Quando il cosiddetto “Zar delle frontiere” di Donald Trump, Tom Homan, annunciava che l’Operazione Metro Surge, condotta dall’ormai famigerata Immigration & Customs Enforcement (Ice) degli Stati Uniti, era stata «un successo», i gruppi online anti-Ice erano stranamente silenziosi in Minnesota. Poco dopo, però, una segnalazione proveniente da Minneapolis avvisava del fermo di almeno una persona di origine sudamericana trovata con la sua famiglia a bordo di un pickup, ammanettata e portata via. «La ritirata degli agenti federali è il risultato della forte resistenza del Minnesota al terrorismo dell’Ice: Trump ha usato Homan per salvare la faccia dopo il suo impopolare disastro politico nel nostro Stato», ha denunciato il Minnesota Immigrant Rights Action Committee (Mirac), che si batte per i diritti dei migranti. «Ma questa non è una vittoria totale e i cittadini del Minnesota non devono arretrare: Homan ha annunciato accordi di cooperazione senza precedenti con lo Stato, il risultato sarà un calcolato cambio di strategia, progettato per nascondere la crudeltà dietro porte chiuse nel tentativo di sedare le proteste. Gli attacchi contro gli immigrati continueranno con la stessa forza, ma saranno nascosti alla vista. Non possiamo permetterci di arrenderci ora. La nostra comunità merita giustizia».
L’annunciato arresto di oltre quattromila immigrati irregolari con cui l’agenzia ha giustificato il ritiro di centinaia di suoi uomini dal Minnesota è tutt’altro che una vittoria per il presidente degli Stati Uniti. La verità è che Donald Trump, a poco più di un anno dal suo ritorno alla Casa bianca, si trova accerchiato. Nelle strade, certo, con le proteste popolari scoppiate in tutti gli Stati Uniti contro le violenze dell’Ice, della Customs and Border Protection (Cbp) e della Border Patrol. Ma anche nei sondaggi, nelle urne, persino dentro il suo stesso partito e movimento. Inoltre, con le elezioni di medio termine all’orizzonte, lo spettro di un terzo impeachment si fa sempre più concreto.
Proteste di piazza
Tutto era cominciato il 23 gennaio 2025, tre giorni dopo il suo re-insediamento a Washington. Allora il dipartimento della Sicurezza Nazionale aveva dato a una serie di agenzie federali – dalla Dea all’Atf ai Marshal – il mandato di agenti contro l’immigrazione irregolare. Raid simultanei avevano così scosso mezzo Paese: da Atlanta a Boston, da Denver a Miami, da New York a Newark, Philadelphia e Seattle, fino a Washington. Il risultato? Almeno 538 arresti e il sindaco di Newark, Ras Baraka (in seguito fermato per aver partecipato alle proteste), che per primo aveva lamentato l’arresto di cittadini statunitensi, veterani inclusi, senza l’autorizzazione di un giudice. Sei giorni dopo, Trump ordinava alla base di Guantanamo, a Cuba, di prepararsi ad accogliere migliaia di migranti arrestati negli Usa. Alla fine dal centro di detenzione che una volta ospitava talebani, terroristi di al-Qaeda e dell’Isis sarebbero passate poco più di 780 persone. Ma era solo l’inizio.
Nel corso del 2025 infatti, secondo le statistiche dell’Ice, almeno 26.606 migranti irregolari sono stati arrestati negli Usa, la maggior parte negli Stati del sud-est e nel bacino del Mississippi, tra Florida, Alabama, Mississippi, Louisiana, Texas, Oklahoma, Arkansas, Tennessee, Georgia, Missouri e Illinois. A dicembre però l’amministrazione Trump ha voluto lanciare l’Operazione Metro Surge in Minnesota, inviando fino a 2.700 agenti federali tra Minneapolis e St. Paul. Una scelta politica visto che lo Stato a maggioranza democratica conta relativamente pochi immigrati rispetto ad altri territori statunitensi. Qui però i collaboratori del magnate newyorkese avevano sottovalutato i residenti. La rivolta popolare seguita agli omicidi di Renee Good e Alex Pretti, con l’appoggio delle istituzioni locali, ha costretto Trump a fare marcia indietro. Intanto però l’istanza era diventata nazionale: il 23 gennaio scorso il Minnesota assisteva a uno sciopero generale, che negli Usa non si vedeva da decenni. La settimana successiva poi, la mobilitazione superò i confini dello Stato con uno “shutdown nazionale”. Il 31 gennaio l’organizzazione 50501 coordinava lo “Ice Out of Everywhere National Day of Action”, con proteste, manifestazioni e veglie in tutti i 50 Stati e nella capitale Washington, che va ad aggiungersi ai “No Kings Day” organizzati prima a giugno e poi a ottobre in oltre duemila città degli Usa. Per la Casa bianca era ormai un incubo in diretta tv, perché Minneapolis non era sola.
