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    “La Cina manipola la sua valuta”: il Tesoro Usa attacca Pechino

    Ennesimo capitolo della guerra commerciale tra Washington e Pechino

    Di Niccolò Di Francesco
    Pubblicato il 6 Ago. 2019 alle 06:51 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 01:52

    Il Tesoro Usa accusa la Cina di manipolare la sua valuta, lo yuan

    Non si arresta la guerra commerciale tra Usa e Cina con il Tesoro degli Stati Uniti che questa volta accusa Pechino di aver manipolato la sua valuta, lo yuan.

    L’attacco del Tesoro degli Stati Uniti arriva dopo la decisione della Cina di far scivolare lo yuan ai minimi dal 2008, in risposta ai nuovi dazi imposti da Donald Trump lo scorso 2 agosto su 300 miliardi di prodotti cinesi.

    A bollare Pechino come “manipolatore di valute”, per la prima volta dal 1994, è il segretario del Tesoro Steven Mnuchin attraverso una nota.

    “Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin – si legge nel comunicato – ha determinato oggi che la Cina manipola la sua valuta. In seguito a questa decisione, Mnuchin lavorerà con l’Fmi per eliminare i vantaggi competitivi ingiusti creati dalle ultime azioni della Cina”.

    “Negli ultimi giorni la Cina ha preso misure concrete per svalutare la sua valuta, mantenendo allo stesso tempo sostanziali riserve di valute estere. Il contesto di queste azioni e la non plausibilità della ratio dietro la stabilità di mercato della Cina conferma che la svalutazione è per ottenere ingiusti vantaggi competitivi nel commercio internazionale” afferma il Tesoro Usa.

    La decisione del Tesoro Usa arriva dopo una giornata nera a Wall Street, con i listini che hanno bruciato il 3 per cento, mandando in fumo 700 miliardi di dollari di capitalizzazione. Secondo gli analisti, tuttavia, anche durante la giornata del 6 agosto le cose non andranno meglio per la Borsa Usa.

    Grazie alla presa di posizione del Tesoro, Trump può onorare la sua promessa elettorale di bollare la Cina come manipolatore di valute, anche se resta da capire a questo punto come reagirà Pechino.

    Quella degli Usa è più che altro una mossa simbolica, che, però, inasprisce ulteriormente il rapporto tra Washington e Pechino.

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