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Vi racconto il giorno in cui ho ritrovato il corpo di Aldo Moro, 41 anni fa

Antonio Cornacchia, ex generale dell'Arma dei Carabinieri

Antonio Cornacchia, nome in codice Airone 1, è l’uomo che per primo ha ritrovato il corpo di Aldo Moro il 9 maggio 1978. Ecco la sua versione dei fatti:

Di Anna Ditta
Pubblicato il 9 Mag. 2019 alle 08:06 Aggiornato il 9 Mag. 2019 alle 11:29

Il 9 maggio 1978, alle 13.20 circa, il comandante Antonio Cornacchia – nome in codice Airone 1 – ricevette una telefonata via radio dalla centrale operativa dei Carabinieri di Roma, che gli comunicava la presenza di una macchina sospetta parcheggiata a via Caetani. Cornacchia fu l’uomo che per primo vide il corpo di Aldo Moro.

 

Oggi Cornacchia ha 86 anni. Nella sua carriera nell’Arma, ha arrestato il criminale Renato Vallanzasca e, dopo aver comandato il Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma, ha lavorato nei servizi segreti. Di lui la stampa dice che aveva la tessera 871 della P2, circostanza che lui smentisce, dicendo di aver svolto anche delle perquisizioni nei confronti di Licio Gelli.

Negli anni Cornacchia ha ricevuto diverse intimidazioni. Il 27 luglio 1978 gettarono delle bombe a mano nel suo ufficio e il suo collega Antonio Varisco fu ucciso dalle Brigate Rosse il 13 luglio 1979 sul lungotevere Arnaldo da Brescia, ai piedi della stele che ricorda Giacomo Matteotti.

Come ogni mattina Cornacchia doveva incontrarlo a Piazza del Popolo, dove erano soliti prendere il caffè. “Quel giorno arrivai con 20 minuti di ritardo”, dice. “Quando arrestammo uno dei responsabili ci disse che quella mattina avrei dovuto essere io il loro bersaglio, ma non mi ero presentato e quindi uccisero lui”.

TPI ha intervistato l’ex generale Cornacchia per chiedergli di raccontare cosa accadde esattamente il giorno del ritrovamento del corpo di Aldo Moro.

Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro

Dal mattino del 16 marzo, giorno del rapimento di Moro, il Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma, stava cercando di scoprire “la prigione del popolo”, il covo in cui le Brigate Rosse tenevano nascosto il politico democristiano.

Era stato sempre Cornacchia, insieme ai suoi uomini, a indagare insieme alla Digos di Roma sulla strage di via Fani, durante la quale furono uccisi gli uomini della scorta dell’onorevole Moro, e l’onorevole fu rapito dalle Brigate Rosse.

“Lì fui fortunato”, racconta Cornacchia. “Dopo due ore potei delineare l’identikit dei due uomini in divisa che spararono e uccisero i due carabinieri, Leonardi e Ricci, che erano a bordo dell’auto con l’onorevole Moro”.

Dopo 55 giorni, durante i quali la polizia giudiziaria si trova, secondo Cornacchia, in uno stato di completo “disorientamento”, con parentesi che lui stesso definisce “discutibili” nell’operato dell’ente (si veda più avanti, ndr) il 9 maggio 1978 il comandante riceve quella telefonata.

La chiamata via radio dalla centrale operativa dei Carabinieri di Roma andò più o meno così:

“Airone 1”, lo chiamò il colonnello De Donno.

“Avanti”, rispose lui.

“Portarsi immediatamente a via Caetani, c’è una Renault 4 sospetta. Il numero di targa comincia con Roma N5”.

“Vado subito, sono nei paraggi”.

“La mattina del nove maggio, erano circa le 13.20, io mi trovavo a piazza Ippolito Nievo, lungo viale Trastevere”, ricorda Cornacchia. “Ricevetti una telefonata del mio collega, il colonnello De Donno, che dalla centrale operativa dei Carabinieri di Roma mi diceva di portarmi in via Caetani. Pochi minuti prima aveva ricevuto dalla Questura di Roma la segnalazione di una macchina sospetta. Mi indicò anche una parte della targa: Roma N5”, racconta l’ex generale.

“Impiegai sei o sette minuti ad arrivare in via Caetani”, prosegue Cornacchia. “Dopo aver oltrepassato il ponte Garibaldi, via Arenula, Largo Argentina e via delle Botteghe oscure, la seconda strada sulla destra è via Caetani. Raggiunsi la strada prima delle 13.30. Localizzai l’auto e diedi un’occhiata all’interno, l’abitacolo era tutto libero. Era una Renault 4 rossa amaranto.  Notai nel portabagagli posteriore, dal lunotto, che c’era un plaid che copriva qualcosa di voluminoso, ma naturalmente non potevo sapere cosa fosse”.

Cornacchia racconta che a quel punto telefonò via radio alla centrale, e diede altre indicazioni sulla macchina, completando il numero di targa. Il suo collega gli disse: “Non toccarla, attendi che arrivino gli artificieri”.

