Quando, nel febbraio del 2020, Viktor Orbán si preparava per il suo tradizionale discorso annuale alla nazione, un’impiegata del ministero della Giustizia di Budapest ricevette un’insolita telefonata da una figura ancora poco conosciuta al grande pubblico, Péter Magyar. Il marito dell’allora ministra Judit Varga voleva sapere se, durante il discorso dell’allora premier nella capitale, avrebbe potuto sedere in prima fila insieme alla moglie, nonostante per questi eventi il protocollo preveda la sola partecipazione di politici di alto livello, senza i rispettivi coniugi. All’impiegata la richiesta risultò quantomeno irrituale ma l’uomo era pur sempre il marito del suo capo, quindi si rivolse agli organizzatori della “Fondazione Civica per l’Ungheria” affiliata al partito di governo Fidesz, spiegò la situazione e alla fine ottenne quanto richiesto. Così quel 16 febbraio del 2020, mentre il primo ministro si rivolgeva alla nazione, in prima fila c’era anche Péter Magyar.
Anni dopo il nuovo premier di Budapest, che alle elezioni del 12 aprile scorso ha messo fine a 16 anni di governo ininterrotto di Orbán, spiegherà di essersi sentito pienamente autorizzato a presenziare. «Le mogli degli altri membri del governo probabilmente non sapevano nemmeno dove si trovassero i loro mariti, perché, magari, se ne stavano a casa a cucinare», ricordò l’anno scorso Magyar al portale ungherese Direkt36. Lui invece aveva contribuito a costruire l’immagine pubblica di sua moglie che, sostiene, era diventata una politica influente anche grazie ai suoi sforzi. Ma le sue ambizioni, figlie della sua storia personale, andavano ben oltre.
Vocazione politica
Péter Magyar è nato a Budapest il 16 marzo del 1981 in una famiglia in cui si respiravano legge e politica. Il nonno materno, il defunto giurista Pál Erőss, era un noto volto televisivo nell’Ungheria pre-1989, grazie a un programma di consulenza legale seguito da quasi sei milioni di persone a settimana. La nonna materna Teréz era la sorella di Ferenc Mádl, lo scomparso presidente della Repubblica eletto nel 2000 con l’appoggio di Fidesz e rimasto in carica fino al 2005. La madre Mónika divenne giudice, poi segretaria generale della Curia, la Corte suprema ungherese, e quindi vicepresidente dell’Ufficio Nazionale della Magistratura, l’organo amministrativo centrale dei tribunali del Paese. Anche sua sorella è in magistratura, il padre István, invece, è un avvocato originario di Szombathely che lo segue nelle sue battaglie politiche, mentre il fratello Márton, cronista ed ex collaboratore della comunicazione del movimento centrista Momentum, lo accompagnerà soltanto ai suoi esordi con il partito Tisza, preferendo infine tornare al giornalismo.
In una famiglia come la sua, la vita pubblica non è un’opzione tra le tante ma una vocazione, quasi genetica. Così, quando a ventitré anni si iscrive al Fidesz insieme all’amico Gergely Gulyás, conosciuto alla facoltà di giurisprudenza dell’Università Cattolica Pázmány Péter e con cui ha cementato i rapporti durante un periodo di studi da coinquilini ad Amburgo dopo il suo Erasmus alla Humboldt di Berlino, la sua scelta appare naturale per un giovane conservatore cristiano della sua estrazione.
Tanto che, nel settembre del 2006, quando le strade di Budapest furono invase dalle manifestazioni di protesta dopo la fuga di notizie sul famoso discorso di Őszöd pronunciato a maggio a porte chiuse dall’allora premier ungherese Ferenc Gyurcsány al congresso del Partito socialista (Mszp), Magyar e Gulyás erano in piazza a fornire assistenza legale gratuita alle vittime della repressione della polizia. Proprio allora la sua vita stava cominciando a cambiare. Aveva appena conosciuto Judit Varga e a presentargli la sua futura moglie durante una festa era stato l’anno prima proprio Gulyás. I due si sposarono un anno dopo, con l’amico comune a fare prima da testimone di nozze e poi da padrino di uno dei loro tre figli.
Primi passi
La vera svolta però arrivò nel 2009, quando la coppia si trasferì a Bruxelles. Varga aveva ottenuto un incarico al Parlamento europeo come assistente dell’allora eurodeputato János Áder, futuro presidente della Repubblica dal 2012 al 2022. Magyar, per un po’, si occupò della loro prima figlia di un anno, Levente. Poi, quando l’Ungheria assunse la presidenza semestrale dell’Ue all’inizio del 2011 e il governo di Budapest ebbe bisogno di personale, fu anche lui reclutato nel corpo diplomatico. D’altronde era già residente in città, conosceva Bruxelles, parlava le lingue e la moglie era ben introdotta nella Rappresentanza permanente ungherese.
