Benjamin Netanyahu lo ha gridato al mondo dallo scranno più alto del Palazzo di Vetro di New York. Negli ultimi tre anni, Israele ha «combattuto, giorno dopo giorno, su sette fronti». «Hamas, Hezbollah, gli Houthi, l’Iran, le milizie in Iraq e in Siria, i terroristi palestinesi», ha elencato il premier israeliano. «Hanno fallito», ha scandito. Ma non è ancora finita. A tre anni dagli attentati del 7 ottobre, infatti, Tel Aviv è impegnata in una sorta di guerra permanente, in cui le varie tregue sembrano più che altro pause tra un round e l’altro. Intanto, lo Stato ebraico ha allargato le cosiddette “zone di sicurezza”, occupando quasi il 70% di Gaza; il 6% del Libano e la zona demilitarizzata in Siria, oltre le Alture del Golan.
Se per i primi due anni Gaza e il Libano hanno tenuto a lungo la scena, mentre gli altri conflitti continuavano a svilupparsi per conto proprio, dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, i vari fronti sono andati a incastrarsi l’uno nell’altro, allargandosi dal Mediterraneo, al Mar Rosso, all’Oceano Indiano. Un anno di tregua con Hamas nella Striscia è costato la vita a un altro migliaio di palestinesi, oltre ai 74mila già massacrati nei 24 mesi precedenti. Il cessate il fuoco in Libano con Hezbollah regge a fatica. La guerra in Yemen tra gli Houthi e la coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha messo a rischio un canale di transito internazionale fondamentale come lo Stretto di Bab el-Mandeb, oltre a Hormuz. La nuova leadership della Siria, sempre più vicina alla Turchia, minaccia gli interessi espansionistici di Israele; mentre nessuno sembra in grado di chiudere la guerra contro Teheran, non certo alle condizioni più favorevoli a Tel Aviv. Ma andiamo per ordine.
La trappola della tregua
Dopo Gaza, quello libanese è il fronte più vicino ai confini israeliani e nasce il giorno dopo gli attentati del 7 ottobre, quando Hezbollah ricominciò a lanciare missili su Israele in solidarietà con Hamas e Gaza, assediati dall’Idf. Il 2 marzo scorso poi, dopo più di 15 mesi di tregua, ha ripreso i lanci, ufficialmente in risposta alle violazioni israeliane del cessate il fuoco stabilito nel novembre 2024 e all’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, avvenuta nelle 48 ore precedenti, il primo giorno della guerra contro l’Iran. Così Israele ha intensificato i raid e ha invaso il sud del Paese dei Cedri per la seconda volta in meno di due anni. Da allora, secondo il ministero della Salute di Beirut, i morti hanno superato i 4.300, che vanno ad aggiungersi ai più di 4.500 uccisi dall’8 ottobre 2023. Gli sfollati, che ad aprile erano arrivati a 1,2 milioni, sono scesi a circa 340mila, ma i più di 860mila già rientrati nelle proprie case vivono spesso in edifici danneggiati o in aree senza infrastrutture.
Dal 21 giugno scorso è infatti in vigore un nuovo cessate il fuoco con Hezbollah. Cinque giorni dopo Stati Uniti, Israele e il governo di Beirut hanno firmato a Washington un accordo quadro per porre fine allo stato di guerra e disarmare Hezbollah, in cambio del graduale ritiro delle truppe israeliane attraverso “zone pilota” affidate all’esercito libanese.
Tel Aviv, secondo i calcoli dell’ong statunitense Acled, occupa ancora quasi il 6% del Libano, una zona che arriva a una decina di chilometri dal confine e comprende più di una cinquantina di villaggi. Qui, l’Idf continua ad abbattere edifici e infrastrutture, con il 73% delle demolizioni controllate registrate dall’inizio della guerra che è avvenuto dopo l’ultima tregua. Israele sostiene di aver scoperto in questa zona tunnel e depositi militari e di aver distrutto più di 900 strutture di Hezbollah. Sebbene non abbia ancora deposto le armi, il movimento sciita libanese, da parte sua, è uscito nettamente indebolito dagli ultimi tre anni di guerra, avendo perso gran parte dei propri comandanti sul campo e del vertice politico, potendo contare soprattutto su piccoli razzi e droni, mentre il consenso a livello nazionale appare lontano dai fasti del passato. Eppure il 1° ottobre, secondo l’Institute for the Study of War, una delegazione vicina alla nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, si sarebbe recata nel sud del Libano dall’Iran per rilanciare i contatti con Teheran.
Intanto gli storici negoziati diretti tra Israele e Libano, cominciati ad aprile con la mediazione statunitense, vanno avanti e hanno avuto più volte Roma come sede, prima con un ciclo tecnico a metà luglio e poi con il settimo round ad agosto. Il presidente libanese Joseph Aoun ha parlato di progressi sulle questioni di confine e lo scambio di prigionieri ma, tra festività ebraiche e appuntamenti internazionali, l’incontro previsto a settembre è saltato. L’ottavo round, che doveva tenersi di nuovo nella Capitale, dovrebbe invece svolgersi a Tampa, in Florida, il 20 ottobre, una settimana prima del voto in Israele, ma coinvolgerà solo i militari.