Nell’attesa, il comandante chiese notizie sull’automobile ai funzionari della Biblioteca vicina. Da quanto era parcheggiata lì? “Seppi che uno dei funzionari della biblioteca era solito parcheggiare la macchina lì. E quella mattina aveva trovato il posto occupato. Per cui potei stabilire l’ora esatta in cui la macchina fu parcheggiata lì: alle 8 meno cinque del mattino”.

Ma qui sorge un enigma che l’ex carabiniere non riesce ancora a spiegarsi: la telefonata con cui il brigatista Valerio Morucci, utilizzando il nome del sedicente “dottor Nicolai”, comunicava al professor Tritto, assistente di Aldo Moro, la presenza della Renault 4 con a bordo il cadavere di Moro, avvenne alle 12.20. Come mai la segnalazione a Cornacchia arriva un’ora dopo? “Non credo che il mio collega ebbe la telefonata molto prima delle 13.20. È più di un’ora”

Nonostante la richiesta del suo collega, Cornacchia non aspettò l’arrivo degli artificieri, ma aprì il bagagliaio dell’automobile con un piede di porco che aveva con sé. Quando TPI chiede all’ex generale come mai andava in giro con un piede di porco in macchina, lui risponde: “La stampa ci aveva da tempo accusato di essere stati superficiali nelle “visite” che avevamo fatto a via Gradoli (il covo delle Brigate Rosse, ndr). Noi avevamo il mandato per fare dei controlli, ma non avevamo l’ordine di sfondare le porte nel caso in cui non aprisse nessuno. Allora dopo queste critiche, andando contro la legge iniziai a portarmi dietro questo rudimentale piede di porco”, sostiene Cornacchia, che comunque dice di non essere stato presente il giorno dei controlli al covo delle Br.

Una volta aperto il bagagliaio della macchina e scostato il plaid, Cornacchia vide il corpo di Aldo Moro. “Quello che mi colpì più di tutto era la lingua tra i denti, con tracce di sangue”, dice. “Che indicava che la morte era stata lenta e dolorosa. Notai anche tracce di sangue tra l’indice e il medio di una mano, come se l’onorevole Moro avesse tentato di difendersi con la mano dai proiettili”.

Qualche minuto dopo, mentre Cornacchia sta comunicando con la centrale attraverso l’autoradio, arrivò sul posto l’onorevole Gian Carlo Pajetta, del Partito comunista italiano, insieme alla sua compagna Miriam Mafai. Chiesero se si trattasse del corpo di Moro, e Cornacchia confermò. “Vuole vederlo?”, chiese il carabiniere a Pajetta. “No, preferisco ricordarlo per come ero solito incontrarlo”, rispose il politico. La giornalista Miriam Mafai invece volle vederlo, e poi scrisse un articolo sul ritrovamento del cadavere.

Cinque minuti dopo che Pajetta si era allontanato, arrivò l’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Cornacchia alzò ancora una volta il plaid. Il ministro si fede il segno della croce, bisbigliò qualche parola e poi disse: “Cornacchia, sa dove andrò adesso?”. Lui risposte: “No”. “Andrò a dare le dimissioni, perché abbiamo fallito”.

Intorno all’automobile intanto si era formata una calca, racconta Cornacchia, che poi ha seguito il feretro e nel pomeriggio assistette anche all’autopsia del cadavere.

I dettagli delle indagini

Quando Cornacchia parla di “parentesi discutibili” durante le indagini, fa riferimento a casi in cui sarebbe stata apertamente violata la legge pur di riuscire a liberare Aldo Moro, almeno in una prima fase delle indagini.

“In quel momento io non dissi nulla perché avrei avuto conseguenze immediate, ma poi ho scritto tutto”, sostiene Cornacchia, che in seguito ha scritto il libro Airone 1. Retroscena di un’epoca pubblicato con Editoriale Sometti nel 2016.

“Allora l’onorevole Nicola Lettieri era responsabile dell’Unità di crisi. Dopo il rapimento Moro insisteva con noi della polizia giudiziaria chiedendoci di fare l’impossibile”, racconta Cornacchia. “E siccome questa espressione la ripeté per ben tre volte, a un certo punto gli chiesi: onorevole, lei cosa intende dire? Andare al di là del lecito? Se necessario anche, rispose lui. Penso che sia noi carabinieri sia quelli della Digos lo abbiano fatto. Io l’ho fatto in prima persona”.

A TPI, Cornacchia rivela di essersi avvalso di un “aiutante di polizia giudiziaria”: in altre parole un latitante della ‘ndrangheta, che gli pose alcune condizioni in cambio di una sua collaborazione.

Per prima cosa gli chiese di avere prima il consenso del suo capo-cosca, che Cornacchia riuscì ad ottenere. Poi, secondo il racconto dell’ex generale, gli chiese addirittura di incontrare il presidente della Repubblica Giovanni Leone, e Cornacchia sostiene di essere riuscito ad organizzare l’incontro in quanto Leone era stato suo docente universitario a Napoli.

Ottenuto il presunto placet del Capo dello Stato, il latitante chiese di contattare il capo della mafia siciliana, cosa che Cornacchia dichiara di essere riuscito a fare.

