I Democratici hanno conquistato sia la Camera dei Rappresentanti sia il Senato alle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, sconfiggendo i candidati repubblicani appoggiati dal presidente Donald Trump, anche a causa della frustrazione degli elettori per l’aumento dell’inflazione e le conseguenze economiche della guerra contro l’Iran e dei dazi voluti dalla Casa bianca. I dem, come evidenziato dalle proiezioni delle principali reti televisive e dell’agenzia stampa Associated Press, hanno conquistato almeno 53 seggi al Senato su 100 e 255 deputati su 435 alla Camera.
La cosiddetta “onda blu” si è abbattuta su roccaforti tradizionalmente repubblicane come Texas, Kansas e South Carolina, ribaltando i seggi chiave, riuscendo a vincere anche nei distretti elettorali ridisegnati appositamente per favorire i repubblicani e mettendo in serio pericolo il programma politico della Casa bianca per gli ultimi due anni di mandato. Di fronte a questo vero e proprio tracollo per la maggioranza uscente, il leader democratico al Senato Chuck Schumer ha parlato di «una rimodellazione generazionale della mappa del Senato», mentre il capogruppo alla Camera Hakeem Jeffries ha dichiarato che «il popolo americano chiede a gran voce un cambiamento». Dal canto suo, sul social Truth, Donald Trump ha cercato immediatamente di spostare le colpe della sconfitta sul suo partito: «Non ero sulla scheda elettorale e se lo fossi stato, avremmo vinto A VALANGA!». Dichiarazioni che hanno sorpreso non poco i suoi sostenitori, visto che il presidente ha trascorso diverse settimane a chiedere agli elettori di fare finta che lui fosse sulla scheda. Il magnate ha comunque accettato i risultati, annunciando la volontà di collaborare con i democratici, promettendo però al contempo di usare le proprie prerogative presidenziali per bloccare provvedimenti sgraditi alla Casa bianca approvati dal Congresso, postando sui social un cappellino con la scritta “Mr. Veto”.
I ribaltoni
La spinta democratica ha attraversato alcuni degli Stati più conservatori della nazione, cogliendo di sorpresa vari analisti e sconfiggendo candidati scelti direttamente da Donald Trump. In Texas, dove i dem hanno eletto anche la nuova governatrice Gina Hinojosa, il democratico James Talarico ha sconfitto il procuratore generale Ken Paxton nella corsa senatoriale più costosa della storia americana. In Iowa, il deputato statale Josh Turek ha superato la collega repubblicana Ashley Hinson, sostenendo che lo Stato stesse subendo le conseguenze peggiori dei dazi doganali e dell’aumento del prezzo del gasolio a causa della guerra contro l’Iran. In Kansas, il pastore Adam Hamilton ha spodestato il senatore repubblicano Roger Marshall, diventando il primo senatore democratico dello Stato dal 1932. In Michigan, il democratico Abdul El-Sayed, medico di origine egiziana e fede islamica, è diventato il primo senatore musulmano della storia degli Usa, superando il repubblicano Mike Rogers, appoggiato all’ultimo momento anche da Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed alle primarie democratiche. Straordinaria anche la vittoria in South Carolina, dove l’esponente democratica Annie Andrews ha battuto Darline Graham, sorella del defunto senatore Lindsey Graham, strappando un seggio che era in mano repubblicana da decenni. A completare il quadro dei ribaltoni al Senato ci sono il ritorno di Sherrod Brown in Ohio contro Jon Husted e il successo di Roy Cooper in North Carolina, mentre in Georgia il democratico Jon Ossoff ha ottenuto la rielezione consolidando la propria base. Sul fronte della Camera, invece, i Democratici hanno retto bene anche nei distretti ridisegnati in Florida, dove il voto delle comunità latine ha evidenziato una netta inversione di tendenza rispetto al 2024, azzerando i guadagni trumpiani in contee chiave come quella di Miami-Dade.
