Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    Lo storico Ilan Pappé a TPI: “Il destino di Israele è segnato”

    Lo storico israeliano Ilan Pappé. Per gentile concessione dell’editore Fazi

    “Lo Stato ebraico non è una democrazia ma un regime di apartheid. Il mondo un giorno dirà basta, come con il Sudafrica. Netanyahu sogna un’altra Sparta. Non si può andare avanti così”. Lo storico israeliano predice a TPI il collasso del sionismo e la sua visione della pace: "Il crollo avverrà dall’interno. L’élite economica e culturale sta già lasciando il Paese, senza sarà difficile far funzionare tutto. Il futuro? Serve un ritorno al mosaico etnico e culturale regionale precedente, all'interno di una struttura politica flessibile"

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 23 Gen. 2026 alle 16:20

    Ilan Pappé ne è convinto: per Israele è cominciato l’inizio della fine. «Non so esattamente come ma verrà il momento in cui anche i governi del resto del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica», predice lo storico israeliano a TPI. Questa «decolonizzazione» dello Stato ebraico, come la definisce Pappé nel suo nuovo libro “La fine di Israele” (Fazi, 2025), non avrà nemmeno bisogno di una guerra ma di un «processo lungo, e purtroppo doloroso», che però è già iniziato. L’analisi dello storico israeliano parte dalla frattura, mai saldata nemmeno dopo il trauma del 7 ottobre e i massacri a Gaza, tra due entità sioniste diverse: lo «Stato di Giudea» e lo «Stato di Israele». Se il primo è descritto come il fronte estremista di destra, religioso e con tratti messianici alleato del premier Benjamin Netanyahu, l’altro è tuttora ancorato ai valori liberali e laici della fondazione e schierato, spesso, con l’opposizione. Entrambi però, pur contendendosi non solo il potere, ma anche lanima dello Stato ebraico, sarebbero ancora uniti dallappoggio a un sistema che nega ai palestinesi i propri diritti civili e umani. Quest’unico denominatore comune e la frattura tra i due campi contrapposti contribuiscono alla polarizzazione politica in Israele e finiranno, ci spiega Pappé, per determinarne la fine. Un epilogo che, secondo lo storico, aprirà nuove opportunità per la pace.

