Qualche anno fa fu lo stesso ayatollah Ali Khamenei a spiegare la necessità per il regime dell’Iran di non mostrarsi troppo rigido con il resto del mondo, se voleva sopravvivere. Un principio che potrebbe tornare centrale dopo le ultime proteste, le più significative e popolari dal movimento “Donna, vita, libertà” del 2022 e il cui esito, comunque vada a finire, potrebbe cambiare l’intera regione.
Flessibilità tattica
Era un’altra stagione politica, il settembre del 2013, quando Teheran e l’allora presidente Hassan Rouhani si apprestavano a negoziare con Usa, Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Germania quello che sarebbe poi divenuto l’accordo sul nucleare iraniano, denunciato unilateralmente cinque anni dopo da Donald Trump.
Il regime era sopravvissuto alla brutale repressione delle proteste della cosiddetta “Onda verde”, scoppiate nel 2009 contro la contestata rielezione del presidente Mahmud Ahmadinejad, e da tre mesi aveva concesso al riformista Rouhani, appoggiato tra l’altro dall’ex capo di Stato Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, di salire alla più alta carica della Repubblica islamica, seconda solo alla Guida suprema, con un programma di aperture economiche e politiche, sia verso l’interno che all’estero.
D’altronde, una volta succeduto a Khomeini, l’uomo che era stato cooptato nel Consiglio della Rivoluzione islamica proprio grazie ai buoni uffici di Rafsanjani, era considerato quasi un moderato, una posizione poi smentita dalle sue azioni. Eppure, come ha scritto nella sua biografia il teologo sciita Mehdi Khalaji, formatosi nei seminari di Qom sotto la guida dell’ayatollah Hussein Ali Montazeri, nel primo decennio della Repubblica islamica Khamenei «si oppose privatamente alle politiche anti-americane del governo e credeva nel negoziato diretto» con gli Usa.
Nel 2013, alla vigilia della sua più grande apertura a Washington, la chiamò «flessibilità eroica», definendola «positiva e necessaria in determinate circostanze», purché senza mai «dimenticare chi è l’avversario e il nemico». Un principio ancora valido a Teheran, ora che il regime sembra scricchiolare. La grande partecipazione nelle piazze, il coinvolgimento di ampi settori della società iraniana insospettati di simpatie per l’opposizione, l’allargamento a quasi tutte le province del Paese della protesta scoppiata il 28 dicembre scorso e l’ordine di “abbattere” i manifestanti, oltre alle minacce di un intervento militare da Usa e Israele seguite alla sanguinosa repressione delle autorità locali, hanno fatto pensare alla possibilità di un crollo della Repubblica islamica. Eppure, come scrisse l’anno scorso nel suo libro “Iran’s Grand Strategy” lo studioso iraniano-americano Vali Nasr, «l’Occidente guarda ancora all’Iran attraverso il prisma della Rivoluzione del 1979 e al ruolo centrale che la religione e il clero hanno avuto in essa». Ma la strategia del regime è tutta improntata alla flessibilità, motivo per cui, da un lato, dal 1989 Khamenei ha benedetto l’ascesa di ben quattro figure (relativamente) moderate su sei presidenti entrati in carica e, dall’altro, dal 1999 ha ordinato la repressione violenta del dissenso con progressivi bagni di sangue.
Anche se nessuno sa se l’attuale protesta e un eventuale intervento militare esterno porteranno all’effettivo crollo del regime in Iran, come recitava un vecchio film francese: «Il problema non è la caduta ma l’atterraggio». Gli effetti sulla regione dipenderanno infatti da se e come tale crollo avverrà.
Evoluzione imprevedibile
Nella storia dell’Iran moderno, sei fattori hanno influenzato la vita del Paese: la monarchia, deposta nel 1979 dopo oltre due millenni e mezzo di impero; la classe di giuristi ed esperti religiosi musulmani sciiti, al potere da 47 anni anche grazie al braccio armato dei Pasdaran e al loro controllo di ricche fondazioni e attività imprenditoriali nazionali; i militari, che non hanno mai più avuto un ruolo politico dai tempi di Reza Khan; il Bazar, composto da commercianti, artigiani e imprenditori medio-piccoli di orientamento conservatore; la società civile, popolata per lo più da giovani (il 60% dei 90 milioni di iraniani ha meno di 39 anni), intellettuali, docenti, studenti e da una media e piccola borghesia “compradora” delle città; e le minoranze etniche. Il successo della rivoluzione che portò l’ayatollah Khomeini al potere fu dovuto alla convergenza di almeno quattro di questi fattori: “clero” sciita, Bazar, società civile e minoranze. A causa di un’opposizione sistematicamente repressa dal regime, oggi non sembra di essere a tal punto.
