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    Trump sospende la scorta navale Usa a Hormuz: “Grandi progressi con l’Iran”. Ma Teheran non cede e Israele è pronta a riprendere i raid

    Donald Trump. Credit: AdMedia/SIPA / AGF

    Il filo diplomatico tra Washington e Teheran resta fragile mentre sale la tensione, tra attacchi iraniani agli Emirati Arabi e incidenti nello Stretto. Intanto il segretario di Stato Usa Marco Rubio dichiara chiusa l'operazione "Epic Fury” ma il generale Caine avverte che le forze americane sono pronte a riprendere i combattimenti. Così come Tel Aviv che non cessa i bombardamenti in Libano. La Repubblica islamica però avverte che nessuno può costringerla alla resa

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 6 Mag. 2026 alle 10:01 Aggiornato il 6 Mag. 2026 alle 10:16

    A meno di 24 ore dal suo annuncio, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sospeso il cosiddetto “Freedom Project”, il programma di scorta navale nello Stretto di Hormuz, in attesa di verificare se i negoziati con l’Iran possano portare a un accordo concreto che metta fine alla guerra. L’annuncio è arrivato nella notte sul suo social Truth, dove l’inquilino della Casa bianca ha rivendicato lo “enorme successo militare” conseguito contro la Repubblica islamica e i “grandi progressi” compiuti verso un’intesa “complessiva e definitiva” con la leadership di Teheran. La sospensione della scorta navale Usa a Hormuz, ha precisato Trump, è stata decisa “su richiesta del Pakistan e di altri Paesi” ed è  solo temporanea, riprenderà infatti qualora i negoziati non dovessero produrre risultati concreti. Intanto la tensione continua a salire.

    Continuano gli scontri
    Il “Freedom Project” era stato annunciato il giorno prima dal presidente degli Stati Uniti con l’obiettivo di consentire a centinaia di imbarcazioni rimaste bloccate nel Golfo persico di attraversare lo Stretto, dove prima del conflitto transitavano un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Ma dall’inizio della guerra, scatenata il 28 febbraio scorso da Usa e Israele, questo braccio di mare si trova ormai sotto costante minaccia di Teheran, che cerca così di fare pressioni sugli avversari e sul resto del mondo per porre fine al conflitto, pretendendo anche di imporre un pedaggio alle imbarcazioni in transito. Una sfida a cui Trump aveva risposto imponendo un blocco navale fuori dallo Stretto, che ha ulteriormente ostacolato la navigazione e annunciando poi una scorta militare. Un’operazione che ieri aveva permesso il transito nell’area a una nave della compagnia danese Maersk, rimasta ferma nel Golfo da settimane, ma che già oggi risulta sospesa.
    La giornata di ieri infatti è stata segnata da un’escalation preoccupante. Per il secondo giorno e per la prima volta dall’entrata in vigore della tregua dell’8 aprile scorso, l’Iran ha lanciato missili e droni contro installazioni militari statunitensi nella regione, in particolare negli Emirati Arabi Uniti, che hanno attivato le proprie difese aeree. Le Guardie rivoluzionarie iraniane intanto hanno minacciato una “ferma reazione” contro qualunque nave che non rispetti le regole imposte da Teheran nello Stretto, precisando che il loro nuovo piano di sicurezza mira a impedire il transito di armi e rifornimenti destinati alle basi militari americane nella zona. Tanto che ieri la nave San Antonio della compagnia di navigazione francese CMA CGM ha subito un attacco mentre attraversava lo Stretto di Hormuz, che ha provocato tre feriti tra l’equipaggio.