Qui Magyar si fece notare in fretta. Quando i ministri ungheresi andavano a Bruxelles per le presentazioni formali, la regola non scritta era il silenzio: compito dei funzionari era ascoltare, annuire e tornare tutti alle proprie scrivanie, lui invece faceva domande, interrompeva, commentava. Un atteggiamento talmente famoso che anni dopo, quando la moglie Judit Varga, ormai ministra della Giustizia, tenne un intervento alla Rappresentanza permanente ungherese presso l’Ue, ci scherzò su: «Péter è assente, non c’è nessuno che farà domande». Una battuta che fece ridere i presenti. Ma ormai la carriera di Magyar era andata oltre, anche grazie a una rete di contatti intrecciata con quella della moglie.
Nella capitale belga infatti Varga conobbe la moglie dell’attuale Commissario europeo Olivér Várhelyi, già allora diplomatico di peso negli ambienti ungheresi presso l’Ue. Quando nel 2011 l’esponente di Fidesz divenne il numero due della Rappresentanza permanente di Budapest a Bruxelles, scelse proprio Magyar come suo capo di gabinetto. Per qualche anno i due sembravano inseparabili, poi nel 2015 Várhelyi divenne ambasciatore e qualcosa si ruppe. Pare che l’amico avesse preso l’abitudine di agire a suo nome a sua insaputa. Una ricostruzione smentita dal nuovo premier, fatto sta che i rapporti tra i due si incrinarono. Magyar rimase comunque al suo posto, curando fino al 2018 i rapporti tra il governo Orbán e il Parlamento europeo, senza più grandi prospettive di promozione. Al contrario, la carriera della moglie Varga accelerò.
Ritorno a Budapest
Proprio nel 2018, dopo la vittoria di Fidesz alle elezioni, l’amico di sempre Gulyás divenne ministro responsabile dell’Ufficio del Premier e scelse Varga come segretaria di Stato. Così la famiglia, ormai allargata dalla nascita degli altri due figli Lóránt e Miklós, tornò in Ungheria.
Prima della nomina però Gulyás chiese un parere a Péter. Allora Magyar appoggiò la moglie ma chiese perché avessero scelto lei e non lui. Sembra che Orbán preferisse una donna in quel ruolo e, per dirla tutta, il marito non appariva abbastanza flessibile, un problema che all’interno del partito l’avrebbe perseguitato per anni.
Poco dopo il premier nominò la moglie Varga ministra per gli Affari Europei e l’anno successivo della Giustizia. Durante il suo mandato, la madre di Magyar fu nominata vicepresidente dell’Ufficio Nazionale della Magistratura. «Con un po’ di nepotismo», ha commentato a El Pais una fonte anonima che aveva condiviso tre anni in tribunale con Magyar, che già allora mostrava un carattere difficile. «Gli piaceva discutere con i giudici più anziani, ma non era niente di speciale: non avrei mai immaginato che potesse arrivare così lontano». Allora, ha spiegato a Direkt36 un’altra fonte vicina agli ambienti di Fidesz, «si rivolgeva alle persone con tono di superiorità».
Ma Gulyás non lo abbandonò. Malgrado non risparmiasse critiche nemmeno all’indirizzo del governo, Magyar ottenne infatti una serie di incarichi ben retribuiti in diverse aziende statali: dalla Banca Ungherese per lo Sviluppo al Centro Prestiti Studenteschi, di cui divenne direttore nel giugno 2019. «Penso che abbia inviato il mio curriculum al ministro di riferimento», dirà poi il nuovo premier, ammettendo il ruolo dell’amico in queste nomine. Non esattamente una smentita. Le cariche politiche però sembravano fuori dalla sua portata. Nell’estate del 2020 provò persino a ottenere un posto di segretario di Stato per gli affari europei al ministero dell’Innovazione di Budapest, senza successo. Stesso copione qualche tempo dopo con il ministero degli Esteri e del Commercio.
Intanto si occupava di costruire l’immagine politica della moglie, diventando uno degli amministratori delle sue pagine social e registrando con il suo cellulare uno dei video più memorabili di Varga, in cui la donna sfoggiava le sue abilità calcistiche con ben 37 palleggi consecutivi. Malgrado non fosse un membro dell’ufficio stampa, frequentava assiduamente il ministero e partecipava alle riunioni della comunicazione politica, permettendosi di redarguire i dipendenti, anche in modi aggressivi.
Divorzio difficile
«Era troppo ambizioso e indipendente», ha spiegato sulla rivista ungherese Hvg il politologo dell’Università di Copenaghen, Miklós Sükösd, che ha studiato la sua ascesa. «Così la sua ambizione veniva soffocata e la situazione degenerava». Proprio come il suo matrimonio.