Dopo la fuga dell’ultimo Scià, Mohammad Reza Pahlavi, seguita a un quarto di secolo di brutale repressione della polizia segreta Savak con l’appoggio degli Usa, la monarchia non ha più alcun ruolo da quasi mezzo secolo. Eppure finora è l’unica ad aver presentato un programma di transizione. Sul suo ritorno però, fomentato soprattutto all’estero e online, pesano un passato dittatoriale con cui i suoi attuali rappresentanti non hanno mai fatto pienamente i conti né chiesto scusa; un futuro di relazioni amichevoli con Israele e gli Usa, le ultime nazioni a bombardare il Paese; e soprattutto l’incognita di un reale consenso interno. L’ascesa al trono del figlio dell’ultimo Scià cambierebbe di certo il volto della regione all’insegna di un programma basato sulla fine dello sviluppo nucleare e balistico, la ripresa delle relazioni diplomatiche e commerciali con gli Usa e il riconoscimento dello Stato d’Israele. Ma rischierebbe anche di provocare la disgregazione dell’Iran, popolato almeno al 40% da minoranze come azeri (16%), curdi (7%), arabi (3%), baluchi (2%) ed altri, che non hanno mai dimenticato le discriminazioni subite durante il regno del padre e del nonno. Purtroppo di altre, preferibili opzioni non imposte dall’esterno non conosciamo ancora i piani per valutare la futura postura regionale di un Iran depurato dall’attuale, violento regime della velayat-e-faqih.
Ma se invece, alla fine, quest’ultimo riuscisse a sopravvivere ancora una volta? D’altra parte né gli attuali alleati stranieri come Mosca e Pechino, né i suoi più acerrimi nemici come Usa e Israele, né tantomeno i rivali regionali come Turchia, Pakistan e Arabia Saudita sembrano davvero interessati alla caduta di Teheran.
Alleati interessati
Russia, Cina e India hanno forti interessi commerciali (e Mosca anche militari) da difendere a Teheran, che fa parte dei principali formati internazionali dominati da queste potenze. Nel 2023 infatti la Repubblica islamica è entrata a far parte della Shanghai Cooperation Organisation e l’anno successivo è diventata un membro a pieno titolo dei Brics. Qualche anno prima, nel 2021, Pechino aveva siglato con Teheran un accordo di cooperazione strategica per i successivi 25 anni, che aveva l’obiettivo di portare fino a 400 miliardi di dollari l’interscambio commerciale. Nel 2024 però le cifre non superavano ancora i 13,37 miliardi, di cui oltre i due terzi rappresentati da esportazioni cinesi in Iran. Proprio alla Cina però Teheran ha venduto l’anno scorso l’80% del suo petrolio esportato all’estero, a prezzi obbligatoriamente scontati a causa delle sanzioni internazionali. Un’occasione vantaggiosa che Pechino non intende perdere.
Numeri ben più contenuti invece quelli del commercio con New Delhi, che l’anno scorso ha registrato appena 1,6 miliardi di dollari di scambi con Teheran, di cui 1,2 miliardi di export indiano. Pur non acquistando più petrolio iraniano dal 2019 a causa delle sanzioni Usa imposte durante il suo primo mandato da Donald Trump, l’India resta comunque un partner chiave per lo sviluppo del porto di Chabahar, situato in una posizione strategica nella provincia sudorientale del Sistan e Balochistan, considerato un’alternativa strategica allo scalo di Gwadar, in Pakistan, finanziato dalla Cina. Un progetto a cui, come recentemente confermato dal portavoce del ministero degli Esteri indiano Randhir Jaiswal, New Delhi non è disposta a rinunciare.
