Quando Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il premier pakistano Shehbaz Sharif, il vero architetto della mediazione, era stato chiaro: le armi taceranno ovunque, Libano compreso. Una speranza che, purtroppo, è durata solo quattro ore. Giusto il tempo perché l’ufficio del premier di Israele, Benjamin Netanyahu, precisasse che la tregua non riguarda il Paese dei Cedri. La guerra contro Hezbollah, dunque, continua malgrado gli oltre 1.500 morti già provocati dall’inizio di marzo.
Braccio di ferro
Alle prime ore di oggi, come annunciato sui social dalle forze armate di Israele (Idf), gli ultimi caccia israeliani sono rientrati alle proprie basi dopo aver bombardato “decine di siti di lancio” e “infrastrutture critiche” in Iran a seguito dell’ultima raffica di missili sparati nella notte da Teheran contro lo Stato ebraico. Proprio allora, intorno alle tre del mattino (le due di notte in Italia), scadeva l’ultimatum di Donald Trump alla Repubblica islamica, rinviato 90 minuti prima a favore di una tregua di due settimane con l’Iran.
Una mezz’ora più tardi però a Tel Aviv si consumava un delicato braccio di ferro politico. Il premier Benjamin Netanyahu, rimasto sul vago per gran parte della giornata, aveva passato l’intero pomeriggio al telefono con la Casa bianca, cercando di frenare un possibile accordo con Teheran, che giudicava troppo affrettato. Alla fine il compromesso era arrivato e anche Israele aveva dovuto dare il proprio assenso a Washington, sospendendo 38 giorni di ostilità. Ma il governo dello Stato ebraico si era comunque riservato il diritto di continuare la guerra in Libano.
A tarda notte, in un comunicato divulgato dal suo ufficio esclusivamente in inglese, il premier Netanyahu ha chiarito la posizione ufficiale del suo governo. “Israele appoggia la decisione del presidente Trump di sospendere gli attacchi contro l’Iran per due settimane, a condizione che l’Iran apra immediatamente gli stretti e cessi tutti gli attacchi contro gli Stati Uniti, Israele e i Paesi della regione”, si legge nella nota. “Israele sostiene inoltre gli sforzi degli Stati Uniti per garantire che l’Iran non rappresenti più una minaccia nucleare, missilistica e terroristica per l’America, Israele, i Paesi arabi confinanti con l’Iran e il mondo intero”, prosegue la dichiarazione. “Gli Stati Uniti hanno comunicato a Israele il loro impegno a raggiungere questi obiettivi, condivisi dagli Stati Uniti, da Israele e dagli alleati regionali di Israele, nei prossimi negoziati”. “Il cessate il fuoco di due settimane non include il Libano”, precisa però l’ufficio del primo ministro, smentendo le parole del premier pakistano Shehbaz Sharif.
La realtà sul campo
Soltanto poche ore prima, le Idf avevano rinnovato l’appello ai civili libanesi residenti nella città costiera meridionale di Tiro ad evacuare la zona, in vista di nuovi raid dello Stato ebraico. L’intera città era già soggetta a un ordine di evacuazione generale diramato da Tel Aviv, che riguarda tutto il Libano meridionale, da dove nelle ultime settimane le Idf hanno ripetutamente ordinato ai residenti di andarsene. Un avviso ribadito anche questa mattina dal colonnello Avichay Adraee, portavoce in lingua araba dell’Idf, che ha poi invitato tutti i libanesi a spostarsi a nord del fiume Zahrani, a circa 40 chilometri dal confine con Israele, e tutti i residenti a lasciare sette quartieri meridionali della periferia di Beirut: Haret Hreik, Ghobeiri, Laylaki, Hadath, Bourj el-Brajné, Tahouitat el-Ghadir e Shiyah. Ordini simili già diramati dall’Idf riguardano ormai, secondo i calcoli del Consiglio norvegese per i rifugiati, oltre 1.470 chilometri quadrati pari a circa il 14% del territorio libanese, e hanno già provocato almeno 1,2 milioni di sfollati.
Tutto questo mentre, secondo tre fonti citate dall’agenzia di stampa britannica Reuters, il gruppo armato sciita libanese Hezbollah annunciava, alle prime ore di oggi, l’interruzione dei lanci missilistici contro il nord di Israele e degli attacchi contro le truppe israeliane che hanno invaso il Libano, nel rispetto del cessate il fuoco annunciato da Stati Uniti e Iran.
Intanto, l’esercito di Beirut avvisava i civili di non tornare nei villaggi del sud, ricordando che per Israele la tregua non si applica ai combattimenti contro Hezbollah. “Alla luce degli sviluppi regionali e della diffusione di notizie su un cessate il fuoco, il comando dell’esercito invita i cittadini ad astenersi dal tornare nei villaggi e nelle città del sud e ad evitare di avvicinarsi alle zone in cui le forze di occupazione israeliane sono avanzate, al fine di preservare la propria sicurezza, soprattutto perché potrebbero esporre le proprie vite al pericolo di continui attacchi israeliani”, si legge in un comunicato diramato sui social dalle Forze Armate libanesi. “In conformità alle direttive del vertice politico, le Forze di Difesa Israeliane hanno cessato il fuoco nella campagna contro l’Iran e si trovano in stato di allerta elevato per la difesa, pronte a rispondere a qualsiasi violazione”, ha fatto infatti sapere in una nota l’Idf, precisando che “parallelamente, in Libano, continuano la lotta e l’attività terrestre contro l’organizzazione terroristica Hezbollah”.
Almeno 8 persone sono state uccise e altre 22 sono rimaste ferite, secondo una nota diramata dal ministero della Salute di Beirut citata dall’agenzia di stampa ufficiale Nna, nei raid condotti nella notte da Israele a Sidone, nel Libano meridionale. Vittime che vanno ad aggiungersi agli oltre 1.500 morti e 1,2 milioni di sfollati già provocati da un conflitto che non si sa ancora quando finirà.