    Professor Pappé, è finalmente arrivato il fatidico “Day After” in Palestina?
    «In questo momento assistiamo al “Day After di Trump” o al “Day After del Qatar”, mentre avremmo avuto bisogno di un “Day After palestinese”. Solo questo, se realmente basato su giustizia, uguaglianza e democrazia, avrebbe potuto contribuire a galvanizzare il sostegno regionale e internazionale verso la pace e funzionare davvero».
    Cominciamo da Israele, unico Stato democratico della regione. È la democrazia di chi?
    «Una delle più grandi invenzioni del sionismo è che Israele sia una democrazia. È vero che non ci sono democrazie in Medio Oriente, ma nemmeno Israele è una democrazia».
    Perché?
    «Insegno scienze politiche e se qualcuno dei miei studenti mi presentasse un saggio in cui giunge alla conclusione che Israele è una democrazia, lo boccerei. Non dal punto di vista ideologico o per puro spirito di polemica ma perché nulla dimostra tale tesi».
    Gli arabi israeliani, ad esempio, possono votare ed essere eletti in Parlamento.
    «Il fatto che alcuni cittadini palestinesi in Israele possano votare o essere eletti non è di per sé una prova che questa sia una democrazia. Ai suoi tempi in Romania si poteva votare alle elezioni e così Ceaușescu la definiva una repubblica democratica. Ma bisogna esaminare attentamente la situazione e riconoscere che Israele è un regime di apartheid che non garantisce pari diritti alle persone non ebree. Non c’è un solo abitante palestinese, che viva nella Cisgiordania occupata o nella Striscia di Gaza assediata, che possa dire di aver vissuto in una democrazia dal 1948. Uno Stato che occupa il territorio in cui abitano milioni di altre persone per oltre 58 anni (dal 1967, ndr) non è una democrazia. Uno Stato che, per legge, considera i non ebrei come cittadini di seconda categoria non può essere una democrazia. Una volta lo era per i cittadini ebrei, mentre ora dobbiamo aspettare e vedere come evolverà la lotta tra quelli che chiamo lo “Stato di Giudea” e lo “Stato di Israele”».
    Lo storico sionista di destra Gil Troy ce le descrisse come «due “tribù” che si scontrarono sulla riforma giudiziaria» ma che poi «misero da parte le divergenze per salvare Israele dopo il 7 ottobre». Due anni dopo, chi ha vinto dei due?
    «Non sono d’accordo con Troy sul fatto che i contendenti abbiano messo da parte le proprie divergenze, anzi. E non credo nemmeno che la lotta sia finita a causa della guerra. La grande sorpresa è proprio che, nonostante il trauma del 7 ottobre e il conflitto, la contesa sia continuata, a volte anche in forme molto violente. Prendiamo il caso degli ostaggi: lo “Stato di Giudea” (l’estrema destra religiosa, ndr) pensava che la maggior parte di loro appartenesse allo “Stato di Israele” (il segmento liberale e laico della società israeliana, ndr) e non mostrava grande interesse per la loro sorte, opponendosi fino all’ultimo a ogni piano per lo scambio con i prigionieri politici (palestinesi, ndr). Non so se in Italia si sia capito perché il dibattito avveniva per lo più in ebraico ma in questi due anni sono state dette cose terribili sulle famiglie degli ostaggi. La frattura quindi è ancora molto profonda».
    Prevede una riconciliazione?
    «No, anzi. Questa spaccatura continuerà ad approfondirsi e andrà anche peggio. Con l’attenuarsi della tensione bellica infatti diventerà ancora più evidente. Lo scontro resterà sul terreno del sistema giudiziario perché lo “Stato di Giudea” domina già la politica, gli apparati di sicurezza e l’esercito».
    Come andrà a finire?
    «Non credo che lo “Stato di Israele” abbia alcuna possibilità. Penso che lo “Stato di Giudea” potrebbe finire per inghiottirlo e che allora il mondo dovrà fare i conti con questa realtà, dimenticando ciò che sapeva del vecchio Israele, con cui era più facile avere a che fare perché, almeno una volta, rispettava alcuni valori di liberalismo, universalismo e, prima ancora, di socialismo. Ma tutto questo alla fine scomparirà».
    Con quale risultato?
    «Israele sta diventando un regime sempre più teocratico, razzista e religioso. Molte persone che si considerano laiche e progressiste se ne andranno in futuro e tante se ne sono già andate. Sta già accadendo».
    A cosa porterà questa sorta di “rivoluzione” demografica?
    «Creerà le condizioni per l’ascesa di quello che chiamo lo “Stato di Giudea” che, temo, sarà particolarmente feroce e brutale nei confronti dei palestinesi e ancora più aggressivo con i vicini Stati arabi. Ma è solo una prima fase: le conseguenze di tutto questo ne produrranno un’altra».
    Quale?
    «Questa situazione non potrà durare a lungo ed è allora che emergeranno nuove e diverse opportunità. Non finché lo “Stato di Giudea” però, come lo chiamo io, sarà al potere ma soltanto quando quest’ultimo crollerà e non credo che sarà in grado di sostenersi a lungo».
    Perché?
    «Il fatto è che l’élite culturale ed economica sta già lasciando il Paese. Senza queste persone, sarà molto difficile per lo Stato come lo conosciamo continuare a funzionare. In secondo luogo, questo Stato finirà per restare isolato. Ora è isolato dalla società civile ma credo che, anche per ragioni ciniche, governi e politici finiranno per seguire le rispettive società, sia nel mondo arabo che nel resto della comunità internazionale. Uno Stato del genere non ha alcuna possibilità né opzione per continuare a funzionare. Proseguirà di certo a produrre armi ed è estremamente cinico da parte delle industrie militari continuare a commerciare con un tale soggetto. Ma se si guarda alla storia, questo non è certo sufficiente a sostenere uno Stato».
