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    Un’attrice, un’attivista curda e la vedova di un jihadista: ecco chi siede nel nuovo Parlamento provvisorio in Siria

    Il presidente siriano Ahmed al-Sharaa. Credit: LUDOVIC MARIN-POOL/SIPA / AGF

    Poco più del 10 per cento dei seggi dell’Assemblea nata dopo il crollo del regime è occupato da donne. Ma la vera sfida per le nuove istituzioni di Damasco resta garantire una parità autentica

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 7 Ago. 2026 alle 16:40 Aggiornato il 7 Ago. 2026 alle 16:41

    Il primo Parlamento riunito in Siria dopo la fuga del dittatore Bashar al-Assad conta 22 donne, poco più del 10 per cento dei 210 seggi del Consiglio del popolo, una percentuale che ricalca grosso modo quella del precedente regime.
    Composto per un terzo da membri nominati direttamente dal nuovo leader Ahmed al-Sharaa e per il resto da rappresentanti scelti dai collegi elettorali formati con le consultazioni tenute tra il 5 ottobre e il 24 maggio scorsi, il Parlamento monocamerale provvisorio si è riunito per la prima volta il 12 luglio e ha l’incarico di guidare il Paese fino alle elezioni previste entro il 2030, dopo aver scritto una nuova costituzione. Le deputate siriane, però, non si distinguono solo per il loro sesso, le biografie radicalmente diverse e la consistenza numerica della loro compagine, ma perché rappresentano lo specchio di una nazione frammentata. I seggi contano, infatti, tra gli altri, un’attrice di successo, un’ingegnera civile di fede cristiana, un’attivista curda e la prima donna a indossare il niqab come rappresentante delle istituzioni, vedova di un comandante jihadista. Ma se da una parte questo mosaico riflette le complesse anime di un Paese multietnico alla disperata ricerca di un nuovo equilibrio, dall’altra la società civile lamenta nomine giudicate di pura facciata, rivendicando a gran voce un ruolo decisionale finalmente all’altezza dei sacrifici sopportati durante oltre un decennio di conflitti.

    L’attrice
    Tra le figure più in vista spicca la trentaseienne Rosina Lazkani, che dalle luci dei set televisivi è entrata nelle aule istituzionali. L’attrice rientra nel gruppo dei 70 parlamentari designati direttamente dal presidente Ahmad al-Sharaa, che per scegliere un terzo dei deputati si è avvalso della Dichiarazione Costituzionale approvata nel marzo dello scorso anno. Con un diploma di laurea in scenografia, Lazkani ha conquistato un vasto pubblico grazie alle interpretazioni in una serie di popolari serie televisive e a un’immagine decisamente glamour. Consapevole dei dubbi sollevati online sul suo conto, l’artista è originaria di Hama, la città della Siria occidentale segnata dalla sanguinosa repressione compiuta dal regime degli Assad dopo la rivolta dei Fratelli Musulmani del 1982. “All’inizio, ho pensato che fosse uno scherzo”, ha ammesso in un’intervista all’emittente saudita al-Arabiya, affermando di essere stata informata della sua nomina solo due giorni prima dell’annuncio ufficiale. “È stato inaspettato e un po’ spaventoso. A questo punto, merito più preghiere che congratulazioni, soprattutto perché non ho esperienza in politica”.

    L’ingegnera cristiana
    Di estrazione decisamente diversa è Madonna Bechara, 38 anni, cristiana, ingegnere civile e capo dipartimento all’Università di Latakia, la città costiera settentrionale della Siria. La docente ha accolto con sorpresa la nomina in Parlamento e la successiva elezione alla carica di seconda vicepresidente del Consiglio del Popolo. Oggi, come ha confidato all’agenzia di stampa francese Afp, si divide tra le lezioni universitarie e gli impegni istituzionali, vivendo l’esperienza con “un misto di gioia e responsabilità”. “Il numero di donne potrebbe non riflettere appieno l’importanza del loro ruolo nella società siriana, ma è un buon inizio”, ha commentato, riferendosi agli equilibri di genere interni all’Assemblea. L’attività parlamentare delle donne, ha aggiunto, “deve andare oltre il mero simbolismo e tradursi in un ruolo legislativo e in una reale influenza”. “C’è ancora molta strada da fare”, ha avvertito, “per consolidare il ruolo delle donne siriane nella vita pubblica”.

