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Occhetto e la fine della sinistra italiana: “Ecco perché abbiamo fallito”

“Fin quando la sinistra non si libererà delle vecchie concezioni di stampo neoliberista e fin troppo subalterne alle politiche di austerità, non potrà svolgere il proprio ruolo, che è quello di stare vicino agli ultimi, di riallacciare i propri legami con le fasce più deboli della popolazione. I populisti in realtà dicono cose vere, sono le loro risposte a essere sbagliate”. Intervista ad Achille Occhetto

Di Pietro Mecarozzi
Pubblicato il 10 Ago. 2018 alle 09:30 Aggiornato il 10 Ago. 2018 alle 09:35

Quando gli chiesero di fare da traghettatore moderato in uno dei momenti più delicati della storia della sinistra italiana, lui spinse il piede sull’acceleratore, giungendo così alla ben nota “svolta della Bolognina”. Achille Occhetto è ricordato per questo ma anche per la sua lungimiranza e l’esemplare sangue freddo con cui affrontò il dopo Berlinguer.

L’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano, nonché fondatore del Partito Democratico della Sinistra, confessa a TPI timori e perplessità, dopo aver assistito in silenzio alla parabola discendente del Pd e alla conseguente ascesa del populismo di Salvini.

Durante una celebre intervista, Enrico Berlinguer disse: “I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia”. Dando uno sguardo ai giorni nostri, come giudica la condotta dei partiti nostrani?

Io direi che oggi la situazione è totalmente diversa e anche più preoccupante dei processi di degenerazione che giustamente, a suo tempo, Berlinguer aveva messo in evidenza. Quello che oggi bisognerebbe capire, è che stiamo assistendo allo sconvolgimento di tutti gli algoritmi della politica del passato.

L’ondata di fondo ha sradicato tutte le forze che hanno le loro radici nel Novecento, siano esse socialista, centriste o moderate di centro-destra. Questo, a mio avviso, deve essere il punto di partenza da cui tutte le forze democratiche dovranno partire per pensare di rigenerarsi e di aprire un nuovo cammino.

Dopo la cocente sconfitta nelle ultime elezioni e la continua bagarre interna, il Pd resta un oggetto ignoto. Si è forse concluso il suo ciclo? Qual è il suo ruolo nell’attuale scacchiera politica?

Il Pd, ma le sinistre in generale, sono ancora autoreferenziali, parlano di se stesse, del giorno del congresso, se fare prima un segretario, un mezzo segretario o un segretario intero. Nel mio ultimo libro, in libreria a partire da ottobre, dal titolo Le radici del crollo. Tra l’eclissi e il risveglio della sinistra, dico con estrema chiarezza “che la sinistra è un’araba fenice che può rinascere dalle proprie ceneri, solo se consapevole di avere raggiunto lo stadio di cenere”.

Per questo non credo che si possa pensare di rivitalizzare la sinistra solo con un generico discorso unitario, o mettendo assieme i cocci dei vecchi apparati. Occorre una rifondazione generale della sinistra e di tutte le sinistre, e qui ritorna un tema che è stato disatteso dopo la Svolta, quello di una costituente, che ritorni ai principi di fondo, una costituente sui programmi.

Cosa serve alla sinistra italiana per tornare al governo del Paese?

Io penso a una convenzione di tutte le sinistre non intese come l’insieme di partiti e partitini, una convenzione programmatica dalle quali possono anche uscire posizioni diverse, ma nobili differenze non contrassegnate da appetiti d’apparato.

Non sono per il partito unico, io caldeggio una sinistra variegata ma solidale, disposta a collaborare nella differenza, capace di far rinascere un nuovo tipo di coalizione per il governo. Io direi alla sinistra oggi: capovolgete le vecchie caste. E proprio quello che ci si attende dalla sinistra: far saltare il vecchio tavolo, fare la mossa del cavallo verso un riformismo transnazionale.

Si è parlato di radici e di territorio, dal quale l’attuale sinistra secondo molti ha perso contatto. Per quale motivo c’è stata questa rottura del partito col “circolo”?

Non c’è dubbio che uno degli errori fondamentali non solo della sinistra italiana ma di quella europea, è di essere stata subalterna alle politiche neoliberiste. E quindi abbiamo un paradosso, perché invece di avere una rivolta da sinistra come era normale aspettarsi, abbiamo una rivolta da destra, una rivolta nazionalista. Quindi i populisti in realtà dicono anche cose vere, sono le loro risposte a essere sbagliate, questo è il punto.

E fin quando la sinistra non si libererà delle vecchie concezioni di stampo neoliberista e fin troppo subalterne alle politiche di austerità, non potrà svolgere il proprio ruolo, che è quello di stare vicino agli ultimi, di riallacciare i propri legami con le fasce più deboli della popolazione.