    Israele ha vinto tutte le guerre ma non ha mai raggiunto la pace.
    «(Il premier, ndr) Benjamin Netanyahu ha annunciato, come fosse una notizia positiva, che Israele sarà una nuova Sparta ma dovrebbe imparare la storia. Sono d’accordo però sul fatto che, come una sorta di Prussia, stia cercando di diventarlo. Invece di uno Stato sta provando a essere un esercito con uno Stato. E questo potrà anche continuare, ma solo per un po’».
    Quando e come dovrebbe avvenire questo collasso?
    «Non so esattamente come avverrà ma immagino che accadrà nel momento in cui i governi del mondo diranno che ne hanno abbastanza, come è successo con l’apartheid in Sudafrica, o quando gli Stati arabi vicini si sentiranno obbligati ad ascoltare i propri popoli. Non sto dicendo che debbano andare in guerra: basterà loro ventilare l’ipotesi di ricorrere alle maniere forti se Israele dovesse continuare così. Tutto questo può creare un collasso dall’interno».
    Come se lo immagina?
    «Non penso alla tipica caduta di un regime coloniale, con l’esercito di liberazione che entra nella capitale e caccia i vecchi padroni francesi o inglesi. Penso che assisteremo a un processo molto diverso e, purtroppo, ben più lungo e doloroso. Piuttosto che un’occupazione palestinese di Israele, avverrà invece un crollo interno. Ma credo che creerà una nuova opportunità».
    Cosa accadrà allora?
    «Sono sicuro solo, come scrivo nel mio libro, che questo momento arriverà ma non sono affatto sicuro che i palestinesi siano in grado di colmare il vuoto con un piano chiaro, non solo di decolonizzazione ma di post-colonialismo. Al momento non ce l’hanno, ma spero che un giorno l’avranno. Sono abbastanza fiducioso ma hanno bisogno di un progetto chiaro per quello che il mondo oggi chiama cinicamente il “Day After”».
    Anche la diaspora ebraica, come sottolinea nel suo libro, potrebbe svolgere un ruolo in questo processo, soprattutto negli Stati Uniti. Ma quale?
    «Ho tratto molta ispirazione e incoraggiamento dalla giovane generazione ebraica americana. È evidente che, a differenza dei loro genitori, non pensano che per identificarsi come ebrei americani si debba mostrare fedeltà a Israele. Ci si può identificare con il proprio ebraismo, pur non essendo osservanti, senza professarsi sionisti. Inoltre, per alcuni, la via d’uscita dal sionismo passa anche dall’impegno nel movimento di solidarietà con i palestinesi. Quindi mi aspetto che svolgano un ruolo importante nel mandare un messaggio a Israele: “Non parlate a nome del popolo ebraico”. Immaginate cosa accadrebbe se tanti ebrei nel mondo affermassero che Israele non è uno Stato ebraico».
    Che cosa?
    «Prendiamo, ad esempio, un Paese come la Germania, che basa tutta la sua politica filo-israeliana sul fatto di essersi impegnata a favore del popolo ebraico. Una posizione comprensibile, visto quello che hanno fatto (nella Seconda guerra mondiale, ndr). Ma cosa succederebbe se gli ebrei – in gran numero e non solo attraverso qualche voce marginale ma sostenuti da personaggi mainstream – dicessero alla Germania: “Questo non è uno Stato ebraico. Se vi sentite responsabili per gli ebrei nel mondo, aiutateci piuttosto in America o qui in Germania”. Immaginate cosa succederebbe se gli ebrei nel mondo cominciassero a dire: “Quello che vediamo non è uno Stato ebraico ma qualcosa che ai nostri occhi è contrario ai valori dell’ebraismo”».
    Il resto del mondo cosa dovrebbe fare invece?
    «Prima di tutto ritengo necessario riconoscere che la Palestina fa parte del mondo arabo. Il sionismo è riuscito a convincere tutti che la Palestina non esista nel mondo arabo, bensì solo (nelle proteste, ndr) in Europa. Nel momento in cui invece si realizza che questa è una realtà geografica e non ideologica, allora la Palestina diventa parte dei problemi del mondo arabo e anche delle sue soluzioni. Inoltre si scopre, come ho scritto anche nel libro, che Libano, Siria e Giordania hanno problemi simili a quelli della Palestina».
    Lei parla di un futuro “post-sionista”. Ce lo descrive?
    «Dopo la Prima guerra mondiale un mosaico di diversi gruppi è stato, in un certo senso, costretto dalle potenze coloniali a costruire Stati-nazione seguendo il modello europeo. Un sistema che, come è evidente, non funziona del tutto in questa regione. Immagino invece un ritorno al mosaico precedente, ovviamente senza un’irrealistica resurrezione dell’Impero Ottomano, ma all’interno di una struttura politica molto flessibile. Non so se si tratterà di costruire qualcosa di simile all’Unione europea o una sorta di Unione Araba del Mediterraneo Orientale. Lascerei che fossero i popoli stessi a decidere. Dovrà però essere qualcosa che consenta ai singoli gruppi, se lo desiderano, di mantenere la propria identità etnica e culturale ma non a spese di qualcun altro. E sicuramente senza il controllo di un altro Stato. Questo è il tipo di idee che sento da molti giovani in Iraq, in Libano, in Siria, in Giordania».
    Che fine farebbero allora Israele e i suoi quasi 10 milioni di abitanti?
    «Anche gli ebrei di quello che oggi è Israele potrebbero andare a costituire uno di questi gruppi ma non un popolo separato che gode di privilegi eccezionali. Senza un simile sviluppo invece rischiamo di vedere accadere anche in Libano o in altri Paesi vicini quanto successo in Siria negli ultimi 12 anni. Credo sia l’unico modo per trovare una via d’uscita dai gravi problemi che attanagliano ​​questa parte del mondo».

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version