    L’attivista curda
    A rappresentare le istanze della popolazione curda, invece, c’è Fasla Youssef, 56 anni, attivista di lungo corso proveniente dalla provincia nord-orientale di al-Hassakeh, che durante la prima seduta parlamentare ha scelto di indossare l’abito tradizionale del suo popolo. La sua elezione è avvenuta tramite la Commissione elettorale della sua provincia, un territorio in cui ha lavorato per l’intera durata della guerra civile prendendo parte alla presidenza del Consiglio Nazionale Curdo, la principale coalizione di partiti che all’epoca si opponeva al regime di Assad. “Ho una duplice responsabilità: difendere le varie componenti della Siria e i curdi in particolare”, ha dichiarato ad Afp Fasla Youssef, il cui ingresso nelle istituzioni si colloca in una fase delicata per gli equilibri etnici del Paese. A gennaio, infatti, le fazioni curdo-siriane hanno stretto un accordo con il nuovo governo di Damasco per integrare le proprie strutture civili e militari nell’apparato statale, ridimensionando le speranze di autonomia territoriale. Provenendo da una comunità che valorizza da sempre la parità di genere, la parlamentare si è proposta come meta prioritaria quella di “sancire i diritti delle donne nella Costituzione del Paese”, il documento fondamentale che l’attuale Parlamento dovrà stendere prima del termine del periodo di transizione.

    La romanziera tornata dall’esilio
    La quarantottenne Nour Jandali, invece, rappresenta la provincia centrale di Homs, cuore pulsante delle prime manifestazioni contro la dittatura di Bashar al-Assad. Attivista e scrittrice, con all’attivo più di una ventina di volumi, Jandali prese parte alle prime manifestazioni pacifiche anti-regime del 2011 prima di essere costretta all’esilio. Oggi, al contrario, vuole lavorare “per un cambiamento”. Ai suoi occhi, il Parlamento deve diventare un luogo di “dialogo”, di cui le persone in Siria “hanno sete” dopo anni di dolorose fratture interne.

    La vedova di un comandante jihadista
    Tra i banchi della nuova Assemblea siede anche per la prima volta una donna con il niqab. Si tratta di Mirvat Toutou, laureata in economia e originaria di Idlib, nella Siria occidentale. Toutou è la vedova di Abu Omar Saraqeb, comandante jihadista rimasto ucciso nel 2016 durante un bombardamento aereo nel nord della Siria, dopo aver assunto il controllo della città di Idlib nel 2015. Saraqeb era stato al vertice di una coalizione di forze ribelli e formazioni jihadiste siriane, al cui interno figurava anche la fazione all’epoca guidata da Abu Mohammad al-Jolani, nome di battaglia dell’attuale presidente Ahmad al-Sharaa, che in un’intervista dichiarò di aver ricordato il suo vecchio compagno d’armi al momento del suo ingresso trionfale a Damasco, a seguito della fuga di Assad nel dicembre del 2024.

    La ministra
    Nel panorama politico post-rivoluzionario si distingue infine Aisha al-Dibs, la prima donna in assoluto a ottenere un incarico di governo dal nuovo regime, essendo stata nominata già nel dicembre 2024 alla guida dell’Ufficio per gli Affari delle Donne. Nota per il suo attivismo, sui social si definisce “un’attivista concentrata sullo sviluppo delle donne e sul lavoro umanitario”. In passato, ha lavorato per un’organizzazione benefica nel governatorato nord-occidentale di Idlib e nei campi profughi siriani nella vicina Turchia.
    La sua figura è finita al centro di accese polemiche a seguito di alcuni interventi pubblici in cui ha esortato le donne a “non oltrepassare le priorità della loro natura donata da Dio”, individuandola espressamente nel “loro ruolo educativo all’interno della famiglia”.

    L’illusione dei numeri
    Non sorprende che tali dichiarazioni possano aver generato del malcontento tra le donne siriane che non si sentono rappresentate dal nuovo Parlamento. D’altra parte, su 22 deputate, 15 fanno parte dei 70 parlamentari designati direttamente da al-Sharaa e solo 7 sono state nominate tramite i comitati elettorali.
    Proprio per scardinare questa logica, a luglio, si sono accese le proteste ad Aleppo, dove decine di attiviste sono scese in strada ricordando di aver letteralmente tenuto in piedi il Paese negli anni più bui della guerra. Le cittadine siriane non si accontentano più di quote simboliche o di promesse vuote, ma pretendono un peso decisionale autentico, all’altezza dei sacrifici compiuti. La vera sfida per Damasco si gioca, in fondo, tutta qui: superare le nomine di facciata calate dall’alto per trasformare la ricostruzione in un’occasione di parità reale.

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