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    Iran, il regime smentisce Donald Trump: “Non abbiamo sospeso 800 esecuzioni”

    Un manifesto gigante comparso il 14 gennaio in piazza Enghelab a Teheran, in Iran. Credit: CHINE NOUVELLE/SIPA / AGF

    Lo stop alle impiccagioni dei manifestanti era una delle linee rosse stabilite dal presidente Usa per evitare l'intervento contro Teheran

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 23 Gen. 2026 alle 16:51

    Il procuratore generale dell’Iran, Mohammad Movahedi Azad, ha definito “completamente false” le ripetute affermazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo cui il regime di Teheran avrebbe sospeso le impiccagioni di 800 manifestanti detenuti. Una dichiarazione che rischia di infiammare gli animi a poche ore dal primo bilancio ufficiale delle vittime della repressione delle proteste scoppiate il 28 dicembre scontro contro la Repubblica islamica, che ha causato oltre tremila morti.

    La guerra delle cifre
    L’esecuzione di massa dei prigionieri politici era stata fissata dal presidente Donald Trump come una delle linee rosse da non oltrepassare per il regime al fine di non scatenare l’intervento degli Stati Uniti, l’altra era l’uccisione di dimostranti pacifici. A quasi un mese dall’inizio delle proteste contro la Repubblica islamica, secondo una nota diramata mercoledì dalla Fondazione iraniana per i veterani e i martiri citata dalla televisione di stato IRIB, sono state uccise almeno 3.117 persone. Una cifra non lontana dai dati pubblicati dall’organizzazione norvegese Iran Human Rights (IHRNGO) citati anche dalle Nazioni Unite, secondo cui almeno 3.428 manifestanti erano stati uccisi e almeno 25mila erano stati arrestati in Iran dal 28 dicembre scorso. Ma che differisce in termini di identificazione delle vittime: per il regime oltre due terzi di questi (2.427) sono “martiri” delle forze di sicurezza o “innocenti”, mentre per l’ong sono dimostranti massacrati in piazza. Ancora più alto il bilancio fornito dall’ong statunitense Human Rights Activists News Agency (HRNA), secondo cui i morti sono almeno 4.716, di cui 203 membri delle forze fedeli al regime, 43 minori e 40 passanti civili, mentre gli arrestati arrivano a circa 26.800. Cifre impossibili da verificare, da una parte e dall’altra.

    Benzina sul fuoco
    Oggi però, in una serie di dichiarazioni riportate dall’agenzia di stampa giudiziaria locale Mizan Online, il procuratore generale Movahedi ha lanciato benzina sul fuoco, smentendo direttamente Trump e le sue affermazioni secondo cui Teheran avrebbe sospeso 800 esecuzioni. “Questa affermazione è completamente falsa”, ha detto il religioso iraniano. “Non esiste un numero del genere e la magistratura non ha preso alcuna decisione in merito”.
    Non è escluso però, come riportato dall’agenzia di stampa statunitense Associated Press, che quel numero fosse stato una concessione offerta dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha avuto un contatto diretto con l’inviato statunitense Steve Witkoff. Ma anche se fosse, questo non ha fermato la macchina repressiva del regime. “Esiste la separazione dei poteri, le responsabilità di ogni istituzione sono chiaramente definite e non accettiamo in nessuna circostanza istruzioni da potenze straniere”, ha chiarito oggi il procuratore generale dell’Iran, Movahedi.
    Intanto le forze armate americane ha spostato diverse unità nella regione, compresa la portaerei USS Abraham Lincoln in arrivo dal Mar cinese meridionale. Ieri lo stesso Trump aveva avvisato Teheran: “Abbiamo una flotta enorme che si dirige in quella direzione ma forse non dovremo usarla”, ha detto il presidente Usa a bordo dell’Air Force One. Nelle stesse ore il ministero della Difesa del Regno Unito ha annunciato lo schieramento di uno squadrone di caccia Eurofighter Typhoon in Qatar “per scopi difensivi”. Anche la Repubblica islamica però prova a mostrare i muscoli. Oggi l’Iran ha infatti celebrato il “Giorno del Guardiano”, un evento annuale dedicato alle Guardie della Rivoluzione Islamica, mostrando in un programma televisivo diversi droni Shahed.

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