Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    Il “Board of Peace” di Trump si riunisce per la prima volta a Washington: chi partecipa, chi no e cosa c’è all’ordine del giorno

    Il presidente Usa Donald Trump alla cerimonia di firma del “Board of Peace” al World Economic Forum 2025 di Davos, in Svizzera, il 22 gennaio 2026. Credit: Benedikt von Loebell / Avalon / AGF

    Per l’Italia è presente, come osservatore, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani mentre a rappresentare l’Ue c’è la Commissaria per il Mediterraneo e la demografia ed ex sindaca della città croata di Dubrovnik, Dubravka Suica

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 19 Feb. 2026 alle 10:36 Aggiornato il 19 Feb. 2026 alle 10:40

    La prima riunione ufficiale del controverso “Board of Peace” voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump è prevista oggi, giovedì 19 febbraio 2026, presso il Donald J. Trump Institute for Peace, l’ex United States Institute of Peace, ribattezzato di recente in onore dell’attuale inquilino della Casa bianca, a Washington DC. Ma ancor prima che si apra il sipario sulla riunione, a cui tra membri fondatori, osservatori e ospiti di peso dovrebbero partecipare i rappresentanti di oltre 40 Paesi e organizzazioni internazionali, Italia e Unione europea compresi, le polemiche la fanno da padrone. Anche perché le sedie vuote fanno rumore almeno quanto quelle occupate.

    L’agenda dell’incontro
    Il focus principale della giornata dovrebbe essere dedicato alla ricostruzione della Striscia di Gaza, ridotta in macerie da oltre due anni di guerra. D’altra parte la formazione del “Board of Peace” era stata annunciata per la prima volta proprio nell’ambito del piano della Casa bianca per una tregua tra Israele e Hamas. Sul tavolo, come già annunciato negli scorsi giorni da Trump, l’impegno da 5 miliardi di dollari dei Paesi membri, una cifra del tutto insufficiente allo scopo, visto che le Nazioni Unite stimano almeno 70 miliardi di danni per rimettere in piedi Gaza. Non parliamo poi delle ambizioni dell’organizzazione, che secondo il presidente Usa, non dovrebbe limitarsi alla Striscia ma promuovere la pace anche nel resto del mondo.
    Oltre ai fondi per la ricostruzione però, la riunione deve affrontare il nodo spinoso della cosiddetta “Forza Internazionale di Stabilizzazione” (Isf), un contingente multinazionale destinato a mantenere l’ordine a Gaza e a garantire il disarmo di Hamas, una condizione irrinunciabile per Israele e pilastro dell’accordo di cessate il fuoco nella Striscia. Finora, l’unico Paese ad aver offerto un impegno concreto è l’Indonesia, con circa ottomila militari. Il presidente Prabowo Subianto, presente oggi a Washington, ha assicurato di voler lavorare con altre grandi nazioni islamiche per “raggiungere una pace duratura in Palestina”, ammettendo tuttavia che “ci sono ancora ostacoli da superare”. Hamas, dal canto suo, non ha dato segnali di disponibilità al completo disarmo mentre, secondo indiscrezioni del quotidiano britannico The Telegraph, l’amministrazione Usa valuta la possibilità di reclutare anche personale appartenente a clan e organizzazioni criminali per costituire una forza di polizia locale nella Striscia. Un’ipotesi che non piace né ai vertici militari Usa né alle diplomazie europee mentre, come annunciato in Parlamento dal vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, l’Italia si è impegnata “all’addestramento in Giordania di 50 funzionari di sicurezza palestinesi da dispiegare nella Striscia di Gaza”.

    Chi siede al tavolo?
    Ovviamente il posto d’onore spetta al magnate newyorkese: Donald Trump infatti è il “primo presidente del Board per la Pace”, una carica assunta personalmente e slegata dal suo ruolo di inquilino della Casa bianca. La struttura del Consiglio è pensata per durare ben oltre la presidenza Trump. Lo statuto prevede che il magnate ne rimanga presidente a tempo indeterminato, con il potere esclusivo di invitare e revocare i membri, di nominare il Consiglio esecutivo e di approvare qualsiasi decisione, in sostanza, un diritto di veto permanente. Può essere rimosso solo per dimissioni volontarie o “incapacità” stabilita all’unanimità dal Consiglio esecutivo, da lui stesso nominato. Una quota di ingresso da un miliardo di dollari è richiesta ai membri permanenti, il che ha fatto discutere negli scorsi mesi di un “Consiglio di Sicurezza a pagamento” della sua personale “Onu privata”. Ma chi ne fa parte?
    Alla riunione di oggi partecipano anche i membri “permanenti” del Consiglio esecutivo nominato dal presidente Usa: il suo segretario di Stato Marco Rubio; gli inviati in Medio Oriente Steve Witkoff e Jared Kushner (genero del presidente); il viceconsigliere per la Sicurezza nazionale americano Robert Gabriel; l’ex premier britannico Tony Blair; l’a.d. della banca Apollo Management Marc Rowan; il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga; e l’Alto rappresentante del Board per Gaza nonché ex ministro della Difesa bulgaro Nickolay Mladenov.
    Ma oltre al gruppo dirigente dell’organizzazione, il vertice prevede la partecipazione dei rappresentanti di oltre 40 Paesi e organizzazioni internazionali, tra membri fondatori, osservatori e ospiti.
    Il “Board of Peace” infatti conta 26 Stati fondatori, oltre ai membri osservatori. In totale a Washington sono attesi una ventina tra capi di Stato e di governo e una quindicina di alti rappresentanti di altri Paesi. Tra i presenti spiccano volti noti della politica internazionale pro-Trump e rappresentanti di Paesi alleati degli Usa come il premier ungherese Viktor Orbán e il presidente argentino Javier Milei; il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar; il premier dell’Egitto Mustafa Madbouly; e il ministro degli Esteri della Giordania Ayman Safadi e il suo collega della Turchia, Hakan Fidan. Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrein e Kuwait hanno tutti aderito, dichiarando di voler sostenere il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione, pur tra le critiche di chi li accusa di anteporre i rapporti con Washington agli interessi di Ramallah. Dall’Asia centrale invece partecipano i presidenti di Kazakistan e Uzbekistan, Kassym-Jomart Tokayev e Shavkat Mirziyoyev; dall’Asia meridionale invece il premier del Pakistan Shehbaz Sharif. Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev sono della partita, oltre al già citato presidente dell’Indonesia, Prabowo Subianto, e al segretario generale del Partito comunista del Vietnam, To Lam. All’incontro ci saranno poi, come osservatori, sia il nostro vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani sia la Commissaria Ue per il Mediterraneo e la demografia ed ex sindaca della città croata di Dubrovnik, Dubravka Suica.

