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    L’ultimatum di Trump all’Iran scade stanotte: ecco cosa può succedere

    Donald Trump. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    O Teheran riapre lo Stretto di Hormuz o Washington bombarderà ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture civili, con tutto ciò che ne consegue per la regione e l'economia globale. Ma non sono del tutto esclusi né un accordo né altro rinvio della scadenza

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 7 Apr. 2026 alle 10:57

    L’ultimatum del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per un accordo con l’Iran scade tra 15 ore, alle 20:00 ora di Washington, le due di stanotte in Italia. Se entro questa data la Casa bianca e Teheran non avranno raggiunto un’intesa per un cessate il fuoco, gli Usa minacciano di colpire ponti, centrali elettriche e altri obiettivi civili della Repubblica islamica, in palese violazione delle leggi internazionali. Scopriremo allora se corrisponde a verità il detto “Trump si tira sempre indietro” (in inglese: “Trump always chickens out”, in acronimo TACO). In caso contrario, l’Iran potrebbe reagire sulle infrastrutture energetiche e civili della regione in un’escalation che minaccia l’intera economia globale.
    La Repubblica islamica, ha affermato ieri il presidente nella sua conferenza stampa alla Casa bianca, potrebbe essere “eliminata in una notte”. Se non si raggiungerà un accordo che permetta di riaprire lo Stretto di Hormuz, ha aggiunto Trump, “andrà bene lo stesso” ma in quel caso il Pentagono distruggerà ogni centrale elettrica e ponte del Paese nell’arco di quattro ore dalla scadenza prefissata. Intanto, come ha annunciato ieri il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth, gli Stati Uniti stanno intensificando gli attacchi contro l’Iran. Tra una minaccia e l’altra di commettere crimini di guerra in Iran però, il presidente Usa ha affermato che i negoziati indiretti in corso con Teheran si svolgono “in buona fede”, lasciando una porta aperta a un accordo di tregua da definire oggi stesso. Intesa che la Repubblica islamica ha fin qui sempre respinto, insistendo per una fine definitiva della guerra scatenata lo scorso 28 febbraio da Israele e Stati Uniti.
    Il conflitto, va ricordato, è esploso con i bombardamenti congiunti di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. Da allora, la regione è precipitata in una guerra che ha già provocato diverse migliaia di vittime, soprattutto in Iran e in Libano, dove Hezbollah, l’alleato storico di Teheran, ha ripreso gli attacchi contro lo Stato ebraico. Un conflitto allargatosi anche allo Yemen, con l’intervento a fine marzo dei miliziani Houthi, un altro alleato della Repubblica islamica, contro Israele e la minaccia di “chiudere” al traffico marittimo anche lo Stretto di Bab el-Mandeb tra la Penisola araba e il Corno d’Africa. Ma, per capire come siamo arrivati fin qui, conviene riavvolgere il nastro degli ultimi giorni.

