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    Il Regno Unito va alle elezioni più spaccato che mai: il bipolarismo britannico è finito

    Cartelli elettorali Credit: Ansa

    Con le elezioni che si avvicinano spunta lo spettro del vincitore senza maggioranza. Un elettorato sempre più variegato e partiti minori ma forti hanno intaccato da tempo il sistema politico britannico decretando la fine del bipolarismo

    Di Maurizio Carta
    Pubblicato il 16 Nov. 2019 alle 15:41

    Elezioni Regno Unito, paese diviso: il bipolarismo britannico è finito

    Le imminenti elezioni del Regno Unito che si terranno il 12 dicembre porranno fine a più di tre anni di incertezza sulla Brexit? Forse no, perché la vittoria, chiunque la porti a casa, potrebbe non bastare.

    L’accordo del primo ministro Boris Johnson con Bruxelles per un addio indolore è ancora oggetto di contesa e  i conflitti politici a Westminster hanno portato sia il leader del Regno Unito a sospendere tale disegno di legge Brexit , sia i partiti dell’opposizione ad accettare le elezioni anticipate.

    Johnson ha affermato che “il modo per realizzare la Brexit” è  quello di ottenere un forte e significativo supporto per il Partito Conservatore a dicembre, ma non tutto è da dare per scontato.

    Esiste infatti una buona possibilità che non avremo chiarezza sulla Brexit dopo le elezioni, poiché questa può rivelarsi la tornata elettorale più imprevedibile di sempre. Il Regno Unito si mostra infatti profondamente diviso, con gli elettori britannici che incrociando diversi sondaggi appaiono ancora profondamente indecisi sull’adesione all’Ue.

    Va ricordato infatti come il referendum del 2016 ha prodotto un risultato del 51,89 per cento per l’abbandono e il 48,11 per cento per il rimanere nell’Ue, senza una vera larga maggioranza per una delle due fazioni.

    La fine del bipolarismo

    Questa divisione, oggi ancora più frazionata e distribuita su più forze politiche, è ora rispecchiata nel sistema politico del Paese. Il Regno Unito è stato tradizionalmente dominato da due partiti principali: il Partito Conservatore “pro-business” e il partito laburista, più orientato verso temi come la giustizia sociale.

    Dalla seconda guerra mondiale, bisogna aspettare il 2010 per rivedere spuntare un governo di coalizione. David Cameron vinse le elezioni, ma dovette ricorrere all’aiuto dei Lib-Dems di Nick Clegg per avere a disposizione l’aritmetica e poter governare.

    Accade nuovamente nel con 2017 con Theresa May che vince le elezioni anticipate  ma senza una maggioranza autonoma. Chiederà al piccolo partito del Nord Irlanda Dup la stampella per avere i numeri a Westmintser.

    Alla prossima tornata, chiunque vinca, potrebbe incorrere nello stesso problema.

    Non più due forze ma (almeno) cinque

    Da due grandi partiti che hanno fatto la storia politica dell’utimo secolo, i partititi che ‘contano’ adesso sono diventati  almeno cinque.

    A parte i due tradizionali, sono entrati a pieno diritto nella partita i  Lib-Dems – che fanno apertamente una campagna per fermare del tutto la Brexit; il Brexit Party – il cui leader, Nigel Farage, sostiene una rottura senza accordi con’UE e lo Scottish National Party (SNP) – un partito si europeista, ma che punta all’orizzonte ultimo dell’ indipendenza della Scozia.

    Fra alleanze e compromessi

    Il voto sulla materia Brexit è quello che creerà ulteriori fratture anche fra le aree che hanno la stessa idea di fondo.

    Un esempio è quello del Partito Brexit e del Partito Conservatore.  Il primo propone all’elettore una rottura netta con l’Unione Europea, mentre il Partito Conservatore preferisce (così pare) un accordo di uscita.

    Ma c’è una novità. Nigel Farage ha dichiarato che non presenterà nessun candidato nei seggi in cui nel 2017 hanno vinto i conservatori. Una grossa mano per Boris Johnson, che eviterà un partito che poteva sicuramente ‘mangiargli’ tanti voti, come avvenuto alle elezioni europee. Ma anche una grossa responsabilità, visto che tale mossa punta a  fare convergere i voti di coloro che desiderano un taglio netto con Bruxelles, in contrasto con chi, nello stesso partito, vuole un’uscita ordinata. Chi verrà accontentato?

    Allo stesso tempo, la posizione dei Labour è estremamente nebbiosa.

    Il partito di Corbyn ha promesso che cercherà di negoziare un altro accordo di uscita con l’Ue e, per poi, una volta ottenuto, sottoporlo a un nuovo referendum. In questo scenario, la Brexit probabilmente richiederebbe ancora molto più tempo.

    In caso di “Hung Parliament”, ossia con il partito vincitore che però non ottiene la maggioranza necessaria, un secondo referendum sull’adesione all’Ue del paese è l’opzione più probabile.

    Questo potrebbe materializzarsi se Boris Johnson dovesse vincere ma, come detto, senza una maggioranza sufficiente. Darebbe la possibilità a Labour, Snp e Lib-Dems di formare un governo per potere spingere la barca britannica – che naviga da tempo a vista –  verso il secondo referendum.

    Chiaramente nessuno degli esponenenti dice nulla al riguardo, ma è l’ipotesi più naturale in caso di hung parliament.

    L’SNP solleverebbe però il prezzo dell’accordo, chiedendo come controparte non solo il secondo referendum Brexit, ma mettere nero su bianco sull’altro referendum: quello per l’indipendenza della Scozia.

    Regno Unito elezioni, ‘first past the post’ e i sondaggi

    Il sistema di voto del Regno Unito aggiunge anche un altro livello di complessità. Il sistema elettorale del first past the post tende a sostenere i maggiori partiti politici.

    Il partito conservatore, sotto la guida di Johnson, potrebbe ottenere oltre il 36 per cento dei voti, incrociando diversi sondaggi, nella rincorsa ci sono i Laburisti che pagano oltre il 10 per cento in media di differenza. La terza forza sono  Lib-Dems.

    Calo del  Brexit Party dopo avere spianato la strada a Johnson nei seggi che già possedeva.  Infine l’SNP con una pecentuale che oscilla intorno al 5 per cento, ma che su base nazionale non rispecchia la sua forza.

    L’SNP ha chiaramente candidati nella sola Scozia dove è il partito da battere. Su 59 seggi disponibili, ne ha preso 35 nel 2017 con il 3 per cento e addirittura 56 nel 2015 con meno del 5 per cento.

    Tuttavia, queste percentuali non si traducono necessariamente in seggi alla Camera dei Comuni con questo sistema elettorale.

    Ottenere una percentuale maggiore di voti su base nazionale non si traduce in maggioranza dei seggi. Chi nella circoscrizione prende più voti vince, senza nessun riparto proporzionale successivo.

    Anche per i sondaggisti sarà un duro lavoro, specie da queste parti dove mettere insieme dei numeri per cercare di fare una fotografia in anticipo è diventata un’impresa ardua.

    Prima del referendum del 2016, la maggior parte prevedeva che il Regno Unito avrebbe votato per rimanere nell’Unione europea.

    Nel 2017, i sondaggi in vista delle elezioni anticipate prevedevano una grande maggioranza per il Partito conservatore, che non si è materializzata, uno dei motivi per cui, fra un mese, partirà un altro tentativo.

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