Il fattore Iran e l’economia
Il clima di profondo malcontento dell’elettorato è emerso con forza da un sondaggio realizzato dall’Associated Press, che ha fotografato un Paese in cui circa tre quarti degli elettori si sentono insoddisfatti dalla traiettoria dell’economia nazionale. Circa l’80 per cento della popolazione ha giudicato l’inflazione come una fonte di grave o moderata difficoltà finanziaria per le famiglie, definendo la situazione economica complessiva come cattiva o carente. Oltre al costo della vita, circa la metà degli elettori ha indicato la corruzione nell’amministrazione come un fattore determinante per il proprio voto, superando temi come le politiche sull’immigrazione, i data center per l’intelligenza artificiale e la guerra contro l’Iran. Proprio il conflitto scatenato il 28 febbraio dagli Usa e da Israele contro la Repubblica islamica e le sue conseguenze sui prezzi del carburante hanno pesato sulle elezioni, come ammesso dallo stesso presidente in un’intervista telefonica concessa a Fox News, in cui ha dichiarato: «La gente è d’accordo con quello che sto facendo sull’Iran, ma probabilmente non era disposta a pagare le conseguenze a breve termine di pagare di più per la benzina».
La resa dei conti di Trump
Nonostante le tensioni iniziali e le minacce di ricorrere a poteri straordinari, inclusa la proclamazione di una settimana dedicata alla lotta contro il comunismo e le aspre polemiche via social contro la stessa emittente Fox News, accusata di non averlo sostenuto abbastanza, Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni di tono insolitamente disteso durante la tarda serata. Sempre in un colloquio telefonico con Fox News, il presidente ha riconosciuto il risultato elettorale: «Penso che i Democratici abbiano fatto un buon lavoro; davvero. Hanno lottato duramente. È da 11 anni che cercavano questa vittoria e finalmente ce l’hanno fatta». Intervistato anche dal New York Times e dal Wall Street Journal, Trump ha confermato che accetterà l’esito del voto, scartando l’ipotesi di contestare i risultati ed escludendo imminenti rimpasti nella sua amministrazione, sebbene abbia ribadito la ferma intenzione di usare la sua prerogativa costituzionale contro ogni iniziativa parlamentare sgradita: «Il potere di veto è uno dei poteri più forti che un presidente possiede: se approveranno cose folli, io porrò il veto».
Prospettive per il 2028
I risultati straordinari ottenuti dai Democratici ridefiniscono non solo gli equilibri immediati a Washington, ma aprono anche scenari inediti in vista delle presidenziali del 2028, rinvigorendo le ambizioni di diversi governatori dem usciti vincitori dalle urne. Tra questi, i riconfermati JB Pritzker in Illinois e Josh Shapiro in Pennsylvania hanno brillato per margini e consensi, con il primo che nel suo discorso ha evocato le sfide future affermando: «Cosa ci aspetta in futuro? La risposta è semplice: vi chiederò di continuare a sperare, di avvolgervi nella speranza, nel coraggio. Abbiamo scalato una montagna stasera, ma siamo seduti alla base di un’altra». A rafforzare il quadro delle novità politiche si aggiungono la vittoria storica di Keisha Lance Bottoms in Georgia, destinata a diventare la prima governatrice afroamericana di uno Stato americano, e l’ascesa di figure come Hakeem Jeffries, pronto a raccogliere lo scranno di primo speaker afroamericano della Camera con un’agenda incentrata sul contenimento del costo della vita e su un’aggressiva supervisione dell’amministrazione federale in carica. Da non sottovalutare nemmeno la riconferma di Jon Ossoff in Georgia, riconfermato al Senato, e gli astri nascenti di James Talarico in Texas e Abdul El-Sayed in Michigan. Ma la strada per le presidenziali del 2028 è lunga e Trump ha ancora due anni alla Casa bianca per sparigliare le carte.