Le prime proteste contro le politiche trumpiane in materia di immigrazione erano già scoppiate a fine gennaio dell’anno scorso a Chicago, in Illinois, a Denver, in Colorado, e ad Albertville, in Alabama. A febbraio poi erano state imitate ad Atlanta, in Georgia, e a Los Angeles e San Diego, in California, dove apparvero addirittura le prime bandiere messicane tra i manifestanti. La rabbia però esplose proprio nello Stato occidentale governato dalla sua nemesi Gavin Newsom, dove a giugno Trump schierò oltre duemila tra soldati della Guardia Nazionale e Marine. Una mossa che alimentò ancor di più le manifestazioni, moltiplicatesi prima tra gli Stati dell’Iowa, del New Jersey, di New York, di Washington, del Texas e del Massachusetts, e poi allargatesi a tutto il resto del Paese in solidarietà con Minneapolis, con gruppi di “osservatori” dell’Ice ormai presenti praticamente ovunque. Un clima che si è abbattuto come una valanga sulla politica, soprattutto repubblicana.
Crepe inattese
Mentre le strade si riempivano di manifestanti infatti, persino tra l’elettorato tradizionalmente più vicino a Trump cominciavano i primi mugugni e non solo per quanto accaduto in Minnesota. D’altra parte, secondo un sondaggio nazionale del Marist Institute for Public Opinion, il 65% degli americani disapprova le azioni dell’Ice; il 54% ritiene che l’amministrazione dovrebbe piuttosto dare la priorità alla lotta all’inflazione; mentre il 56% considera i dazi dannosi per l’economia. Insomma una sonora bocciatura dei cavalli di battaglia che appena un anno e mezzo fa avevano riportato il tycoon alla Casa bianca.
I primi ad accorgersene sono stati i deputati, i senatori e gli amministratori locali repubblicani, prima criticati dai propri elettori e poi sconfitti alle urne. Tanto che alcuni hanno provato a correre ai ripari. Se il candidato a governatore in Minnesota, Chris Madel, ha rinunciato alla sua campagna, un senatore repubblicano del Mississippi, Roger Wicker, si è pubblicamente opposto alla costruzione di un centro di detenzione dell’Ice a Byhalia. Preoccupazioni simili sono arrivate poi anche dal sindaco repubblicano di Oklahoma City, David Holt. Non è un caso che tali rimostranze provengano dai territori del sud, tradizionalmente conservatori ma dove la comunità di origine centro e sudamericana è più numerosa. Proprio il voto ispanico, corteggiato con successo da Trump alle ultime presidenziali, rischia di diventare un problema per il “Grand Old Party”. Quasi un terzo dei suoi elettori infatti disapprova le tattiche dell’Ice. Non la maggioranza, certo. Ma abbastanza da far tremare gli strateghi del partito, che a giudicare dagli ultimi risultati elettorali non gode di buona salute, come dimostra l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di quella New York da dove il presidente ha avviato il suo impero immobiliare. Non solo.