    Ultimatum posticipati
    Non è infatti la prima volta che Donald Trump lancia un ultimatum a Teheran. La prima scadenza era stata fissata addirittura il 21 marzo scorso, quando sul suo social Truth il presidente aveva annunciato che, se l’Iran non avesse “APERTO COMPLETAMENTE E SENZA MINACCE, lo Stretto di Hormuz, entro 48 ORE da questo preciso momento, gli Stati Uniti d’America avrebbero colpito e distrutto le loro varie centrali elettriche”. Una data poi posticipata più volte dallo stesso Trump, che per settimane ha oscillato tra minacce alla Repubblica islamica e agli alleati riottosi e annunci di negoziati, a volte persino nella stessa dichiarazione.
    A meno di 12 ore da quella prima scadenza, l’inquilino della Casa bianca aveva annunciato, a sorpresa, “colloqui produttivi” per la conclusione del conflitto, rinviando di “cinque giorni qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane”. Si è così arrivati al 26 marzo, quando Trump ha prima rincarato la dose minacciando la Repubblica islamica e poi prorogando ulteriormente la scadenza di altri 10 giorni, fino alle 20:00 del 6 aprile, affermando che i negoziati con Teheran stavano “andando molto bene”.
    Il 30 marzo però, il presidente si è di nuovo lasciato andare a una dichiarazione contraddittoria: da un lato celebrando i progressi nei colloqui con l’Iran e dall’altro ribadendo la minaccia di bombardarne le infrastrutture civili, qualora non si raggiungesse un accordo “a breve”. “Concluderemo il nostro piacevole ‘soggiorno’ in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!)”, scrisse allora sul suo social, senza specificare ulteriori date entro cui sottoscrivere un’intesa. Ma, con l’avvicinarsi della scadenza, la diplomazia non registrava progressi.
    Così il 4 aprile il presidente Usa è tornato sulla questione. “Ricordate quando diedi all’Iran dieci giorni per FARE UN ACCORDO o APRIRE LO STRETTO DI HORMUZ? Il tempo sta per scadere: 48 ore prima che si scateni l’inferno”, aggiunse su Truth. L’escalation verbale però ha raggiunto il suo apice nel giorno di Pasqua, domenica 5 aprile, quando tra parolacce e provocazioni religiose Trump ha nuovamente rinviato l’ultimatum, da lunedì 6 a martedì 7. “Martedì sarà il giorno della centrale elettrica e il giorno del ponte, tutto in uno, in Iran. Non ci sarà niente di simile!!! Aprite quel fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete l’inferno”, ha scritto su Truth, specificando in un altro post la scadenza ultima delle 20:00 ora di Washington, le due di stanotte in Italia. Quello stesso giorno, in un’intervista telefonica concessa al portale Axios, il presidente aveva però annunciato “trattative avanzate” con Teheran e che un accordo era ancora possibile. In caso contrario, aveva minacciato, “farò saltare tutto”.
    “L’intero Paese può essere messo fuori combattimento in una sola notte, e quella notte potrebbe essere domani”, ha detto poi ieri Trump alla Casa bianca. “Abbiamo un piano, grazie alla potenza del nostro esercito, per cui ogni ponte in Iran sarà distrutto entro la mezzanotte di domani”. Dietro le quinte però, la diplomazia ha continuato a lavorare sottotraccia.

    L’ultima possibilità?
    I governi di Pakistan, Egitto e Turchia hanno fatto da tramite, negli ultimi dieci giorni, tra Washington e Teheran, con l’obiettivo di raggiungere un cessate il fuoco in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui prima del conflitto transitava circa un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. I negoziatori, secondo fonti citate dall’agenzia di stampa britannica Reuters, avevano proposto un piano che sarebbe potuto entrare in vigore già ieri, con la riapertura dello Stretto come primo gesto concreto, ma non se n’è fatto nulla per il rifiuto di Teheran.
    Ieri, lunedì 6 aprile, la Repubblica islamica ha consegnato ai mediatori di Islamabad una risposta in dieci punti con cui ha chiesto non una semplice tregua ma una conclusione definitiva del conflitto, garanzie contro nuovi attacchi, la revoca delle sanzioni internazionali, fondi per la ricostruzione e la fine dei raid israeliani in Libano. La proposta inoltre, secondo l’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, prevedeva anche la richiesta di “un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz”, che sancirebbe il controllo almeno parziale di Teheran su questa strategica via d’acqua.
    Richieste considerate, forse, eccessive ma non del tutto rigettate dalla Casa bianca. Interrogato ieri in merito dalla stampa, lo stesso presidente Trump ha usato parole sorprendentemente moderate: “Hanno fatto un passo molto importante”, ha detto. “Non è ancora sufficiente ma significativo”, ha aggiunto, tornando però a minacciare: “Se non raggiungono un accordo, non avranno più né ponti né centrali elettriche”.
    La proposta arrivata da Teheran, secondo le fonti citate da Axios, avrebbe determinato una spaccatura tra il presidente Usa e la sua amministrazione, con il team negoziale formato dal vicepresidente JD Vance e dagli inviati presidenziali Steve Witkoff e Jared Kushner intenzionato a tentare un accordo. Una posizione in parte condivisa persino dal segretario alla Difesa Pete Hegseth e dal segretario di Stato Marco Rubio, descritti come “colombe” rispetto a Trump. “Il presidente è il più assetato di sangue, come un cane rabbioso”, ha detto un alto funzionario americano ad Axios.
    D’altronde, nella conferenza stampa di ieri, l’inquilino della Casa bianca aveva confermato che i piani per la distruzione delle infrastrutture civili in Iran erano già pronti. Poi aveva persino rivendicato di aver “inviato armi” ai manifestanti antigovernativi iraniani durante le proteste di inizio anno. “Abbiamo inviato armi ai manifestanti, molte armi”, aveva già detto il 5 aprile il presidente al corrispondente di Fox News Trey Yingst, senza fornire dettagli su chi avrebbe ricevuto quelle forniture. “Credo che se le siano prese i curdi”. “Abbiamo inviato armi, molte armi, che avrebbero dovuto essere distribuite alla popolazione affinché potesse difendersi da questi criminali”, ha aggiunto ieri alla Casa bianca, mostrando tutta la propria frustrazione per non essere riuscito ad abbattere la Repubblica islamica. “Sapete cosa è successo? Le persone a cui le hanno mandate se le sono tenute. Sono molto arrabbiato con un certo gruppo di persone, e loro pagheranno un prezzo salato”. Ma Trump non è l’unico ad assumere posizioni tanto radicali.
    Sullo sfondo infatti, c’è la partita israeliana. Il 5 aprile il premier dello Stato ebraico Benjamin Netanyahu ha chiamato il presidente Usa per congratularsi per il salvataggio di un ufficiale dell’Aeronautica statunitense abbattuto in Iran con il suo F-15, un colloquio che secondo fonti israeliane citate da Axios sarebbe servito anche per mettere in guardia contro un cessate il fuoco con Teheran.
    Intanto ieri Israele ha colpito un complesso petrolchimico ad Assaluyeh, nel sud dell’Iran, collegato al giacimento di gas di South Pars, annunciando l’uccisione di Majid Khademi, direttore dell’intelligence delle Guardie rivoluzionarie islamiche, che hanno giurato vendetta. Per tutta risposta Teheran ha continuato ad attaccare gli Stati del Golfo con droni e missili: in particolare in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, mentre nel Kurdistan iracheno, un drone si è schiantato su un’abitazione, uccidendo due civili. Nella notte poi nuove esplosioni hanno scosso Teheran e le aree circostanti in una serie di attacchi rivendicati dalle forze armate di Israele (Idf) contro le infrastrutture iraniane.

