C’è qualcosa di strano nell’aria in questi giorni tra Stati Uniti e Iran e non è solo il ronzio dei motori degli F-35 che sorvolano il Golfo Persico. Washington potrebbe essere più vicina a una guerra con la Repubblica islamica di quanto chiunque voglia ammettere. Non un raid chirurgico né una rappresaglia mirata ma una campagna militare su larga scala, che potrebbe durare settimane, condotta fianco a fianco con Israele.
Eppure questo pericoloso scenario è quasi assente nel dibattito pubblico, che si aggrappa alle rassicurazioni fornite dal ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, secondo cui “ai colloqui di Ginevra è iniziato il percorso per un accordo” con gli Stati Uniti. Ma il meccanismo che porta a un altro conflitto potrebbe già essersi messo in moto.
Poche certezze a Ginevra
Dopo il primo round di negoziati tenuto il 6 febbraio scorso a Muscat, in Oman, ieri Jared Kushner e Steve Witkoff, i due consiglieri a cui Trump si affida per la diplomazia più delicata, si sono seduti per tre ore a Ginevra, in Svizzera, di fronte al ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi, che ha condotto i colloqui indiretti con il collega iraniano Abbas Araghchi. Entrambe le parti hanno parlato di “progressi”. Ma le distanze restano enormi, tanto che il primo a frenare l’ottimismo, condiviso solo dal mediatore omanita, è stato proprio il rappresentante di Teheran.
D’altra parte prima ancora di sedersi al tavolo delle trattative, secondo fonti vicine ai colloqui citate dall’agenzia di stampa svizzera Ats, Teheran aveva lasciato intendere di essere disposta a qualche compromesso, “incluso lo spostamento offshore del suo uranio quasi idoneo per sviluppare armi atomiche”. Ma la sera stessa dei negoziati, la realtà si è fatta più dura.
Il vicepresidente Usa JD Vance, intervistato da Fox News, ha infatti scelto le parole con cura: i negoziati “sono andati bene” su certi aspetti, e le parti “hanno concordato di incontrarsi in seguito”. Ma poi è arrivato un “però” che pesa: “Per altri versi era molto chiaro che il presidente ha posto delle linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere”. Per Vance è piuttosto chiaro che a Ginevra non si è giunti ad alcuna svolta e che l’opzione militare è ancora sul tavolo.
Il nodo centrale resta infatti l’arricchimento dell’uranio. Washington chiede a Teheran di rinunciarvi del tutto per evitare che un giorno possa tradursi in una bomba. Gli iraniani, per ora, non sembrano disposti a cedere ma senza un accordo in merito, difficilmente le trattative potranno andare avanti. Traduzione: il tempo sta per scadere.
“Nessun bluff” nel Golfo
Anche perché, intanto, gli Usa continuano ad ammassare truppe nel Golfo Persico. La portaerei USS Abraham Lincoln incrocia già al largo dell’Oman in direzione dell’Iran. La USS Gerald R. Ford è in arrivo, con tre cacciatorpediniere al seguito. Nello Stretto di Hormuz operano altre due navi da guerra americane, la USS McFaul e la USS Mitscher. Poco più a nord del Qatar, tra le coste iraniane e la Penisola arabica, si trovano altre tre unità: la USS Santa Barbara, la USS Tulsa e la USS Canberra. Senza contare i caccia F-15 nella base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, e i droni e i cacciabombardieri presenti in quelle di Al Kharj, in Arabia Saudita, Al Udeid, in Qatar, e Al Dhafrah, negli Emirati Arabi Uniti.
Ieri, in un solo giorno, secondo i dati di tracciamento dei voli open source analizzati da account specializzati e citati dalla Cnn, sono stati dirottati nella regione decine di aerei da combattimento, tra cui F-22, F-35 e F-16, assieme a rifornitori in quota. Più di 250 voli cargo militari americani, stando a un’analisi dell’emittente statunitense sui dati di volo pubblici, sono atterrati nella regione soltanto nell’ultimo mese. Le immagini satellitari della base di Al Udeid, in Qatar, la più grande degli Stati Uniti in Medio Oriente, rivelano che oggi si contano almeno 29 aerei in pista, rispetto ai 16 di un mese fa, tra cui aero-cisterne KC-135 indispensabili per le operazioni aeree a lungo raggio. I sistemi di difesa missilistica Patriot poi sono già stati schierati a proteggere le infrastrutture americane nella regione.
