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Addio a Ettore Scola, ultimo di una generazione di maestri

Il regista e sceneggiatore è morto a Roma il 19 gennaio 2016 a 84 anni. Ne ricordiamo la carriera e la sua eredità per la cultura italiana

Di Guglielmo Latini
Pubblicato il 20 Gen. 2016 alle 12:44

Era nato a Trevico, in provincia di Avellino, il 10 maggio 1931, ed è stato per più di cinquant’anni uno dei più autorevoli protagonisti del cinema italiano. Regista e sceneggiatore, Ettore Scola si è spento a 84 anni il 19 gennaio 2016 al Policlinico Gemelli di Roma, dove era ricoverato da alcuni giorni per problemi cardiaci.

Con lui se ne è andato probabilmente l’ultimo dei rappresentanti di quella scuola cinematografica italiana che a partire dagli anni Quaranta aveva fatto puntare gli occhi del mondo sul nostro paese, prima col neorealismo, che con asciutta crudezza rappresentava gli orrori della guerra appena passata, e poi con la commedia all’italiana e il grande cinema d’autore,che continuarono a descrivere l’Italia mescolando ossessioni personali e satira di costume.

Scola è stato probabilmente il regista dell’epoca che di queste tre correnti – neorealismo, cinema d’autore e commedia all’italiana – ha rappresentato la perfetta unione, in una carriera che lo ha visto spaziare dal drammatico al grottesco, dalla comicità più intelligente alla rappresentazione di temi storici come fascismo e guerra partigiana.

Generalmente privo degli ermetismi di suoi colleghi e coetanei come Antonioni e Fellini, che avevano deliziato i cinefili degli anni Sessanta mettendo in scena la loro visione assolutamente personale del mondo, Scola è sempre stato un intellettuale senza però mai rinunciare alla vena popolare e ricca di umanità che traspariva nei suoi film.

Già dagli anni Quaranta si era affacciato sul mondo della creatività, inizialmente lavorando come fumettista satirico per il giornale Marc’Aurelio, dove trovò un collega d’eccezione in Federico Fellini, che, come è noto, seguì un percorso lavorativo simile, lasciando la matita per cimentarsi prima nella sceneggiatura e poi nella regia cinematografica.

Per Scola il percorso di passaggio dalla pagina scritta alla macchina da presa fu più lungo che per il collega riminese, visto che dalla sua prima sceneggiatura alla prima regia passano dodici anni, dal 1952 al 1964.

In questo periodo entra nel ristretto circolo di autori che dà vita a un vero e proprio nuovo genere, la commedia all’italiana, frutto della felicissima unione tra giovani attori di grandissimo talento (da Sordi a Manfredi, da Gassman a Tognazzi), registi capaci e prolifici (da Risi a Monicelli) e sceneggiatori acutissimi nel descrivere l’Italia del boom e delle piccole meschinità intrinseche al carattere italico, con Scola affiancato da Agenore Incrocci e Furio Scarpelli – noti anche come Age & Scarpelli – Rodolfo Sonego e Ruggero Maccari e pochi altri nel realizzare moltissime delle commedie dell’epoca. 

Una rapida rassegna dei film sceneggiati da Ettore Scola, spesso in collaborazione con i colleghi sopra citati, basta a dare l’idea di quanto sia stato importante il suo contributo alla storia del cinema comico, benché spesso amaro, di quegli anni: Un americano a Roma, Il conte Max, Il mattatore, Il sorpasso, I mostri, I complessi, per citare solo i più noti.

Nel 1964 esordisce con Se permette parliamo di donne, e negli anni seguenti ottiene il grande successo in particolare con l’esilarante Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1966), con l’accoppiata Alberto Sordi-Nino Manfredi, e Dramma della gelosia – tutti i particolari in cronaca (1970), che vede in scena un triangolo amoroso tra Marcello Mastroianni, Monica Vitti e Giancarlo Giannini.


È però negli anni Settanta che Scola produce probabilmente le sue opere migliori, riuscendo nella rarissima alchimia di unire risate, dramma e lucida analisi storica e sociologica del paese, senza dimenticare un gusto per la sperimentazione tecnica che lo porta a soluzioni cinematograficamente molto originali.