Il carattere poco flessibile di Magyar cominciava a essere un problema anche per la moglie Varga. Già nel 2021 erano emersi i primi problemi, che la coppia aveva tentato di affrontare insieme. Alla fine il divorzio venne annunciato nel marzo 2023, quando ormai i loro mondi avevano smesso di coincidere. Nell’autunno di quell’anno Magyar fu addirittura espulso dallo Stádium Klub, il circolo esclusivo fondato da Gulyás nel 2010 e frequentato dal gotha del sistema Orbán, compresi il vescovo riformato ed ex ministro Zoltán Balog; l’ex capo dello Stato Katalin Novák e l’attuale presidente della Corte costituzionale Imre Juhász. La notizia gli fu data, quasi per caso, da un conoscente davanti a un centro commerciale di Buda. Un segnale definitivo della sua progressiva esclusione dai vertici della politica ungherese.
Lui però voleva salvare la sua posizione, almeno nelle aziende statali. Perciò, a novembre di quell’anno, cercò di parlare con il suo vecchio amico Gulyás, lamentandosi degli insulti ricevuti dai compagni di partito e ventilando la possibilità di rendere pubbliche le sue critiche. Ma quello gli rise in faccia, rispondendo che nessuno avrebbe avuto interesse ad ascoltare l’opinione di Péter Magyar. I due si videro di nuovo in dicembre al ricevimento natalizio del ministro Lázár, accordandosi per incontrarsi durante le feste, un appuntamento mai rispettato.
A quel punto infatti, Magyar aveva già in mano un audio della moglie, registrato nel gennaio precedente a insaputa di Varga, in cui la ministra parlava di presunte interferenze del governo in un caso di corruzione in cui il suo ex segretario di Stato, Pál Völner, era sospettato di aver accettato tangenti dal presidente dell’Ufficio Nazionale della Magistratura, György Schadl, in cambio di alcuni favori. Per mesi l’ormai ex marito tenne quella registrazione in un cassetto, come una sorta di assicurazione. Tutto però cambiò dopo la visita di Papa Francesco in Ungheria dell’aprile di quell’anno.
Svolta mediatica
Grazie ai buoni uffici dell’allora ambasciatore ungherese presso la Santa Sede, Eduardo d’Asburgo, discendente della famiglia reale dell’Impero austro-ungarico, il defunto Pontefice si recò a Budapest tra il 28 e il 30 aprile 2023 per una visita ufficiale che avrebbe dovuto rappresentare il culmine dell’era Orbán. Il viaggio apostolico fu un successo ma ebbe conseguenze gravissime per il governo ungherese che, nel tentativo di promuovere la misericordia predicata da Bergoglio, decise di concedere la grazia a 25 detenuti.
La lista dei nomi però trapelò soltanto il 2 febbraio dell’anno successivo, quando la testata locale 444.hu rivelò che la presidente della Repubblica Katalin Novák aveva segretamente graziato, tra gli altri, anche un condannato per complicità in pedofilia. Il suo nome è Endre Konya, ex vicedirettore dell’orfanotrofio Kossuth Zsuzsa di Bicske, che aveva intimidito alcuni minori affinché tacessero sugli abusi commessi dal suo superiore. La firma sul provvedimento di grazia, promossa dal suo mentore, il vescovo Balog, era di Novák ma la proposta, in qualità di ministra della Giustizia, proveniva da Varga. Uno scandalo devastante che colpì al cuore la narrativa identitaria di Fidesz, tutta basata sulla tutela della famiglia tradizionale, dell’innocenza dei bambini e dei valori cristiani. Così il 10 febbraio 2024, nel giro di pochi minuti, annunciarono le proprie dimissioni sia Novák che Varga, due delle figure femminili più importanti del partito al governo. Il giorno dopo Magyar si presentò come ospite alla diretta online del canale indipendente Partizán.
Camicia bianca, cravatta, orologio di marca al polso, la sua intervista doveva durare non più 40 minuti, invece parlò per più di 100, lentamente, come se scegliesse ogni parola con cura: prima accusò Antal Rogán, ministro della comunicazione di Orbán, di aver orchestrato la gestione mediatica dello scandalo usando Novák e Varga come capri espiatori; poi attaccò direttamente il premier, denunciando l’arricchimento della sua famiglia, e infine ribadì le sue personali dimissioni, già annunciate il giorno prima sui social, da tutti gli incarichi ricoperti nelle aziende statali. Fino ad allora non si era mai visto nulla del genere nell’Ungheria di Orbán, attaccato in prima persona non dall’opposizione ma da un uomo interno al sistema.