“Io l’ho fatto avvicinare al capo della mafia”, dice, “il quale a un certo punto chiese però a questo ‘ndranghetista di non interessarsi, offrendogli anche dei soldi. ‘Sappia che ai politici non interessa che Moro venga liberato’, gli disse. E io non ho più potuto usufruire dell’appoggio di quest’uomo che si era dichiarato disponibile. Quando cominciò a consolidarsi la linea della fermezza, il potere politico avvertì quindi la mafia”.

Cornacchia non rivela il nome del capomafia con cui si sarebbe messo in contatto, ma sostiene che non si trattasse di Stefano Bontate.

“Bontate fu contattato da Andreotti, all’incirca a metà aprile”, sostiene Cornacchia. “E il capomafia si dichiarò disponibile. Poi, siccome Bontate aveva litigato con Totò Riina, Andreotti si rivolse direttamente a quest’ultimo”.

“La camorra invece si è rifiutata”, aggiunge Cornacchia. “Cutolo disse di no perché il suo luogotenente Enzo Casillo, di cui si fidava, gli disse che i politici non volevano che loro si interessassero”.

Ma come avvenivano questi contatti? “Avevamo gente che ci accompagnavano a destra e a sinistra”, spiega Cornacchia. “Quindi loro (i brigatisti, ndr) sapevano tutto, tutto. Si sa che questa prigione del popolo, in via Montalcini 8, guarda caso era circondata da appartamenti di proprietà dei componenti della Banda della Magliana. Per cui Mario Moretti era tranquillissimo, Prospero Gallinari era tranquillissimo. Quando si avvicinavano i carabinieri o la polizia, davano l’allarme”.

Cornacchia cita anche un presunto ruolo dell’organizzazione segreta chiamata Noto Servizio o Anello, una sorta di servizio segreto parallelo alle dipendenze della Presidenze del Consiglio. A suo dire questa organizzazione sarebbe riuscita a localizzare il covo in cui si trovava Aldo Moro, ma poi fu bloccata proprio da Palazzo Chigi.

Tre giorni prima del ritrovamento del corpo di Aldo Moro, la sera del 6 maggio, Cornacchia racconta di essersi recato insieme a due intermediari a Castel Gandolfo, residenza estiva del papa.

“Ebbi modo di constatare che il papa Paolo VI era riuscito a raccogliere 10 miliardi di lire di riscatto e il Vaticano aveva preso contatto con le Brigate Rosse, che avevano accettato la trattativa”, dice Cornacchia. “Ma quella sera ci fu una telefonata al segretario particolare del papa che fece saltare tutto all’ultimo momento. Io penso di sapere chi è stato, ma sono supposizioni. A chiamare era stato un componente della loggia di Cristo Re in Paradiso, anche se non ho mai saputo chi fosse. Da quella sera iniziai a pensare che tutto sarebbe volto al peggio”.

L’operato dei carabinieri e i legami delle BR con la ‘ndrangheta

“Negli anni successivi si è parlato poco del nostro modo di agire”, dice Cornacchia “Alla Commissione parlamentare mi hanno chiesto se mi rendevo conto di aver commesso dei reati, perché non avevo l’autorizzazione per fare quello che ho fatto, se mi rendevo conto di essere un deviato, perché poi sono stato anche ai Servizi segreti. Tutti si aspettavano che mi giustificassi. Invece ho detto, sì, ho commesso i reati. Ma ormai sono tutti prescritti”.

“Quanto ai servizi, una volta arrivato lì mi sono reso conto di dover fare un doppio giuramento”, sostiene Cornacchia. “Ai servizi e a chi ha vinto la guerra”, aggiunge, riferendosi alla Cia, che a suo dire ha fatto delle imposizioni al Sismi (i servizi segreti italiani), anche se non specifica di quali imposizioni si tratta.

Già prima del rapimento di Moro, Cornacchia segnalò in alcuni rapporti i presunti legami tra le Brigate Rosse e la ‘ndrangheta, ma quella pista non fu mai approfondita dagli inquirenti.

Quando gli viene chiesto il motivo di questo mancato approfondimento, Cornacchia risponde: “Chi non ha effettuato segnalazioni erano i servizi segreti. Dai servizi segreti in quei 55 giorni non abbiamo mai avuto una notizia, almeno io come comandante del nucleo operativo”.

Sul motivo di questo silenzio l’ex generale ha una sua teoria. “I servizi segreti erano alle dipendenze dei politici. Di noi, della polizia giudiziaria, non si sarebbero potuti servire, dovevamo dar conto alla Procura della Repubblica”, dice. “E i politici a un certo punto cambiarono idea, decisero di interrompere la trattativa per liberare Moro. Il motivo? È una mia supposizione: Moro pensava che svelando certi segreti inerenti la politica e il governo si sarebbe potuto salvare. Ma quando ha cominciato a toccare i tasti personali, ecco il risultato”.

Articolo di Anna Ditta. Intervista a cura di Giulio Gambino e Anna Ditta. Montaggio di Laura Melissari e Marta Vigneri. Ha collaborato Marta Perroni. 

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