suo ufficio vengono perquisiti, nonostante lui non risulti indagato per lo scandalo della banca. “Da quel momento, comprendere il motivo della perquisizione era diventato un pensiero fisso per David”, scrive Carolina nel suo libro. “Ripeteva che la situazione era pericolosa, che, se avessero voluto, lo avrebbero coinvolto nello scandalo della Banca”.

Testimoni mancanti

Dopo la morte di David, quasi tutti i suoi colleghi smettono di avere rapporti con la sua famiglia, tagliano i ponti. Tra loro anche il segretario di David, un amico di famiglia, che è il primo a trovare il corpo essendosi recato la sera del 6 marzo nell’ufficio di David con Carolina.

“Mi sono chiesta la ragione di questo comportamento”, dice lei. “Avendo vissuto purtroppo un’esperienza così intensa insieme, pensavo che questo ci unisse ancora di più. Quando ho visto che lui era defilato e poi è completamente sparito, mi sono chiesta se potesse sapere qualcosa. Non penso che lui abbia a che fare con quello che è successo, ma sono certa che sappia qualcosa che non ha detto. Al tempo stesso non voglio accanirmi contro di lui”.

La conferma che ci sia qualcuno che sa qualcosa e che non vuole parlare è confermata da una telefonata che arriva a casa di David nei giorni immediatamente successivi alla sua morte: “Continuate a cercare perché David non si è suicidato. L’hanno ammazzato i suoi amici”, dice una voce al telefono.

“Non è possibile che nessuno abbia visto qualcosa di sospetto all’inizio del vicolo dove David è morto”, sostiene Carolina. “È successo alle 8 meno un quarto di sera e quella è una delle strade più trafficate di Siena. Ma al di là di quello che è accaduto quella sera, qualcun’altro sa perché questo è successo a David. Tanti si sono fatti un’idea, ma sicuramente qualcuno ha le prove a sostegno di questo omicidio. Sono certa di questo, ma nessuno ha mai parlato in realtà”.

Carolina ha parole dure nei confronti di chi sa e non parla. “Non so come queste persone possano andare a dormire, guardarsi allo specchio e soprattutto educare i propri figli. Non so cosa avrebbero fatto se la stessa cosa fosse capitata a loro. Non riesco a credere che possano esistere persone che ancora non si sono decise a parlare dopo cinque anni”.

Tra gli amici che sono rimasti affianco alla famiglia di David c’è invece Luca Scarselli, il loro perito di parte, che ha lavorato per la riapertura dell’indagine sulla sua morte. Dopo l’istanza presentata il 19 ottobre 2015 insieme a una relazione che sottolineava tutti gli elementi non chiariti, la procura di Siena ha riaperto le indagini a novembre 2015 e la riesumazione del corpo di David è stata disposta per il 6 aprile 2016.

Ma i nuovi accertamenti non bastano. Dopo quasi tre anni dalla morte di David è quasi impossibile accedere a elementi che non erano stati acquisiti dalla procura nei giorni immediatamente successivi alla sua morte. Così, il 4 luglio 2017 la procura archivia nuovamente il caso.

Gli errori nelle indagini

“In tanti mi chiedono se da parte dei magistrati ci sia stata negligenza o qualche forma di connivenza”, dice Carolina. “All’inizio potevo pensare che ci fosse dell’incompetenza, ma in realtà sono stati troppi gli elementi che non sono stati acquisiti: i filmati delle telecamere di sorveglianza interne alla banca non sono stati mai richiesti, quando sarebbe stata la prima cosa da fare. Non sono stati richiesti i documenti sulle celle telefoniche, non sono stati sequestrati gli abiti che indossava David e i fazzoletti insanguinati trovati nel suo studio, che sono stati distrutti. Non è stato cercato nulla che non convalidasse l’ipotesi del suicidio, quindi loro sono partiti da un assunto, e tutte le prove che hanno cercato erano quelle che andavano in quella direzione. Non hanno preso in considerazione l’altra ipotesi”.

“Ai giudici era stata una perizia in cui c’era scritto che David aveva delle ferite nella parte anteriore del corpo non compatibili con la caduta, ma loro non hanno indagato su come se le potesse essere fatte. Questo non può essere uno sbaglio, c’è una volontà di tornare sempre a questa tesi”.

Carolina conferma che a Genova è stato aperto un fascicolo sull’operato di questi magistrati, ma qualora venisse appurato qualche errore, questo non comporterebbe automaticamente una riapertura delle indagini sulla morte di David Rossi. Anche perché una serie di elementi non sono più recuperabili, essendo trascorsi cinque anni. “Hanno fatto in modo che non ci si potesse arrivare anche successivamente”, dice Carolina.

Metterci la faccia

Parlare pubblicamente di David per Carolina e per sua madre Antonella non è stato semplice.

“Non eravamo abituate a tutta questa attenzione da parte dei media”, dice Carolina, “ed è stato un grande compromesso per noi, perché voleva dire anche spogliare David dalla sua discrezione, dalla sua privacy. Ma ci siamo rese conto che era necessario risvegliare le coscienze attraverso i media e ci abbiamo provato. Speriamo che chi sa parli, perché le testimonianze sono una carenza grossa tra gli elementi che abbiamo trovato in questi anni, e sono l’unica cosa che potrebbe far riaprire il caso, perché gli elementi tecnici che noi abbiamo portato sono stati respinti, due volte”.

Aver vissuto sulla propria pelle la storia di David ha spinto Carolina a dedicarsi alle altre storie delle “vittime di giustizia”.

“Ho sempre voluto fare la giornalista, e prima pensavo che avrei voluto occuparmi di viaggi, reportage”, racconta. “Ma da quando è morto David mi sono sentita come investita da un mandato. Ho iniziato a interessarmi a tutte le storie simili alla mia. Avevo bisogno di trovare persone con cui condividere questa esperienza”.

Così Carolina ha incontrato persone che hanno passato ciò che anche lei e sua madre hanno vissuto: Ilaria Cucchi e Angela Manca, madre di Attilio Manca. La storia della sua famiglia e le loro, secondo lei, si assomigliano. Non tanto nella dinamica dei fatti, ma nella condizione quotidiana che si trovano a vivere.

“La nostra vicenda e quella di Ilaria Cucchi è molto diversa, ma quando le ho rivolto le domande sembrava che rispondesse mia madre”, sostiene Carolina. “Sembra che queste donne raccontino la stessa storia, nonostante non si conoscano nemmeno. Vuol dire che nel sistema giudiziario c’è qualche falla, perché tutte hanno trovato dei muri di gomma”.

Oltre il muro di gomma restano quei mostri, gli stessi del quadro di David che è diventato la copertina del libro. Per Carolina rappresentano qualcosa di ben preciso: “Mi ricordano quante persone in giacca e cravatta e con il sorriso”, dice, “possono avergli fatto del male”.

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