Da lì in avanti, tutto si mosse con una velocità che nemmeno Magyar sembrava aver previsto. A fine mese già pensava a un proprio partito politico, forse anche a candidarsi a sindaco di Budapest. Un mese dopo, il 15 marzo 2024, organizzò la sua prima grande manifestazione pubblica, a cui presenziarono quasi 50mila persone.
Discesa in campo
Intorno a lui, intanto, cominciava ad aggregarsi un primo nucleo di fedelissimi. In primis il fratello giornalista Márton; poi l’attore Ervin Nagy, noto per la sua avversione al governo; quindi il regista teatrale Márk Radnai, figlio del responsabile della comunicazione del partito di estrema destra Jobbik con esperienze in diverse campagne elettorali dell’opposizione; e infine Gábor Juhász, imprenditore che aveva finanziato la coalizione anti-Orbán alle elezioni del 2022; e Dezső Farkas, un altro uomo d’affari che si occupava di coordinare le attività del nascente movimento. Per mancanza di risorse e per paura delle intercettazioni del governo, le prime riunioni si tennero nell’appartamento della moglie di Nagy, una casa di 110 metri quadri con tre stanze al centro di Budapest, normalmente affittata su Airbnb. L’idea era di partecipare alle elezioni europee del giugno di quell’anno. Per questo rilevò un preesistente e praticamente sconosciuto partito, Tisza, già registrato per le votazioni, trasformandolo nel suo veicolo politico. Finché il 26 marzo non rese pubblica la registrazione audio di Varga, costringendo Fidesz sulla difensiva.
Il 9 giugno 2024, al suo esordio alle elezioni per il Parlamento europeo, il partito ottenne il 29,6% dei voti e 7 su 21 seggi disponibili. Fidesz invece scese al 44,82%, per la prima volta sotto la soglia della maggioranza assoluta. Nonostante il successo però, quell’estate cominciarono le prime defezioni. Farkas, uno dei fondatori, si dimise subito dopo le elezioni, denunciando una cultura interna a Tisza, definita «tossica» e simile a quella di Fidesz. L’allora fidanzata di Magyar, Evelin Vogel, che aveva portato nel movimento molti nuovi iscritti, ruppe con lui, rilasciando una serie di interviste ai media filogovernativi, tra cui Index.hu, corredate da alcune registrazioni audio che dipingevano l’ex compagno in modo ben poco lusinghiero. Accuse a cui Péter rispose bollando Vogel come una «spia» di Fidesz. Anche il fratello Márton però prese le distanze, tornando al giornalismo.
D’altronde, come rivelato a Politico prima delle ultime elezioni dall’ex candidato unitario dell’opposizione ungherese sconfitto da Orbán nel 2022 Péter Márki-Zay, Magyar è un capo «arrogante, egocentrico e meschino». È lui l’unico autorizzato a rilasciare interviste, è lui a decidere la strategia mediatica, è lui a mantenere il messaggio compatto e ripetibile. «Un one-man show», ha spesso detto di se stesso e del suo partito il nuovo premier.
Trionfo elettorale
Una scelta che però ha pagato. In testa nei sondaggi per tutto il 2025, l’anno scorso Magyar percorse a piedi 250 chilometri da Budapest a Oradea, in Romania, per conquistare il voto della minoranza ungherese oltre confine, un bacino tradizionalmente fedele a Fidesz. Visitò poi fino a sei città al giorno, usando i social come arma e rispondendo in tempo reale agli attacchi del governo.
Orbán si sentiva così in difficoltà che, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile scorso, invitò persino il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, a parlare a un suo comizio, con tanto di collegamento telefonico in diretta con Donald Trump. Ma l’appoggio della Casa bianca fu inutile e Tisza conquistò 138 su 199 seggi, una maggioranza assoluta di due terzi capace di cambiare la costituzione e smontare l’autoritarismo di Orbán, a cui non rimase che ammettere la sconfitta.
Quella notte, davanti a una folla esultante sulle rive del Danubio, Magyar pronunciò un discorso storico: «Abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo ripresi la nostra patria». Una vittoria celebrata da Ursula von der Leyen, a Donald Tusk, fino a Barack Obama. Così, un uomo che per quindici anni aveva tentato di scalare il sistema di potere di Orbán, ottenendo prima posizioni e incarichi di secondo piano e poi venendone del tutto escluso, nel giro di qualche anno ha sconfitto il regime che lo aveva snobbato, passando dall’imbucarsi tra il pubblico all’ascolto del premier allo scranno più alto del governo. Adesso in prima fila, senza più bisogno di chiedere favori e con la promessa di ripristinare le garanzie democratiche in Ungheria, c’è soltanto Péter Magyar.