Il problema sta nell’accordo stesso, che tiene insieme due logiche. L’articolo 2 lega il ritiro israeliano al disarmo verificato di Hezbollah, il 3 prevede “zone pilota”, dove l’esercito libanese dovrà subentrare all’Idf. Prima di ritirarsi ancora, Israele vuole che Beirut dimostri di controllare le aree già consegnate all’esercito a Froun, Srifa e Zawtar, un elenco che da luglio non si è più allungato. Ma per il governo di Nawaf Salam, i soldati libanesi non possono schierarsi dove resta e continua a operare l’Idf. È una trappola in cui Israele giustifica l’occupazione con il mancato disarmo di Hezbollah, mentre il movimento armato sciita, che contesta gli accordi tra Beirut e Tel Aviv, cita la presenza israeliana per non rinunciare alle armi.
La diplomazia americana però si muove su due binari. Il 21 luglio Trump ha ricevuto Aoun, promettendo aiuti all’esercito libanese, dicendosi pronto a dialogare perfino con Hezbollah, se il presidente glielo avesse chiesto. Washington, però, ha fatto sapere al governo di Nawaf Salam che Israele continuerà a occupare parte del sud e ad ampliare le operazioni in Libano, se Beirut non disarmerà Hezbollah. In tutto questo, la missione Unifil si avvia alla fine del mandato mentre l’Onu avverte che andarsene ora lascerebbe un vuoto di sicurezza, che potrebbe avere ripercussioni anche su altri vicini.
Aria nuova, vecchi problemi
In Siria, ufficialmente, Israele non ha un nemico dichiarato ma un vicino di cui diffida e una rivalità con la Turchia, che sente avvicinarsi ai propri confini. Dopo aver occupato la zona demilitarizzata nel sud del Paese a seguito della fuga di Bashar al-Assad nel dicembre del 2024 e aver appoggiato alcune milizie druse nel luglio dell’anno scorso contro Damasco, ad agosto l’Idf ha colpito la base aerea di Abu al-Duhur, sostenendo che la nuova leadership stesse per permettere lo schieramento di truppe turche «per danneggiare Israele». Da allora, il governo di Ahmed al-Sharaa non ha ancora reagito, anche perché non può permettersi una guerra, ma prova a ottenere il ritiro israeliano con il negoziato, aiutato dalla mediazione degli Stati Uniti. All’Onu Netanyahu, che a febbraio aveva denunciato la nascita di un asse sunnita radicale tra Siria, Qatar, Arabia Saudita e Turchia e che da agosto è ricercato dall’Interpol su mandato della Procura di Istanbul per l’intercettazione di una flottiglia umanitaria diretta a Gaza, ha accusato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, definito un «dittatore antisemita», di volersi prendere Damasco.
Ma la partita è anche economica. Con il blocco dello Stretto di Hormuz, la Siria sta infatti diventando un corridoio alternativo per il petrolio iracheno e per gli scambi regionali, tanto che la ministra dei Trasporti israeliana Miri Regev ha già definito una minaccia alla sicurezza nazionale le intese commerciali ed energetiche che aggirano Israele.
Addio a Erbil
Intanto, però, gli Stati Uniti hanno ridotto la propria presenza sul campo. Ad aprile hanno infatti ceduto le proprie basi in Siria al governo di transizione, promuovendo un accordo tra Damasco e le milizie curde alleate con Washington e i Paesi europei contro l’Isis. Il 30 settembre, poi, gli ultimi soldati americani hanno lasciato anche la base di Erbil, in Iraq, chiudendo oltre un decennio di presenza ininterrotta, malgrado dal 28 febbraio il Kurdistan iracheno abbia subito un migliaio di attacchi con droni e missili dall’Iran. Da parte sua, il premier di Baghdad, Ali al-Zaidi, ha annunciato il disarmo delle milizie filo-iraniane entro il 30 giugno prossimo, un piano già rifiutato da alcune formazioni paramilitari nonostante non sia ancora stato pubblicato per intero.
Il destino di queste forze resta un fattore decisivo per il futuro del Paese. A luglio, Stati Uniti e Arabia Saudita ne avevano bombardato le basi dopo il lancio di una serie di droni dall’Iraq contro gli impianti petroliferi sauditi, uccidendo una ventina di miliziani, sei consiglieri iraniani e un esponente degli Houthi. Il 10 settembre, però, un’altra offensiva lanciata dalle milizie irachene ha colpito l’oleodotto East-West con cui Riad era riuscita ad aggirare lo Stretto di Hormuz, chiudendo di fatto il regno in una tenaglia tra il Golfo e il Mar Rosso.
