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    Yemen: neanche la pax cinese può mettere fine alla guerra dimenticata

    Credit: AP Photo

    Pechino ha riavvicinato l’Iran e l’Arabia Saudita, impegnate in un conflitto che in otto anni ha causato oltre 300mila morti. Ora però Riad vuole uscire dal pantano e punta su una nuova tregua con i ribelli filo-iraniani huthi. Ma deve fare i conti con gli Usa, gli Emirati Arabi e i loro alleati: sulla carta tutti vogliono la fine delle ostilità, eppure tra gli arabi e Washington crescono le divergenze sul futuro assetto da dare al Paese

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 26 Mar. 2023 alle 07:00 Aggiornato il 6 Apr. 2023 alle 11:30

    La guerra in Yemen pare ormai finita (o meglio esaurita) ma la pace non è mai cominciata e nemmeno il rinnovato attivismo diplomatico della Cina sembra poter cambiare le cose. È un paradosso, eppure è la situazione in cui si trova il Paese arabo dopo otto anni di brutale conflitto che ha provocato circa 377mila morti, di cui quasi 250mila deceduti per fame e malattie. La tregua di sei mesi siglata nell’aprile del 2022 non è mai stata ufficialmente rinnovata da quando è scaduta il 2 ottobre scorso, ma ancora regge nonostante le difficoltà e la catastrofe umanitaria che interessa 23,4 milioni di persone, compresi 4,3 milioni di sfollati.

    L’accordo diplomatico raggiunto il 10 marzo scorso tra Arabia Saudita e Iran con la mediazione di Pechino per la normalizzazione delle relazioni bilaterali tra i principali sostenitori delle parti in conflitto segna un passo incoraggiante verso una conclusione della guerra, ma quanto questa soluzione possa essere duratura è tutto da dimostrare.

    Il mese della rivelazione
    L’intesa infatti non promette solo il ripristino dei rapporti diplomatici tra Riad e Teheran – interrotti dal 2016 – ma, per il Wall Street Journal, prevede anche il blocco delle spedizioni di armi iraniane agli huthi (forniture che finora la Repubblica Islamica aveva sempre negato di aver assicurato ai ribelli di Sana’a). Tanto che il 15 marzo al Consiglio di Sicurezza dell’Onu l’inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha esortato le parti in conflitto a cogliere l’opportunità offerta da questo «rinnovato slancio diplomatico regionale» per compiere «passi decisivi verso un futuro più pacifico».

    E i successivi incontri tenuti tra funzionari iraniani e degli Emirati Arabi Uniti (su tutte la visita nel regno del capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Shamkhani) sembrano andare proprio in questa direzione. Abu Dhabi è il secondo più importante membro della coalizione araba che dal 2015 combatte contro i ribelli filo-iraniani huthi in Yemen. Qui gli Emirati sostengono una galassia di milizie, alcune vicine al governo internazionalmente riconosciuto guidato dal Consiglio presidenziale di transizione presieduto da Rashad al-Alimi e altre fedeli al Southern Transitional Council, un’organizzazione separatista che lotta per la secessione del sud del Paese. Se il dialogo tra Riad e Sana’a va avanti da mesi, soprattutto grazie alla mediazione dell’Oman, la svolta di inizio marzo sta spingendo anche Abu Dhabi a stabilire contatti diretti con gli huthi, aumentando le chance per la fine delle ostilità.

    Tutto questo dovrebbe portare, nel corso del mese di Ramadan (cominciato il 22 marzo), all’annuncio di un’estensione della tregua, che forse conterrà ben più di un semplice accordo di cessate il fuoco. L’intesa, secondo indiscrezioni del quotidiano Al-Arab, prevederebbe la progressiva riapertura del porto di Hodeidah e dell’aeroporto internazionale di Sanaa e – punto molto controverso – il pagamento degli stipendi dei dipendenti pubblici anche nel territorio controllato dagli huthi (militari esclusi).

    Un accordo che in realtà sarebbe già stato negoziato a fine gennaio tra Riad e il movimento Ansarullah (braccio politico degli huthi) nei colloqui tenuti a Sanaa e Sadaa con la mediazione omanita. Tanto è vero che, nel quadro della tregua mediata dalle Nazioni Unite, il 26 febbraio scorso è attraccata a Hodeidah la prima nave cargo dal 2016, mentre il giorno dopo è atterrato all’aeroporto internazionale di Sana’a un volo commerciale proveniente da Amman, in Giordania, il 115esimo dal maggio scorso. La piena attuazione dell’intesa però – accusano i ribelli – sarebbe stata bloccata dagli Usa e dagli Emirati. Washington e Abu Dhabi, secondo un’esclusiva del giornalista libanese Hassan Illaik, avrebbero infatti cercato «di minare» tali accordi per i propri interessi.

    I conti senza l’oste
    Sulla carta gli Usa hanno applaudito l’intesa raggiunta a Pechino tra Riad e Teheran, con la portavoce della Casa bianca, Karine Jean-Pierre, che a caldo ha sottolineato come l’accordo potrebbe «aiutare a porre fine alla guerra in Yemen». Per ottenere una pace duratura però bisognerà andare incontro agli interessi dei principali attori in campo, in primis gli Usa.

    Washington ha investito miliardi nel corso della guerra per appoggiare lo sforzo bellico saudita, arrivando persino a chiudere un occhio sui bombardamenti di civili inermi. Se tra il 2010 e il 2015 – primo anno della guerra in Yemen – gli Usa hanno venduto 3 miliardi di dollari di armi a Riad, nei successivi cinque anni quella cifra ha superato i 64 miliardi. Ciononostante, i sauditi e i loro alleati non sono riusciti a perseguire l’obiettivo più importante e caro alla Casa bianca (indipendentemente dal suo inquilino): allontanare l’Iran e i suoi alleati da un’area tanto strategica.

    E così, negli ultimi anni, è aumentato il coordinamento politico e militare tra Usa ed Emirati Arabi, soprattutto nelle regioni dove gli alleati di Abu Dhabi hanno preso il controllo a scapito dei sauditi e delle milizie loro affiliate, guarda caso punti strategici per la navigazione e il controllo delle risorse energetiche. Le forze emiratine sono presenti sulle isole di Socotra e Perim, che controllano rispettivamente il transito nel Golfo di Aden e nello Stretto di Bab el Mandeb, da dove ogni giorno passano milioni di barili di petrolio e miliardi di metri cubi di gas. Nell’agosto scorso poi, le forze di difesa dello Shabwa e le cosiddette Brigate dei Giganti, due milizie affiliate al Southern Transitional Council sostenuto da Abu Dhabi, hanno conquistato i maggiori giacimenti di gas e petrolio nel sud del Paese. Come certifica l’ong internazionale Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled), questo permette agli Emirati di avere un controllo indiretto non solo del porto di Aden ma anche dei principali terminal yemeniti per l’esportazione di idrocarburi: Bir Ali e Ash Shihr, da dove parte il petrolio, e Balhaf, dove arriva il Gnl estratto nel centro-nord del Paese.

    Insomma, è evidente con chi dovrà fare i conti Riad per ottenere una vera pace. In più, prima di raggiungere questo obiettivo, bisognerà chiarire quale futuro attende lo Yemen: quello di un Paese unito in pace con i suoi vicini (in primis il gigante saudita) o di una terra ancora divisa tra milizie, reclutate su basi etniche, confessionali e di affiliazione internazionale. Tutti problemi che la nuova pax cinese non sembra (per ora) in grado di risolvere.

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