    Cosa può succedere adesso?
    Al momento Teheran sembra aver scelto la sfida aperta di fronte alle minacce degli Stati Uniti. L’esercito iraniano ha definito le dichiarazioni di Trump frutto di una “retorica arrogante” che “non ha alcun effetto” sulle operazioni sul campo. L’ambasciatore della Repubblica islamica all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha avvisato il segretario generale António Guterres che “il silenzio o l’inazione di fronte a tali flagranti violazioni” del diritto internazionale rischia di avere “conseguenze che si estenderanno oltre la regione”.
    Il presidente Usa però ha liquidato queste preoccupazioni con una battuta: il vero “crimine di guerra”, secondo Trump, sarebbe permettere all’Iran di acquisire armi nucleari, definendo “stupidi” quegli americani che si dicono ancora contrari al conflitto. “Potremmo tirarci indietro anche ora ma non possiamo permettere a dei pazzi di possedere armi nucleari”, ha detto ieri alla Casa bianca. A queste parole ha replicato direttamente il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf: “Le tue mosse sconsiderate stanno trascinando gli Stati Uniti in un inferno per ogni singola famiglia”, ha scritto sui social, accusando l’inquilino della Casa bianca di “seguire gli ordini di Netanyahu”.
    Intanto sul fronte diplomatico il Consiglio di sicurezza Onu avrebbe dovuto votare oggi una bozza di risoluzione, promossa dal Bahrein, per la riapertura dello Stretto di Hormuz. Un testo che però nelle ultime ore è stato significativamente annacquato rispetto alla versione originale, che avrebbe autorizzato l’uso della forza per sbloccare il passaggio alla navigazione.
    Non resta che aspettare la scadenza dell’ultimatum o un eventuale rinvio di Trump. Il nodo principale resta il tipo di accordo: Washington vuole un cessate il fuoco di 45 giorni come primo passo verso negoziati più ampi, Teheran invece chiede garanzie per una pace permanente prima di aprire qualsiasi trattativa.

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