Questo, aggiungo, non lo si può fare con la vecchia sinistra estremista, ci vuole comunque una sinistra aperta, moderna rispetto all’innovazione, che capisca allo stesso tempo quali sono le esigenze del popolo e quali della produzione, dell’impresa. Questa è la vera scommessa della sinistra, mettere insieme le due cose.

Cosa suggerisce lei ad una nuova classe dirigente della sinistra?

Sono cambiati tutti i parametri, non c’è più la stessa fabbrica, lo stesso quartiere, la stessa chiesa. Inventare un nuovo modo di fare politica è anche inventare un nuovo modo di essere del partito politico. Io penso piuttosto ad un partito ramificato che ha i suoi sensori non solo genericamente sul terreno, le vecchie sezioni, ma dentro la cittadinanza attiva, e si allarga ai centri di ricerca, ai gruppi d’iniziativa sociale e culturale, alle università, ai luoghi della produzione intellettuale e materiale.

Come un cervello umano, le cui funzioni decisionali non sono tutte in un solo punto, ma si trasmettono in un continuo flusso di percezioni, informazioni e decisioni che dalla periferia corrono al vertice e viceversa.

Stiamo assistendo all’evolversi, a volte drammatico, della questione immigrazione. Il clima che si respira nel Paese è preoccupante: dov’è secondo lei il confine per non finire nell’atrocità quotidiana?

Penso purtroppo che stiamo già superando questo confine, non credo che ci sia bisogno di dire per esempio “Salvini è fascista”, ma è qualcosa di inquietante lo stesso, è disumano. Lo dimostrano tutte le vicende sull’immigrazione e su questo vorrei sottolineare un dato che dovrebbe coinvolgere tutti, e cioè quello delle fake news e delle bad news (notizie continuamente negative ndr), di cui sono maestri i populisti.

Ad esempio, i dati oggettivi ci dicono che è notevolmente diminuita l’immigrazione ma il populista grida all’invasione, i dati ci dicono che sono diminuiti i crimini ma il populista grida alla sicurezza e vuole armare i cittadini. Come uscire da tutto questo? L’insieme delle forze democratiche, e di sinistra, stentano a vedere il grave pericolo che scorre sotto la pelle del popolo italiano, un mix di indifferenza e imbarbarimento, una miscela vergognosa.

Basta battere stancamente i vecchi tracciati. Ci troviamo in una situazione estremamente pericolosa, che richiederebbe la condanna spietata e un celere contrattacco da tutto il mondo democratico.

Come pensa dovrebbe essere affrontata tale crisi dal Governo italiano? E quali aspetti devono essere migliorati nel rapporto con l’Ue?

Come possa affrontare il Governo italiano tale crisi è difficile dirlo, anche perché abbiamo un contratto di governo tra due forze che ogni giorno dicono cose diverse, per cui abbiamo sostanzialmente due governi in carica.

Pertanto, in sede europea non credo che questo Governo abbia la cultura politica per proporre seriamente un superamento dell’attuale crisi dell’Europa, anzi, la linea scelta da Salvini favorisce la crisi generale di quest’ultima, perché noi vediamo che non ci sono più soltanto i sovranismi classici, ma che i germi del sovranismo e del nazionalismo stanno intaccando tutto il corpo sociale europeo, anche in quei paesi che si schierano dalla parte europeista.

Quando, com’è avvenuto nell’ultimo vertice, si decide che l’assistenza e l’accoglienza, e la solidarietà, sono degli optional che ciascuno può accettare o non accettare, è chiaro che ci chiediamo, ma di che Europa si parla?

Quindi io ritengo che il problema dell’Europa non è più soltanto quello della modifica di alcune politiche, ma è quello di ritornare allo spirito di Ventotene, dei fondatori dell’Europa, che si fonda appunto su una visione di solidarietà estremamente ampia e di superamento dei vecchi egoismi nazionali.

Sotto questo profilo io patrocinio una vera e propria costituente europea. I Paesi di Visegrad sono nazionalisti, dunque restano fuori, se ne vanno. Non si può essere europeisti e nazionalisti nello stesso tempo.

I dati parlano chiaro. Se nel 2019 ritornassimo alle elezioni, molto probabilmente il Governo diventerebbe unicamente a stampo leghista. Tale proiezione corrisponde, secondo lei, a un’ipotetica realtà?

Io credo che nessuno di noi abbia la palla di vetro per capire qual è lo sbocco politico di questa situazione. Per il momento noi vediamo una deriva preoccupante, la Lega sta fagocitando i grillini e non viceversa come avevano previsto in molti.

Allo stato attuale delle cose, la Lega sta facendo una lunga campagna elettorale, per poi staccarsi dal M5s, riunirsi a quello che rimane del centrodestra e vincere assieme le prossime elezioni.

Questa è la prospettiva, se in Italia non si crea un’alternativa democratica ampia, magari con qualche grillino che nel frattempo scelga di cambiare casacca e di entrarne a far parte.

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