Stati Uniti, Iran e Oman sembrano sempre più vicini a un accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche se le incognite restano tante. L’intensa attività diplomatica sottobanco e le pressioni internazionali paiono aver ammorbidito le posizioni contrapposte tra Washington e Teheran, che nega ancora contatti diretti con gli Usa, aprendo uno spiraglio concreto per un’intesa. I mercati petroliferi e le altre cancellerie mondiali attendono con il fiato sospeso, dopo settimane di blocchi navali, bombardamenti e minacce reciproche, mentre i segnali di un disgelo si fanno più definiti, anche se la cautela resta d’obbligo. Anche perché la Casa bianca non rinuncia all’opzione militare, in caso di fallimento delle trattative.
I contorni dell’accordo provvisorio
Al centro delle complesse trattative, mediate da Oman, Qatar, Pakistan e Arabia Saudita, c’è un’intesa transitoria della durata di 60 giorni, rinnovabile in seguito. Il piano in discussione, secondo le indiscrezioni pubblicate dal portale statunitense Axios, ridisegnerebbe di fatto la viabilità marittima dello Stretto di Hormuz.
Tutto il traffico in entrata verso il Golfo, come già anticipato ieri dal New York Times, verrebbe incanalato in una rotta settentrionale, transitando all’interno delle acque territoriali iraniane, vicino alla costa della Repubblica islamica. Le navi in uscita, invece, dirette verso il Mar Arabico, percorrerebbero una corsia meridionale sotto giurisdizione dell’Oman, seppur in stretto coordinamento con Teheran. Un elemento chiave dell’intesa prevederebbe che, durante questo bimestre di rodaggio, non venga imposto alcun pedaggio, tassa di transito o tariffa di servizio, venendo incontro alle richiesta degli Stati Uniti volte al rispetto della libertà di navigazione sancita dal diritto internazionale marittimo. Ma c’è di più: entro i primi trenta giorni, le parti si impegnerebbero anche a bonificare dalle mine navali la corsia centrale dello stretto. Una volta ripulito, questo canale tornerebbe a rappresentare la rotta principale per i flussi in entrata e in uscita dal Golfo, secondo i termini di un accordo permanente che l’Oman e l’Iran si starebbero preparando a negoziare.
L’ottimismo di Washington e il gelo di Teheran
I vertici dell’amministrazione statunitense non nascondono un cauto ottimismo, accompagnato però dall’immancabile dose di pressione. Il presidente Donald Trump, in viaggio verso la California, ha parlato ieri di “ottime discussioni” in corso, suggerendo che un annuncio potrebbe arrivare “molto presto”, forse già oggi e domani, facendo eco alle parole del suo segretario al Tesoro, Scott Bessent, e del segretario di Stato Marco Rubio, che ha sottolineato i progressi raggiunti nei colloqui, sebbene manchi ancora l’ufficialità. La Casa bianca, tuttavia, non abbassa la guardia. Trump, che il 1° agosto ha congelato, all’ultimo momento, una massiccia campagna di bombardamenti contro Teheran per dare spazio alla diplomazia, ha ribadito il suo ultimatum alla Repubblica islamica: o lo Stretto riapre in tempi brevissimi, o l’Iran sarà colpito “molto duramente”. Un avvertimento che pesa, pur a fronte delle crescenti preoccupazioni interne sulla sostenibilità dello sforzo bellico statunitense, con l’esercito che, secondo fonti informate citate dall’agenzia di stampa Reuters, avrebbe già dato fondo a “quasi tutto” il proprio arsenale di missili di precisione a lungo raggio.
Nonostante i progressi rivendicati da Washington, però, il clima a Teheran resta improntato alla massima diffidenza. Le autorità iraniane continuano a negare ufficialmente l’esistenza di negoziati diretti con gli Stati Uniti, ribadendo che i colloqui in corso coinvolgono esclusivamente l’Oman. Il nodo centrale resta la pretesa di Teheran di esercitare un controllo effettivo e di avere piena autorità sul traffico navale nello Stretto di Hormuz, con la facoltà di intervenire in caso di necessità, una mossa che altererebbe gli equilibri regionali a favore della Repubblica islamica. D’altronde le ferite della recente escalation sono ancora fresche. L’Iran non dimentica il naufragio del memorandum d’intesa siglato il 17 giugno e collassato già il 7 luglio e respinge la prospettiva di un semplice ritorno allo status quo prebellico. Questa mattina ci ha pensato Behnam Saidi, segretario della Commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, a gelare gli entusiasmi. “Gli americani hanno dimostrato più e più volte di non essere affidabili”, ha detto all’emittente pubblica Irib. “Il presidente Trump ha una personalità instabile”. L’approccio di Trump ai negoziati, ha aggiunto il suo collega parlamentare e membro della medesima commissione, Esmail Kowsari, è “contraddittorio e inaffidabile”. L’inquilino della Casa bianca, ha ricordato il deputato iraniano, ha affermato per ben 75 volte che lo Stretto di Hormuz era aperto, quando in realtà non lo era. Il presidente degli Usa, ha notato Kowsari, ha parlato di “sconfitta dell’Iran” 106 volte e di un “accordo imminente” con Teheran 88 volte. Non proprio segnali di fiducia.
La tensione resta alta
Le notizie di un imminente accordo hanno immediatamente allentato la pressione sui mercati dell’energia. La quotazioni del petrolio hanno registrato perdite significative, con il Brent tornato oggi intorno ai 76 dollari al barile, pari circa ai livelli del 2 marzo scorso, e il WTI in ribasso intorno ai 75 dollari, solo tre in più dell’inizio del conflitto. Ma la realtà nelle acque del Golfo e del Mar Rosso rimane drammatica. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale, è ancora di fatto paralizzato. Nelle prime ore di ieri, come segnalato dall’agenzia britannica Ukmto, una nave da carico che tentava il passaggio al largo delle coste omanite è stata centrata da un “proiettile non identificato”, che ha scatenato un incendio a bordo costringendo l’equipaggio ad abbandonare l’imbarcazione, con un marinaio che risulta ancora disperso.
Al contempo, la situazione non accenna a stabilizzarsi nemmeno sul fronte del Mar Rosso. Ieri una nave mercantile indiana è colata a picco al largo del porto yemenita di Hodeida, controllato dai ribelli Houthi alleati dell’Iran, dopo essere stata colpita da un’imbarcazione imbottita di esplosivo. I 14 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo dalla guardia costiera locale, ma l’episodio conferma come il blocco navale e la guerra per procura continuino a infiammare l’intera regione, minacciando costantemente le rotte commerciali nevralgiche.
Il traffico navale attraverso gli Stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb, secondo gli ultimi dati analizzati dalla società di monitoraggio Kpler, non è del tutto fermo ma resta al di sotto della media. Ieri, otto navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, tra cui cinque petroliere e tre navi portarinfuse, lo stesso numero del giorno precedente. Sei di questi bastimenti, tre petroliere e tre portarinfuse, entravano nel Golfo, mentre una metaniera e una petroliera ne uscivano. Nella stessa giornata, 20 imbarcazioni hanno attraversato lo Stretto di Bab el-Mandeb, di cui 10 in entrata e 10 in uscita, senza segnare variazioni rispetto al giorno precedente. Prima del conflitto, secondo il portale specializzato Marine Traffic, la media degli attraversamenti giornalieri a Hormuz era compresa tra 130 e 140 navi, mentre a Bab el-Mandeb ne passavano tra le 20 e le 45 ogni giorno. Insomma, nonostante i segnali di distensione diplomatica, le incognite restano ancora tante.