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“Come mi uccideresti? Perché mi odi? Caro razzista, ti scrivo perché sono nera e vorrei incontrarti”

Una ragazza di 20 anni, originaria del Burkina Faso, scrive una lunga lettera all'autore di alcune frasi razziste apparse nel bagno della biblioteca universitaria alle Zattere di Venezia

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 16 Mar. 2018 alle 14:10 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 08:42

“Ho tentato a più riprese di immaginare la scena di un ragazzo che come molti altri mi chiede di fare una tessera giornaliera, e lo immagino come il probabile autore delle scritte. E voglio parlargli, capire perché mi voglia uccidere, visto che sono negra. Sono impaurita, non perché io abbia paura di essere uccisa, ma mi spaventano le ragioni per cui verrei uccisa. Come puoi pensare di uccidere qualcuno solo per il colore della sua pelle?”.

A domandarselo è Leaticia Ouedraogo, 20 anni, originaria del Burkina Faso, studentessa di lingue al Collegio internazionale di Ca’ Foscari. Leaticia scrive queste parole dopo aver trovato delle scritte razziste nel bagno dei maschi della biblioteca universitaria alle Zattere, dove lavora.

Le scritte inneggiano al duce e a Luca Traini, l’autore della tentata strage a Macerata in cui ha sparato diversi colpi di arma da fuoco contro persone di colore.

Leggi anche: La lettera della professoressa di Macerata ai suoi studenti stranieri che non vanno più a scuola per paura

Leaticia è arrivata in Italia con la madre quando aveva 11 anni, suo fratello più piccolo è nato qui. Vive a Venezia ma è di Bergamo.  Le sue parole, pubblicate qualche giorno fa nel blog studentesco “Linea 20“, arrivano dopo i fatti di Firenze – dove Idy Diene, ambulante senegalese di 53 anni è stato ucciso da da Roberto Pirrone – e dopo i fatti di Macerata.

Laeticia si rivolge all’autore delle frasi razziste:

“Un momento di profondo respiro. Rileggo la frase di nuovo. Per un bianco, o comunque un non negro, credo che questa affermazione possa suscitare ribrezzo, tristezza, rabbia. In verità non so cosa possa provare un bianco, e non so perché debba essere diverso da quello che può provare una negra quale sono io. Da negra, non mi sento offesa. Sono profondamente confusa che queste scritte si ritrovino in un luogo così culturale, e confusa soprattutto perché probabilmente l’autore delle scritte è un mio coetaneo”.

“Cosa ti può distorcere così tanto da volere uccidere qualcuno perché non è bianco? Ho le vertigini solo a pensarci. Cosa otterresti dalla mia morte? Io vorrei solo capire. Vienimi a parlare. Voglio essere guardata dritto negli occhi e voglio sentire cosa ti affligge. Perché mi odi? Come mi uccideresti? Come ti sentiresti dopo la mia morte? Saresti felice? Voglio capire la dinamica dei tuoi sentimenti. Vienimi a parlare prima di uccidermi, cosicché io ti possa abbracciare e mostrare un po’ di umanità”, scrive la ragazza.

“Io non ti odio, non perché io sia gentile. È perché sono profondamente triste per te, provo pietà perché non so come tu sia giunto a questo punto. Mi dispiace per i fallimenti che ci sono stati nella tua educazione. Mi dispiace che qualcuno sia riuscito a manipolarti a tal punto e a convincerti di queste cose. Ti hanno avvelenato la mente e il cuore con questo odio insensato e questo suprematismo bianco”.

La sua lunga missiva ha un incipit ben preciso, nel quale riporta una conversazione avuta con il fratello più piccolo che le chiede il significato di una parola sentita a scuola “negher“.

“In otto anni della sua vita, non ho mai pensato che avrei dovuto un giorno spiegargli il razzismo” .– scrive la ragazza – “Sono stata molto ingenua perché, dall’alto dei miei vent’anni, di episodi di razzismo ne ho vissuti. I primi si sono verificati quando avevo all’incirca dodici anni. Ma ero già grande e sapevo difendermi con le sole parole”.

Leaticia: “E cos’hai mangiato oggi in mensa?”

Mathys: “Uhm… la pasta in bianco con tantissimo formaggio.”

Leaticia: “Wow, che buono!”

Mathys: “Eh sì. Ma Leaty, posso farti una domanda?”

Leaticia: “Certo Mathys, dimmi tutto.”

Mathys: “Ma cosa vuol dire negher?”

Leaticia: “Perché me lo chiedi?”

Mathys: “Perché oggi all’intervallo Alessandro e Gabriele mi hanno detto negher.”

Leaticia: “E tu cos’hai risposto?”

Mathys: “Ehhh niente perché non so cosa vuol dire.”

Leaticia: “Ok… Allora, negher vuol dire negro.”

Mathys: “OHHH!!!”

Leaticia: “Eh sì, Mathys, ti hanno detto che sei negro. Doveva essere un insulto. Magari credono di essere migliori di te perché loro sono bianchi. Ma tu non ci devi credere, perché non è vero. La prossima volta che te lo dicono, tu rispondi che sei fiero di essere negro. Capito?”

Mathys: “Sì.”

Leaticia: “Bravissimo. Ripetilo.”

Mathys: “Cosa?”

Leaticia: “Che sei fiero di essere negro.”

Mathys: “Sono fiero di essere negro.”

Leaticia: “Ecco. Bravissimo. Ti voglio bene, Mathys.”

Mathys: “Anche io ti voglio bene, Leaty.”

“Le nostre conversazioni non durano mai più di una decina di minuti. Solitamente, ci raccontiamo quello che facciamo e quello che mangiamo. A volte mi chiede come stiano i miei amici. Altre volte mi racconta delle sue liti con la mamma. Altre volte ancora, lo aiuto a fare i compiti al telefono. A otto anni, come si rielabora il razzismo? E io, da sorella maggiore, come lo semplifico il razzismo per un bambino ingenuo?

“Ancora non lo so. Ma devo trovare un modo di rendere mio fratello immune al razzismo”, conclude Laeaticia.

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