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    “Meglio morire in Israele che fare la fame in India”: Tel Aviv cerca operai indiani per rimpiazzare i palestinesi e accorrono in migliaia

    Lo Stato ebraico è a corto di operai edili, un settore che tradizionalmente impiega centinaia di migliaia di palestinesi. Ma dal 7 ottobre Tel Aviv ha revocato loro i permessi di lavoro e per rimpiazzarli apre ai migranti in arrivo dal subcontinente

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 26 Gen. 2024 alle 17:01 Aggiornato il 26 Gen. 2024 alle 17:02

    Dall’inizio della guerra a Gaza, Israele è a corto di operai edili, in genere quasi tutti stranieri o palestinesi, e per questo si prepara ad accogliere migliaia di migranti indiani, destinati a prenderne il posto.

    Prima dello scoppio del conflitto nella Striscia, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, quasi 193mila palestinesi erano impiegati in Israele o negli insediamenti dei Territori occupati (un record storico). Almeno un terzo dei dipendenti dell’edilizia proveniva dalla Cisgiordania.

    Ma dal 7 ottobre, Tel Aviv ha revocato 130mila permessi di lavoro ai palestinesi residenti nella Striscia di Gaza e nella West Bank. Intanto, per paura, migliaia di migranti hanno abbandonato il Paese dopo gli attentati di Hamas in cui sono morti decine di operai stranieri, perlopiù thailandesi e nepalesi impiegati nell’agricoltura e nell’edilizia.

    Così, per far fronte all’emergenza, nei prossimi mesi le autorità di Tel Aviv prevedono di accogliere dai 10mila ai 20mila migranti soltanto dall’India. Un numero che, secondo l’israeliano Center for International Migration & Integration (CIMI), equivale a praticamente tutti i lavoratori stranieri entrati nello Stato ebraico nel 2021.

    Visti i numeri, il settore maggiormente in sofferenza è quello dell’edilizia. “Siamo scesi al 30 per cento della produzione industriale”, aveva denunciato a dicembre alla Knesset il presidente della Israel Builders Association, Raul Srugo. “Per quanto ci riguarda, potete portarci lavoratori anche dalla Luna”.

    “Ci siamo già assicurati cinquemila operai da Delhi e da Chennai”, ha detto al Washington Post il vicedirettore dell’associazione Shay Pauzner. “Nei prossimi anni l’India sarà uno dei primi, se non il principale fornitore di lavoratori edili del nostro Paese”. L’organizzazione, ha aggiunto Pauzner, si è rivolta a loro “a causa della decisione di impedire ai palestinesi di venire a lavorare in Israele”.

    La risposta in India è stata positiva. Malgrado i rischi del conflitto infatti, in migliaia si sono messi in fila per fare domanda nei centri di assunzione, attirati da salari che vanno dai 1.400 fino ai 1.700 dollari al mese (dai 1.290 ai 1.565 euro circa). Un’offerta quasi irrinunciabile in un Paese in cui, secondo i dati del governo di Delhi, quasi il 22 per cento della forza lavoro è occupata solo “in maniera occasionale” e percepisce un salario mensile medio pari a 7.899 rupie (poco più di 87 euro e 50 centesimi).

    “Se è destino allora moriremo lì, almeno i nostri figli avranno qualcosa”, ha detto all’agenzia di stampa francese Afp Jabbar Singh, di professione meccanico di motociclette, mentre era in fila davanti a un’agenzia per il lavoro di Lucknow, capitale dello stato settentrionale indiano dell’Uttar Pradesh, uno dei più poveri del Paese. “Sempre meglio che fare la fame”.

    “Sorriderò e magari mi beccherò un proiettile”, ha aggiunto sempre ai microfoni dell’agenzia francese il piastrellista Deepak Kumar. “Ma almeno guadagnerò 150mila rupie (1.800 dollari). Qui si lavora per quattro giorni e si mangia soltanto per due (giorni)”.

    Non tutti però sono entusiasti. Diversi sindacati indiani sono preoccupati per la sicurezza dei lavoratori. “Siamo contrari perché significa mandare le persone nella bocca del leone”, ha detto al quotidiano americano Ramher Bhivani, segretario generale di un sindacato di operai edili dello stato di Haryana.

    Molte altre sigle invece hanno denunciato questa politica come una forma di “complicità” con “la guerra genocida in corso da parte di Israele contro i palestinesi”.

    Per le autorità dei due Paesi però la guerra non c’entra. Già prima dello scoppio del conflitto, secondo quanto riferito alla Knesset dall’ex ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen, Tel Aviv aveva firmato un accordo con Delhi per accogliere fino a 42mila tra operai edili, badanti e infermieri. Una posizione confermata anche dal portavoce del ministero degli Esteri indiano, Randhir Jaiswal, che la scorsa settimana in conferenza stampa ha ricordato i memorandum bilaterali “firmati da lungo tempo” dai rispettivi governi.

    La richiesta di lavoratori indiani in Israele non è di certo una novità. Ad oggi, secondo l’ambasciata di Delhi a Tel Aviv, lavorano almeno 17mila cittadini del subcontinente, perlopiù impiegati nei settori della sanità e dell’assistenza domestica, mentre non mancano i commercianti di diamanti, i dipendenti di aziende hi-tech e gli studenti.

    “Abbiamo già un gran numero di nostri cittadini in Israele, soprattutto nel settore dell’assistenza”, ha ribadito alla stampa il sopracitato Randhir Jaiswal, aggiungendo che gli accordi tra Delhi e Tel Aviv hanno contribuito a garantire “una migrazione regolamentata”. “Questo però è solo l’inizio”, ha detto in via anonima al Washington Post un funzionario del governo indiano. “L’obiettivo è raggiungere numeri molto più alti”.

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