Nel 1974 arriva infatti nelle sale C’eravamo tanto amati, film che già dal titolo chiude simbolicamente la stagione della commedia all’italiana con un’elegia per i suoi protagonisti, ma anche per un trentennio di storia italiana collettiva.

Il film, che si divide tra bianco e nero e colore, a seconda delle epoche narrate, vede in scena i più grandi talenti attori dell’epoca: Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi e, in una serie di divertite comparsate, Vittorio De Sica, FedericoFellini e Marcello Mastroianni.

Attraverso la storia di tre amici ex partigiani, Scola racconta il dopoguerra e le diverse incarnazioni politiche e umane che dagli anni Quaranta hanno visto i rappresentanti di quella generazione prendere strade diverse e spesso inconciliabili, e ne descrive quello che ai suoi occhi è stato un fallimento.

Il film avrà un grande successo internazionale, contribuendo a rendere Scola uno dei pochi registi italiani apprezzati anche all’estero, e l’exploit sarà bissato due anni dopo con Brutti, sporchi e cattivi, commedia grottesca con Manfredi protagonista, che racconta con sguardo più che mai cinico e spietato la meschinità umana delle borgate romane, in cui non c’è più nessuno spazio per la compassione di pasoliniana memoria.

Il film viene premiato con la migliore regia al Festival di Cannes, mentre il seguente Una giornata particolare(1977) ottiene la candidatura all’Oscar come miglior film straniero, la prima di quattro nomination che lo vedranno sfiorare la statuetta con I nuovi mostri (1978), Ballando ballando (1983) e La famiglia (1987). 

Una giornata particolare è considerato una delle vette dell’opera di Scola, e vede i due protagonisti più noti del cinema italiano del dopoguerra, Marcello Mastroianni e Sophia Loren, impegnati in due ruoli completamente diversi da quelli che li avevano resi delle star internazionali, rispettivamente nei panni di un omosessuale e di una spenta casalinga volontariamente imbruttita al trucco.

Ambientato durante la giornata in cui Hitler visitò Roma accolto da grandi parate, e girato con colori desaturati per ricreare un’atmosfera lontana nel tempo, il film è una grande prova per gli attori protagonisti, e una toccante presa di posizione in favore dell’anticonformismo e della lotta al pensiero unico.

Scola è infatti tra i registi più politicizzati dell’epoca, da sempre vicino al Pci e poi alle varie successive incarnazioni della sinistra, e la sua conoscenza dell’ambiente degli intellettuali impegnati del tempo è ben testimoniato da La terrazza (1980), in cui viene smascherato impietosamente tutto il milieu dei salottieri radical chic impegnati a difendere cause politiche dagli attici romani. 

Gli anni Ottanta saranno forse meno incisivi per il regista, ma vedranno comunque delle grandi prove di narrazione e di messa in scena, in particolare con La famiglia (1987), che vede a confronto vecchie e nuove generazioni attraverso i conflitti tra Gassman e Sergio Castellitto, e Ballando ballando (1983), che con un’operazione di grande coraggio racconta cinquant’anni di storia francese senza dialoghi, ma solo attraverso l’utilizzo della musica.

Negli stessi anni dà vita alla grande coppia attoriale Marcello Mastroianni-Massimo Troisi, che interpretano per lui Splendor  e Che ora è, senza dimenticare la prova forse poco felice di Maccheroni, che ha però il merito di unire sullo schermo per la prima volta due giganti come Mastroianni e Jack Lemmon.

Gli anni Novanta e Duemila vedono un affievolirsi del suo successo commerciale, segno di un pubblico forse ormai troppo distante dalla generazione di autori che aveva vissuto gli anni Sessanta da protagonista, ma non si spegne in ogni caso il suo impegno nel sociale, con più di un contributo a documentari collettivi, per esempio sul G8 di Genova, e, negli ultimissimi anni, il sostegno alle iniziative del Cinema America Occupato a Roma, dimostrazione della sua curiosità e disponibilità nei confronti delle giovani generazioni. 

Il suo ultimo lavoro, inaspettato, era stato nel 2013 Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini, commovente omaggio all’amico e collega con cui aveva condiviso il percorso più lungo dai tempi della redazione del Marc’Aurelio, ed è bello immaginare che i due maestri si siano reincontrati in tempo per festeggiare insieme il 20 gennaio, giorno del compleanno di Fellini.

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