La rivolta interna infatti è arrivata nel cuore del Congresso, dove la frattura più drammatica tra la Casa bianca e il Grand Old Party ha toccato proprio quei dazi tanto amati da Donald Trump. L’11 febbraio scorso, ben sei deputati repubblicani hanno votato insieme ai democratici una risoluzione per bloccare l’aumento al 25% delle aliquote doganali imposto contro il Canada dopo l’accordo annunciato dal premier Mark Carney con la Cina. I ribelli repubblicani, Jeff Hurd del Colorado, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, Dan Newhouse dello Stato di Washington, Thomas Massie del Kentucky, Kevin Kiley della California, e Don Bacon del Nebraska, sono stati minacciati dal presidente di ripercussioni alle prossime elezioni. Altri invece, come i senatori Josh Hawley del Missouri, Thom Tillis della Carolina del Nord e Chuck Grassley dell’Iowa, si sono finora limitati a lamentare le conseguenze dei dazi sull’economia dei distretti in cui sono stati eletti e dove rischiano di non raccogliere più tanti voti.
I numeri non mentono
Dalle ultime presidenziali infatti, negli Usa si sono svolte 88 tornate elettorali speciali tra le assemblee statali e la Camera dei Rappresentanti di Washington. In queste elezioni suppletive, secondo i dati raccolti dal portale specializzato The Downballot, i repubblicani non sono mai riusciti a strappare un seggio ai democratici, che invece hanno centrato l’obiettivo ben 26 volte. Il risultato più eclatante è arrivato dal Texas, dove il 31 gennaio il democratico Taylor Rehmet ha prevalso sulla repubblicana Leigh Wambsganss con un vantaggio di ben 14 punti percentuali nel nono distretto del Senato statale. Un esito sorprendente considerando che qui, a fine 2024, Trump aveva registrato un vantaggio di 17 punti su Kamala Harris.
Al di là delle vittorie in senso assoluto infatti sono le differenze nei voti ottenuti rispetto alle ultime presidenziali a terrorizzare i repubblicani e a far prevedere una “ondata blu” alle elezioni di Midterm previste il prossimo novembre. I dem che si sono presentati alle sopracitate suppletive hanno ottenuto, in media, almeno 13,9 punti percentuali in più rispetto a quanto raccolto un anno e mezzo fa dalla vice di Joe Biden. L’attuale presidente è tanto preoccupato da aver annunciato la volontà di «nazionalizzare» le elezioni, ventilando l’ipotesi di schierare agenti dell’Ice davanti ai seggi per evitare brogli, e avviando un’aperta campagna di “gerrymandering”, cambiando le mappe dei distretti elettorali per favorire i repubblicani.
I sondaggi, come abbiamo visto, sono impietosi e assegnano praticamente tutti ai democratici la maggioranza alle elezioni del prossimo novembre. Anche perché Donald Trump sembra aver perso la sua presa sull’elettorato. D’altronde il suo gradimento complessivo, secondo la media compilata dal sondaggista Nate Silver sulla base delle rilevazioni nazionali, è sceso addirittura al 40,5% e non supera il 42% nemmeno nelle ricerche più favorevoli. Un risultato dovuto anche alla progressiva rottura con il mondo Maga che l’ha riportato alla Casa bianca.
Il caso Epstein
Un movimento alimentato da teorie della cospirazione come QAnon e dalla lotta a presunte “élite pedofile” sostenute dai democratici ha infatti dovuto fare i conti con le innumerevoli volte in cui il proprio leader viene citato nei milioni di documenti finora resi pubblici dal dipartimento di Giustizia Usa su Jeffrey Epstein. I ripetuti appelli di Trump ad andare oltre questo caso non hanno mai sortito l’effetto sperato, allargando invece rapidamente la frattura con il suo mondo Maga.
La prima fu la pasionaria Marjorie Taylor Greene, una delle alleate più fedeli di Trump al Congresso, che è stata da sempre la promotrice della pubblicazione dell’elenco delle persone coinvolte e della richiesta di giustizia per le vittime. Un’impuntatura che l’anno scorso le è valsa l’accusa di tradimento da parte del presidente. Ma da allora la crepa si è allargata ulteriormente.