    Italia: né dentro né fuori
    Roma ha scelto una strada mediana, tipica della sua diplomazia tradizionalmente atlantista ma attenta ai format multilaterali. Il Governo Meloni, dopo aver dovuto rinunciare alla piena partecipazione perché vietato dalla Costituzione, non ha aderito al “Board of Peace” come membro fondatore, evitando così anche di pagare il miliardo di dollari richiesto e di esporsi alle critiche che accompagnano il progetto. Allo stesso tempo però, malgrado le forti critiche dell’opposizione, ha inviato un rappresentante a Washington in qualità di “osservatore”.
    Una presenza che voleva essere discreta, consentendo al Governo di restare al tavolo senza scontentare Trump né violare la Costituzione. Ma che ha provocato molte polemiche, non solo nel nostro Paese. La posizione assunta dal Governo Meloni e dalla Commissione Ue presieduta da Ursula von der Leyen non è infatti priva di rischi: il governo della Francia, capofila degli scettici europei, sostenuta da Spagna, Belgio e Irlanda, ha criticato apertamente la scelta di Bruxelles di inviare la commissaria Dubravka Suica come osservatrice, giudicandola una legittimazione implicita di un organismo quantomeno controverso. Per l’Italia, partecipare senza aderire è una scommessa diplomatica: essere abbastanza vicini a Washington da non irritare Trump, abbastanza lontani dal Board da non rompere con il resto d’Europa, che in gran parte ha snobbato la nuova istituzione voluta dal presidente Usa.

    Grandi assenti
    L’appello di Donald Trump non ha infatti trovato risposta positiva da parte dei tradizionali alleati degli Stati Uniti: Francia, Germania, Regno Unito, Canada e Spagna hanno declinato l’invito a diventare membri fondatori. La Cina, pur invitata, non ha mostrato alcuna intenzione di partecipare, ribadendo il proprio attaccamento al sistema delle Nazioni Unite.
    Il Giappone si limita a presenziare con il proprio inviato per Gaza, senza impegnarsi formalmente con il nuovo organismo. Al Canada invece è stato persino ritirato l’invito, una scelta annunciata direttamente da Donald Trump a causa degli accordi raggiunti dal premier di Ottawa, Mark Carney, con la Cina in conseguenza dei dazi imposti da Washington contro il vicino settentrionale.
    Il Vaticano, da parte sua, ha rifiutato esplicitamente: il cardinale Pietro Parolin ha espresso “perplessità” sul nuovo organismo, ribadendo che “a livello internazionale deve essere anzitutto l’Onu a gestire le crisi”, un’affermazione a cui la Casa bianca ha risposto sottolineando la legittimità dell’organismo. L’India invece, come la Russia, sta ancora “valutando” la possibilità di aderire ma non ha inviato nemmeno un osservatore all’incontro di oggi.
    D’altronde il “Board of Peace” è stato concepito, nelle intenzioni dichiarate, come un’alternativa più “agile ed efficace” alle Nazioni Unite — istituzione che Trump ha più volte definito inadeguata. Lo statuto dell’organismo critica esplicitamente “approcci e istituzioni che hanno troppo spesso fallito” e chiede ai partecipanti il coraggio di “distaccarsene”. Non a caso il presidente del Brasile Lula lo ha descritto senza perifrasi come “una nuova Onu di cui Trump sarebbe l’unico padrone”. Da parte sua, l’ambasciatore Usa all’Onu, Mike Waltz, ha risposto alle critiche con tono spiccio: “Non parliamo, facciamo. Il vecchio modo di fare le cose non funzionava”. È la stessa logica con cui Trump difende la sua nuova creatura. Se sia una rivoluzione o uno show, lo diranno i prossimi mesi e le macerie di Gaza.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version