Ma se per Cina e India si tratta soprattutto di affari, il Cremlino vede diversamente i suoi rapporti con Teheran, entrata tra i suoi principali fornitori di tecnologia militare dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin nel febbraio 2022. La Repubblica islamica ha contribuito allo sviluppo del drone kamikaze Geran-2, modellato sull’iraniano Shahed-136, oltre a fornire migliaia munizioni per i carri armati e l’artiglieria attraverso il Mar Caspio. Ma la cooperazione è a doppio senso: Mosca infatti, insieme a Pechino, ha assicurato a Teheran la tecnologia necessaria a ostacolare il segnale Starlink, sviluppata proprio in Ucraina, per bloccare le comunicazioni tra i dissidenti in patria e con l’estero. A poco più di un anno dalla caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria, il Cremlino non può perdere un altro alleato nella regione, il più importante dopo Israele, che paradossalmente è il più acerrimo nemico dell’Iran.
Acerrimi nemici
Tel Aviv non ha mai fatto mistero di volere un cambio di regime a Teheran e d’altra parte, grazie all’appoggio di Washington, l’ultima guerra con la Repubblica islamica ha mostrato la schiacciante superiorità militare israeliana nella regione. Ma, come ha scritto Lior Sternfeld, docente di storia iraniana moderna presso la Penn State University negli Usa, forse «il risultato più importante di quel conflitto potrebbe risiedere nel fatto che le capacità nucleari dell’Iran non sono state distrutte». Per l’esperto infatti, «la continua esistenza di un’incombente minaccia iraniana è fondamentale per la sopravvivenza politica del primo ministro Benjamin Netanyahu» e non solo. Infatti, secondo Danny Citrinowicz, ricercatore del programma Iran presso l’Institute for National Security Studies (INSS) israeliano, un crollo del regime potrebbe scatenare uno scenario da incubo per lo Stato ebraico: «I missili e il programma nucleare non andranno da nessuna parte ma, se Khamenei venisse estromesso, potrebbero cadere nelle mani di elementi ancora più estremisti che non esiterebbero a usarli». Insomma, come recita un vecchio proverbio inglese, meglio il diavolo che conosci.
Una preoccupazione condivisa anche dagli Stati Uniti, che – come già visto in Venezuela e come spiegato alla stampa dallo stesso Donald Trump ricordando i problemi creati dall’occupazione statunitense in Iraq – pur mantenendo la porta aperta a un’eventuale transizione, non sembrano per ora puntare su un cambio di regime in Iran. Dopo aver sanguinosamente smantellato il cosiddetto “Asse della resistenza” guidato da Teheran in Siria (Assad), Libano (Hezbollah) e a Gaza (Hamas) e continuando a combattere gli Houthi in Yemen, l’attuale governo di Tel Aviv preferisce il caos a qualsiasi altra soluzione in Iran. Ma teme anche nuove aperture di Washington alla Repubblica islamica, opponendosi da sempre a una nuova versione dell’accordo sul nucleare iraniano, anche se ne limitasse il programma missilistico. Al contrario, con un regime costretto al dialogo, Trump potrebbe essere tentato dallo sviluppo del petrolio nel Paese, che come nel caso di Caracas è frenato da decenni di sanzioni, a patto che il suo export smetta di alimentare la macchina produttiva cinese. Ma non è l’unica differenza di vedute tra gli alleati di Washington.
Rivali regionali
L’interesse primario della Turchia, che con l’ascesa in Siria del nuovo governo dell’ex miliziano jihadista Ahmed al-Sharaa ha allargato la propria influenza nella regione, e del Pakistan, che esattamente due anni fa è stato protagonista di una breve scaramuccia di confine con l’Iran, è che il mosaico etnico tenuto insieme dalla Repubblica islamica non si spezzi.
Malgrado la passata contrapposizione in Siria, dove Teheran aiutava il regime di Assad e Ankara armava e finanziava l’opposizione sunnita; e in Nagorno-Karabakh, con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ad appoggiare l’Azerbaigian e la Repubblica islamica a sostenere l’Armenia; i due Paesi hanno mantenuto solidi rapporti economici, con un interscambio arrivato a superare a novembre i 5,1 miliardi di dollari. Ma non manca anche la cooperazione in materia di intelligence: Ankara infatti, che ha raggiunto uno storico accordo per il disarmo del Pkk in patria, coltiva rapporti con la regione autonoma curda irachena e ha benedetto l’ultima intesa tra Damasco e le Sdf curdo-siriane, si scambia con Teheran informazioni sui gruppi armati attivi al confine tra Turchia, Iraq e Iran per contrastare l’eventuale nascita di un Kurdistan unito. Una preoccupazione simile condivisa anche da Islamabad, terrorizzata dalla possibilità che le attuali proteste possano fomentare una rivolta nel Belocistan, diviso dal confine tra Iran e Pakistan, aprendo un ulteriore fronte dopo quello storico con l’India e il più recente in Afghanistan.