Su Truth Social, nelle dichiarazioni di deputati e senatori vicini al movimento e negli eventi promossi dall’estrema destra statunitense, la divisione in merito è diventata sempre più evidente. Alcuni hanno cominciato a dubitare del presidente, pur continuando a concentrarsi sui democratici. Poi c’è chi, come il già citato senatore repubblicano Thomas Massie, ha accusato il governo di aver coperto i nomi di «uomini ricchi e potenti» nei documenti desecretati sul caso del finanziere condannato per molestie e morto suicida nel 2019. Altri invece hanno continuato a difendere Trump, come la segretaria alla Giustizia Pam Bondi protagonista di un’appassionata arringa in audizione al Congresso, bollando i documenti divulgati come falsi o presi fuori contesto. Ma il danno ormai è fatto e per la prima volta il movimento Maga non è unanimemente schierato con il proprio leader.
Poi però la frattura sul caso Epstein si è intrecciata con l’insoddisfazione per l’Operazione Metro Surge a Minneapolis, che ha fatto insorgere la base libertaria del movimento, da sempre diffidente nei confronti del governo federale e oggi spaventata dallo schieramento di agenti mascherati agli ordini di Washington che arrestano e sparano contro cittadini statunitensi. «Capisco la necessità di controlli alle frontiere. Ma quando agenti federali mascherati sparano a madri disarmate dobbiamo chiederci: questo è ciò che vogliamo?», aveva tuonato dal suo nuovo show l’ex anchorman e influencer conservatore, Tucker Carlson. Non un attacco diretto a Trump ma nemmeno un aiuto. Un pessimo segnale per un presidente che finora aveva potuto contare sull’unanimità della destra mediatica.
Accerchiato
Così i democratici e persino lo stesso Trump hanno iniziato a parlare apertamente di impeachment. Di nuovo. Il presidente Usa infatti era già stato messo sotto accusa due volte durante il suo primo mandato ma entrambe si era risolto tutto in un nulla di fatto, anche grazie alla pattuglia di rappresentanti eletta dai repubblicani al Senato. Ma questa volta sembra diverso.
«Se i democratici conquistano la Camera a novembre, sapete cosa faranno. Cercheranno di mettermi di nuovo sotto impeachment», aveva ammesso a gennaio il tycoon, secondo cui di fronte a una probabile sconfitta alle elezioni di Midterm l’impeachment potrebbe non essere più una questione di “se” ma di “quando”. L’ultima proposta risale al 10 dicembre, quando due deputati democratici, André Carson dell’Indiana e Nikema Williams della Georgia, hanno presentato una risoluzione in tal senso, poi archiviata con 237 voti favorevoli e 140 contrari.
L’impeachment richiede la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, che deve approvare le accuse mosse contro un qualsiasi funzionario del Governo per tradimento, corruzione o un altro grave abuso di potere, e poi i due terzi del Senato per condannare e rimuovere l’imputato. Uno scenario difficile da realizzarsi, visto l’attuale controllo repubblicano di entrambi i rami del Congresso, ma non impossibile, almeno stando ai bookmaker statunitensi. Secondo Polymarket infatti, la probabilità che Trump venga messo sotto accusa entro la fine del 2026 si attesta al 12%. Una percentuale che, secondo il portale specializzato Kalshi, sale addirittura al 15% entro il 2027 e raggiungerebbe il 62% nel caso di incriminazione entro il 1° gennaio 2028. Come è evidente, molto dipenderà dalle elezioni di novembre. Anche qui però, secondo Polymarket, gli scommettitori puntano su una vittoria dei democratici, almeno alla Camera dei Rappresentanti.
Se il messaggio urlato nelle strade è stato chiaro: «Ice-Out», fuori l’Ice, toccherà alle urne dire se gli elettori statunitensi vogliono anche un «Trump Out». L’uomo che aveva promesso di rendere l’America di nuovo grande a suon di deportazioni sta scoprendo che una parte del Paese non intende farsi zittire. Da Minneapolis a Los Angeles, da New York a Dallas, da Boston a Seattle – in tutti i 50 Stati – gli Usa hanno già detto la loro alla Casa bianca e continueranno a farlo nelle strade, nelle urne e nei sondaggi. Al presidente Trump i nemici non mancano e novembre sta arrivando.