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    La Corte Costituzionale spagnola multa gli organizzatori del referendum in Catalogna

    Credit: Reuters

    La sanzione ha l’obiettivo di impedire la consultazione referendaria. Il 20 settembre, la polizia ha arrestato 14 persone nella regione autonoma catalana

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 22 Set. 2017 alle 12:52 Aggiornato il 10 Set. 2019 alle 21:03

    Il Tribunale Costituzionale della Spagna ha imposto una multa fino a 12mila euro al giorno a tutti quei funzionari che si renderanno complici dell’organizzazione del referendum per l’indipendenza della Catalogna.

    Intanto il ministro dell’Interno spagnolo Juan Ignacio Zoido ha annunciato, in una nota ministeriale, l’invio di rinforzi ai cinquemila agenti di polizia già presenti in Catalogna per “mantenere l’ordine” nella Generalitat.

    Come riferito dall’agenzia di stampa spagnola EFE, sei alti funzionari catalani dovranno pagare 12mila euro di multa al giorno, mentre altri 16 funzionari potranno vedersi infliggere una sanzione fino a seimila euro al giorno.

    Il primo tra i dirigenti interessati da questo provvedimento è Josep Maria Jové, segretario generale della vicepresidenza catalana, arrestato il 20 settembre a Barcellona insieme ad altre 13 persone.

    L’accusa mossa contro Jové è quella di sedizione. Altri importanti funzionari arrestati, come Jordi Puignero, presidente del Centro Telecomunicazioni regionale e Jordi Graell, direttore del dipartimento di attenzione ai cittadini del governo, devono ancora comparire di fronte al tribunale.

    Gli arresti hanno scatenato le proteste di migliaia di cittadini catalani, che hanno manifestato contro le cosiddette “forze di occupazione” spagnole, brandendo striscioni indipendentisti e bandiere della Catalogna.

    Nonostante il governo di Madrid abbia dichiarato la consultazione referendaria illegale, centinaia di sindaci della regione autonoma e diversi funzionari della Generalitat hanno affermato la volontà di tenere comunque il referendum.

    Oriol Junqueras, vicepresidente della Catalogna e capo di Josep Maria Jové, ha ammesso che le operazioni di polizia portate a termine mercoledì 20 settembre hanno colpito duramente l’organizzazione del voto.

    “È evidente che non potremo votare come sempre, ma con il resto dei miei collaboratori cercheremo di essere responsabili e all’altezza delle circostanze”, ha detto Junqueras.

    Gli arresti

    Il 20 settembre infatti la Guardia Civil ha arrestato 14 persone e ha proceduto con la perquisizione di diversi uffici del governo di Barcellona.

    La polizia spagnola ha fatto irruzione negli uffici dei ministeri dell’Economia e delle Relazioni esterne della regione autonoma, oltre a quelli della presidenza catalana.

    La Guardia Civil ha anche perquisito una società di posta privata, sequestrando l’80 per cento delle notifiche di convocazione ai seggi referendari che dovevano essere inviate agli elettori entro il 1 ottobre.

    A seguito di queste operazioni, la polizia spagnola ha sequestrato 10 milioni di schede elettorali necessarie per l’organizzazione del referendum.

    Il 19 settembre, in una serie di altre perquisizioni, la Guardia Civil aveva già scoperto diversi documenti, poster e volantini direttamente collegati alla consultazione referendaria.

    In particolare, nel comune di Terrassa, a pochi chilometri da Barcellona, la polizia aveva sequestrato alcune scatole contenenti oltre 45mila buste segnate con le insegne del governo catalano.

    Lo scontro tra Madrid e Barcellona

    Il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, ha definito gli arresti e le perquisizioni avvenute nella regione autonoma come un’imposizione di fatto di una sorta di stato di emergenza.

    Puidgemont ha accusato Madrid di aver “violato lo stato di diritto e attuato uno stato di eccezione” in Catalogna, confermando la convocazione del referendum per il 1 ottobre.

    Anche la sindaca di Barcellona, Ada Colau, ha criticato la decisione del governo di Madrid di procedere agli arresti, denunciandoli come “uno scandalo democratico”.

    Le autorità del governo spagnolo hanno però risposto confermando la legittimità delle operazioni di polizia e dei sequestri di documenti da parte della magistratura, sostenendo che non è stato imposto alcuno stato di emergenza.

    “Il governo tutela i diritti di tutti gli spagnoli”, ha detto Mariano Rajoy durante una seduta del parlamento di Madrid. “I giudici si sono espressi contro il referendum e come democrazia abbiamo l’obbligo di far rispettare la sentenza”.

    Le autorità catalane erano infatti state avvertite dal governo di Mariano Rajoy di non sfidare la decisione della Corte Costituzionale di impedire la consultazione. “Questo referendum non si terrà” aveva detto il primo ministro.

    Il 14 dicembre 2016 il Tribunale costituzionale spagnolo aveva infatti bloccato i piani per il referendum secessionista. La stessa Corte poi aveva sospeso, all’inizio di settembre 2017, la legge regionale che convocava la consultazione.

    Inoltre, il procuratore generale della Spagna, Jose Manuel Maza, aveva affermato di essere intenzionato a denunciare i membri del parlamento catalano che non volessero rispettare la decisione della Corte.

    I legislatori catalani avevano risposto di essere pronti ad andare in prigione pur di permettere ai cittadini della Generalitat di esprimersi sull’indipendenza. Il procuratore generale spagnolo aveva infatti detto ai giornalisti di aver chiesto alle forze di polizia di indagare su qualsiasi preparativo da parte del governo catalano in previsione del referendum.

    Tra le attività sotto indagine figuravano la stampa di volantini elettorali o la preparazione di sondaggi in merito alla consultazione. Insegnanti, funzionari di polizia e amministratori  locali rischiano multe o addirittura la perdita del posto di lavoro, se dovessero rendersi complici delle operazioni elettorali.

    Nella regione – una delle più sviluppate della Spagna – vivono almeno 7 milioni di persone. Il Pil pro capite della Catalogna è al di sopra della media spagnola, superandola di quasi il 20 per cento.

    La Generalitat contribuisce così in modo determinante all’economia nazionale, eppure, a causa dei trasferimenti interni verso il governo di Madrid, Barcellona non riesce a spendere quanto potrebbe per i servizi ai propri cittadini.

    Tuttavia, nonostante i sondaggi in merito alla consultazione referendaria siano stati rari, un’indagine statistica commissionata dal governo catalano a luglio 2017 suggeriva come il 41 per cento degli elettori sostenesse l’indipendenza, mentre il 49 per cento avrebbe votato “no” alla secessione da Madrid.

    Le reazioni in Europa

    L’Unione europea ha ribadito la propria posizione neutrale di fronte alla questione. “Rispettiamo l’ordine costituzionale della Spagna come facciamo con tutti gli stati membri”, ha detto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea.

    La cancelliera tedesca Angela Merkel ha invece espresso la propria vicinanza al governo spagnolo. “Abbiamo a cuore la stabilità di un partner così vicino”, ha detto Merkel.

    Anche la Francia è al fianco di Rajoy sulla questione. “In un momento in cui lo spirito di unità e di solidarietà devono più che mai guidarci nel rilancio del progetto europeo, le autorità francesi ricordano il loro legame a una Spagna forte e unita”, ha detto un portavoce del ministero degli Esteri di Parigi in una comunicazione ufficiale alla stampa.

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