Discorso diverso per l’Arabia Saudita che, grazie alla mediazione della Cina, nel marzo 2023 aveva raggiunto con Teheran un accordo per la normalizzazione delle relazioni dopo decenni di rivalità che avevano plasmato la regione dall’Iraq, alla Siria, al Libano, allo Yemen. L’incubo di uno scenario libanese, somalo, iracheno, siriano o libico sulla sponda opposta del Golfo Persico e le inevitabili tensioni che questo produrrebbe sul mercato petrolifero hanno spinto Riad a non schierarsi apertamente contro la Repubblica islamica e addirittura a chiedere agli Stati Uniti di non intervenire in Iran. A prescindere dal suo orientamento, la geopolitica dividerà sempre sauditi e iraniani ma un indebolimento di Teheran non favorirebbe l’ascesa di Riad, anzi. Come dimostra la rinnovata partnership militare con il Pakistan con cui si è messa sotto l’ombrello nucleare di Islamabad, in caso di crollo dell’Iran, l’Arabia Saudita, che ha ricostruito i ponti con il Qatar dopo la crisi del 2017 e migliorato le relazioni con la Turchia, teme un ulteriore spostamento degli equilibri regionali a favore di Israele e del suo asse con gli Emirati Arabi Uniti. Se l’attuale ridimensionamento di Teheran è già stato sufficiente a Riad per riprendere le relazioni, le sue ambizioni non si spingono oltre un regime maggiormente disposto ad allinearsi alla sua politica in sede Opec e al dialogo con gli Usa, purché continui a controbilanciare l’espansionismo regionale della Turchia da una parte e di Israele dall’altra.
Il costo umano del compromesso
Eppure, come insegna la storia della Rivoluzione islamica e la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni” del giugno scorso, una pressione al compromesso non può arrivare dall’esterno. Nel 1988 fu infatti l’allora presidente del parlamento Rafsanjani a spingere Khomeini a «bere il calice avvelenato», come lo definì l’ayatollah, del cessate il fuoco che pose fine all’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq di Saddam Hussein (appoggiato dagli Usa). Non sappiamo chi, oggi, potrebbe intervenire sull’86enne Khamenei, che pur avendo teoricamente l’ultima parola su tutte le questioni in Iran, non è certo il decisore unico di ogni atto del regime. Avendo consolidato il proprio quasi quarantennale potere creando nuovi strati di burocrati e fedelissimi in campo militare, economico e religioso, epurando chiunque fosse sospettato di slealtà nei confronti della sua persona o della Repubblica islamica, l’ayatollah è infatti solo il volto di un sistema che va ben oltre la Guida suprema. Ma questo non vuol dire che le attuali proteste, anche in caso di sopravvivenza del regime, non produrranno risultati.
Ogni movimento di contestazione, dall’Onda verde ai moti “Donna, vita, libertà”, seppur represso nel sangue, ha obbligato la Repubblica islamica a venire in un modo o nell’altro incontro alle ragioni della piazza, da un lato, e ad aprire al dialogo all’estero dall’altro, sulla base di quel principio di “flessibilità” che finora ha tenuto in vita il regime. «Le proteste “Donna, Vita, Libertà” non hanno portato alla rivoluzione, ma hanno permesso alle donne iraniane di affermare i propri diritti nello spazio pubblico, costringendo le autorità a capitolare sulla questione del hijab obbligatorio. È stato un esempio di come le autorità abbiano optato per la riforma? Non esattamente, considerato che non sono state nemmeno codificate nuove libertà per le donne», ha osservato Esfandyar Batmanghelidj, docente alla Johns Hopkins University School of Advanced International Studies. «Eppure le proteste sono state un successo. Tra rivoluzione e riforma si trova il vero terreno della lotta per una società più giusta e prospera in Iran». Con conseguenze per l’intera regione.