    Guerra di parole
    Eppure proprio ieri, a margine di una conferenza stampa alla Casa bianca prima di partire per Roma dove visiterà papa Leone XIV e la premier Giorgia Meloni, il segretario di Stato Marco Rubio aveva assicurato che la fase offensiva del conflitto si era ormai conclusa. “L’operazione ‘Epic Fury’ è finita”, ha detto ieri il capo della diplomazia statunitense, usando il nome in codice per le operazioni militari condotte dagli Usa contro l’Iran. “Abbiamo superato quella fase”. Poco dopo però il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori congiunti delle Forze armate statunitensi, ha tenuto a precisare che gli Stati Uniti sono “pronti a riprendere importanti operazioni di combattimento” in qualsiasi momento.
    Trump, dal canto suo, ha mantenuto un tono minaccioso nei confronti di Teheran pur senza accusare esplicitamente la Repubblica islamica di aver violato il cessate il fuoco. “Sanno cosa devono fare e soprattutto cosa non devono fare”, ha detto il presidente incontrando la stampa nello Studio ovale. “Dovrebbero alzare bandiera bianca e arrendersi”. Il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth è stato invece più diretto affermando che gli Stati Uniti non possono “permettere all’Iran di bloccare una rotta marittima internazionale”. Rubio ha intanto annunciato che Washington presenterà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu una bozza di risoluzione per “difendere la libertà di navigazione” nello Stretto, redatta insieme a Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar, che chiede a Teheran di “cessare gli attacchi e tutti i pedaggi” imposti nel canale.
    Da parte sua, Teheran si mostra disponibile al dialogo ma non alla resa. “Non abbiamo mai ceduto e non cederemo mai alla forza. Nessuno può costringerci alla resa”, ha scritto nella notte sui social il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha tenuto un colloquio telefonico con il neo-premier designato dell’Iraq, Ali Falih Al-Zaidi, esortando Washington a “rimuovere le minacce militari” dalla regione. Tutto questo mentre il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, accusava gli Stati Uniti e i loro alleati di “mettere in pericolo” la sicurezza del trasporto marittimo.
    Visto il clima non sorprende che, malgrado l’ottimismo social di Trump, i negoziati siano ancora in una fase di stallo, dopo un primo incontro diretto tenuto l’11 aprile scorso a Islamabad, in Pakistan. Non vuol dire però che il fronte diplomatico sia totalmente fermo. Oggi infatti il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti incontrato a Pechino il suo omologo cinese Wang Yi, una visita che precede il viaggio di Donald Trump in Cina, previsto per il 14 e 15 maggio, quando il presidente statunitense incontrerà Xi Jinping. La Repubblica popolare, ha detto oggi Wang ad Araghchi, è “profondamente addolorata” per la guerra in corso. “Riteniamo urgente e necessario un cessate il fuoco globale, che una ripresa delle ostilità non sia accettabile e che sia particolarmente importante rimanere impegnati nel dialogo e nei negoziati”, ha concluso il ministro degli Esteri cinese.

    Israele e il fronte del Libano
    Ma Usa e Iran non sono soli in questo conflitto. In un quadro già molto instabile si inserisce infatti la minaccia di Israele di riprendere i bombardamenti contro l’Iran, “se necessario”. L’annuncio è arrivato ieri dal nuovo comandante dell’Aeronautica militare di Tel Aviv, il generale Omer Tischler, che durante la sua cerimonia di giuramento ha ribadito come lo Stato ebraico sia pronto a schierare “l’intera forza aerea verso est, se necessario”. Subentrato al generale Tomer Bar, Tischler ha sottolineato che l’aviazione israeliana “continuerà ad agire con decisione, forza e responsabilità ovunque, contro qualsiasi minaccia e qualsiasi nemico”, ricordando come al momento i caccia di Tel Aviv siano impegnati su un altro fronte: “In questo momento, stiamo volando sopra il Libano, colpendo Hezbollah”.
    Nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore dal 17 aprile scorso, infatti, proseguono quotidianamente i combattimenti nel sud del Libano, dove neanche ieri si sono fermati i raid di Tel Aviv. Il bilancio delle vittime della guerra tra Hezbollah e lo Stato ebraico, ripresa il 2 marzo a seguito dell’attacco di Washington e Tel Aviv contro Teheran, ha ormai superato i 2.700 morti, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute di Beirut.

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