“Non è un bluff”, ha assicurato un consigliere del presidente Donald Trump che ha rivelato in via anonima al portale statunitense Axios gli umori dell’inquilino della Casa bianca. “Il capo si sta stufando”, ha aggiunto, senza usare giri di parole. “Alcune persone intorno a lui lo mettono in guardia dal dichiarare guerra all’Iran, ma credo che ci sia il 90% di possibilità di assistere a un’azione concreta nelle prossime settimane”.
Tempi brevi, guerra lunga
Quindi se l’attacco è tutt’altro che escluso, i tempi non sono così lunghi come potrebbero sembrare. Anche il governo israeliano, che non pare interessato al successo dei negoziati tra Usa e Iran, si starebbe preparando a uno scenario di guerra. L’orizzonte, stando a due funzionari dello Stato ebraico citati da Axios, è “di pochi giorni”. In proposito, Amos Yadlin, ex capo dell’intelligence militare israeliana e oggi a capo di una società di consulenza per la sicurezza nazionale, ha scelto una metafora efficace in un’intervista concessa ieri all’emittente israeliana Channel 12: “La settimana scorsa mi sono concesso di volare alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco”, ha dichiarato. “Ci penserei due volte prima di partire da Israele questo fine settimana”, ha poi aggiunto, con la prudenza di chi ha vissuto molte crisi in prima persona: “Siamo molto più vicini di prima (a una guerra con l’Iran, ndr). Ma una superpotenza non va in guerra in pochi giorni. C’è una via diplomatica che deve prima esaurirsi”. Pare che il tempo per esaurirla stia finendo in fretta.
Forse però Washington potrebbe voler aspettare ancora qualcosa in più: il senatore repubblicano Lindsey Graham infatti ha parlato al portale statunitense Axios di “settimane”. Ma la sensazione diffusa è che la finestra diplomatica si stia chiudendo rapidamente. Dopo i colloqui di ieri, come confermato da fonti statunitensi all’agenzia di stampa Reuters, i rappresentanti di Washington hanno comunicato all’Iran che avrà due settimane per presentare una proposta dettagliata. Ma uno scenario simile era già successo.
Lo scorso 19 giugno, sempre secondo Axios, il Pentagono aveva concesso a Donald Trump la stessa identica finestra temporale per decidere se continuare a trattare con Teheran o passare all’azione. Tre giorni dopo, la Casa bianca decise di lanciare l’Operazione Midnight Hammer contro gli obiettivi nucleari in Iran. Difficile non notare la somiglianza. Ma come avverrebbe, nello scenario peggiore, un nuovo conflitto? Le fonti citate dal portale Axios parlano di “una campagna massiccia, della durata di settimane, che assomiglierebbe più a una guerra vera e propria rispetto all’operazione condotta a inizio gennaio in Venezuela”. All’azione inoltre parteciperebbe probabilmente anche Israele.
Il fattore Russia e Cina
Teheran però non resta a guardare. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica ha avviato esercitazioni nello Stretto di Hormuz, nelle acque attorno alle isole di Abu Musa e Tunb, contese con gli Emirati dagli anni Settanta e ha annunciato la parziale chiusura alla navigazione dell’area, dove transita circa il 20% del petrolio mondiale.
A queste manovre però nelle prossime ore si uniranno anche le marine di Russia e Cina, nell’ambito delle esercitazioni “Cintura di sicurezza marittima 2026”, confermate dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim e dal consigliere presidenziale russo Nikolai Patrushev in un’intervista ad Argumenty i Fakty. Lo Stretto di Hormuz diventa così il palcoscenico di una tensione senza precedenti nella storia recente. Con tre potenze, Iran, Russia e Cina, che esercitano la propria presenza militare nello stesso punto nevralgico del Pianeta, dove all’orizzonte si ammassa una grande flotta Usa. L’ultima volta che gli Stati Uniti attaccarono l’Iran, secondo l’analisi del Pentagono, il colpo più duro lo inflissero sette bombardieri stealth B-2, partiti direttamente dal territorio Usa senza essere rilevati. Nessuno li aveva visti arrivare. Quella lezione non è stata dimenticata da nessuno, né a Washington né a Teheran.
La prossima mossa ora spetta all’Iran. Se entro due settimane i rappresentanti della Repubblica islamica non si presenteranno con una proposta considerata accettabile da Trump, lo scenario potrebbe non prevedere più un ulteriore round negoziale. Ma qualcosa di molto più pericoloso.