Qui Tel Aviv resta sullo sfondo, più che in prima linea. Ma le milizie sciite filo-iraniane, che durante la guerra a Gaza coordinavano i propri attacchi con gli yemeniti Houthi, sono tornate al centro del gioco. Per Israele, il rischio è che l’Iraq si avvicini ancora di più all’Iran, senza più niente e nessuno a fare da cuscinetto.
La porta delle lacrime
Sebbene la guerra in Yemen vada avanti da oltre un decennio, dopo aver lanciato diversi missili contro Israele e aver bloccato alcune navi nel Mar Rosso in solidarietà con Hamas e la popolazione di Gaza, a fine marzo gli Houthi si sono ufficialmente schierati anche al fianco dell’Iran, pochi giorni prima che Trump dichiarasse quasi raggiunti gli obiettivi americani contro Teheran. Poi, per quasi cinque mesi, sono rimasti in gran parte ai margini del conflitto. Ma da luglio hanno ricominciato ad attaccare direttamente l’Arabia Saudita, che guida una coalizione a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto del premier Shaya al-Zindani e del leader del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi. Hanno inoltre proclamato un blocco navale contro Riad nel Mar Rosso e sono avanzati sul campo fino a conquistare il 10 settembre il porto di Mokha, impadronendosi anche del grosso della fascia costiera occidentale yemenita, delle isole di Zuqar e Mayyun e dell’arcipelago delle Hanish, blindando la presa sullo Stretto di Bab el-Mandeb, snodo nevralgico per i traffici diretti da e verso il Canale di Suez. Ora spingono sulla roccaforte di Taiz, nel tentativo di accerchiare l’ultima fortezza in mano alle truppe regolari, e continuano i raid sugli impianti di Saudi Aramco, anche a Riad.
Malgrado Israele non sia direttamente coinvolto, si tratta di fatto di un secondo fronte della guerra contro l’Iran. Anche qui Tel Aviv resta un attore laterale, avendo già bombardato l’anno scorso diverse posizioni e infrastrutture in Yemen sotto il controllo degli Houthi, uccidendo tra l’altro Ahmed Ghaleb Nasser al-Rahawi, il primo ministro nominato dai ribelli. In questo teatro però lo Stato ebraico potrebbe avere l’occasione di innestare una collaborazione con Riad, vista la riluttanza degli Stati Uniti a intervenire direttamente.
La partita madre
Per capire gli altri fronti bisogna comunque partire da Teheran. La guerra, iniziata il 28 febbraio da Usa e Israele, è ormai all’ottavo mese e potrebbe durare almeno fino alle elezioni del 3 novembre negli Stati Uniti. Intanto gli scontri con la Repubblica islamica e il blocco navale imposto da Washington hanno (quasi) chiuso lo Stretto di Hormuz, mentre il Memorandum di Islamabad, l’intesa in 14 punti mediata dal Pakistan e firmata a fine giugno da Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, non ha messo fine alla guerra. A settembre Teheran aveva proposto, tramite il Qatar, una tabella di marcia di sette giorni per riaprire Hormuz e negoziare sulla questione nucleare, in cambio della fine del blocco navale, dell’alleggerimento delle sanzioni e di un cessate il fuoco regionale che comprenda anche il Libano e lo Yemen. Ma la Casa bianca ha respinto la proposta, presentando però un proprio piano, a sua volta rimandato al mittente da Teheran.
Intanto, entro fine novembre, il Pentagono ha deciso di schierare una terza portaerei nella regione, che va ad aggiungersi ai due gruppi anfibi e ai circa 50mila militari già di stanza in Asia occidentale. Da tempo Trump ventila una ripresa dei raid, anche se continua a glissare in vista delle elezioni, dicendosi convinto che un accordo con Teheran arriverà subito dopo il voto. Eppure il 2 ottobre i vertici dell’amministrazione si sono riuniti per ore e in segreto a Camp David per discutere di Iran e Yemen. L’ultimo incontro di questo tipo risaliva al giugno dell’anno scorso, pochi giorni prima che Israele attaccasse la Repubblica islamica nella cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”. La politica di massima pressione economica statunitense però comincia, forse, a dare i suoi frutti a Teheran, che ha sostituito il dimissionario ministro del Petrolio, Mohsen Paknejad, con l’a.d. della compagnia petrolifera statale Nioc, Hamid Bovard.
Il clima resta rovente e anche se Netanyahu rivendica di aver messo in ginocchio, insieme agli Usa, la Repubblica islamica, promettendo che presto il popolo iraniano sarà libero, il regime e i suoi alleati sono indubbiamente sopravvissuti al conflitto e ora sembrano decisi a spingere affinché gli Stati Uniti lascino addirittura la regione. Di certo, comunque andranno a finire le elezioni del 27 ottobre, Israele resterà impantanato su tutti questi fronti.