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    Gli Usa bombardano l’Iran “per autodifesa”, Teheran minaccia: “Preparate i bunker”. E Israele intensifica i raid in Libano. Ma la trattativa continua

    Il presidente Usa Donald Trump. Credit: AdMedia/SIPA / AGF

    Trump promette: “L’uranio arricchito sarà distrutto”, i caccia statunitensi colpiscono lanciamissili e navi nel sud dell’Iran, Teheran minaccia ritorsioni e Netanyahu annuncia nuovi attacchi contro Hezbollah. Intanto una delegazione della Repubblica islamica vola a Doha e il segretario di Stato Marco Rubio parla di progressi nei colloqui. Ma la pace, ancora una volta, si allontana

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 26 Mag. 2026 alle 09:38 Aggiornato il 26 Mag. 2026 alle 09:39

    Gli Stati Uniti hanno colpito nella notte alcuni obiettivi militari nel sud dell’Iran, nel momento più delicato delle trattative con la Repubblica islamica, proprio quando i negoziati sembravano aver imboccato la strada giusta. Dopo settimane di stallo e schermaglie verbali infatti, sia Washington che Teheran avevano fatto trapelare segnali concreti che facevano sperare in un esito positivo dei colloqui. Il presidente Donald Trump aveva persino lasciato intendere che un annuncio potesse arrivare nel lungo fine settimana del Memorial Day, che aveva scelto di trascorrere alla Casa bianca anziché nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida. Ma mentre cominciavano già a circolare indiscrezioni su un futuro piano di pace, in poche ore lo scenario è cambiato di nuovo e la pace è tornata ad allontanarsi: prima con l’annuncio del premier di Israele Benjamin Netanyahu di un’intensificazione dell’offensiva in Libano contro Hezbollah, poi con i missili lanciati dagli Stati Uniti sull’Iran e infine con la minaccia di Teheran agli Usa di “preparare i rifugi” e di “tenere pronti i bunker”.

    La diplomazia delle bombe
    “Le forze statunitensi hanno condotto oggi attacchi di autodifesa nel sud dell’Iran per proteggere le nostre truppe dalle minacce poste dalle forze iraniane”, ha fatto sapere all’emittente Cnn il portavoce del Comando Centrale delle forze armate Usa (Centcom), Timothy Hawkins. Gli obiettivi, ha precisato il militare, includevano “siti di lancio missilistico e navi iraniane che tentavano di posare mine”. Il Centcom ha tenuto a specificare di aver “esercitato moderazione durante il cessate il fuoco”, entrato in vigore l’8 aprile scorso dopo un mese di guerra che ha provocato migliaia di morti in Iran e fatto tremare l’economia globale.
    La risposta da Teheran non si è fatta attendere. Il deputato iraniano Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento della Repubblica islamica, ha infatti avvertito sui social gli Stati Uniti di “preparare i rifugi” e si “tenere pronti i bunker” dopo gli attacchi aerei lanciati ieri da Washington contro le basi navali iraniane.
    La tregua comunque sembra reggere. D’altronde non è certo la prima volta che Usa e Iran si bersagliano a vicenda dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. All’inizio di maggio, le forze statunitensi avevano preso di mira alcune installazioni militari iraniane responsabili di una serie di attacchi “non provocati” con missili, droni e piccole imbarcazioni contro navi da guerra americane in transito nello Stretto di Hormuz, in conformità con l’ordine del presidente Trump, che aveva autorizzato le proprie forze armate a rispondere alle “provocazioni” di Teheran. Eppure la diplomazia non ha mai smesso di lavorare per un accordo che ponga fine al conflitto.

    LEGGI ANCHE: [L’architetto Usa dell’accordo sul nucleare con l’Iran del 2015, Robert Malley, a TPI: “Il JCPOA non doveva morire. Ora ogni intesa sarà più fragile”]

    Lo stallo negoziale
    Proprio nelle ore precedenti a questi ultimi raid, i mediatori sembravano aver trovato il percorso giusto per arrivare a un’intesa. Per la prima volta dall’inizio della guerra e della rappresaglia di Teheran contro i vicini del Golfo, era sbarcata ieri a Doha, in Qatar, una delegazione iraniana di alto livello, di cui facevano parte il capo negoziatore nonché presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf; il ministro degli Esteri Abbas Araghchi; e il governatore della Banca centrale, Abdolnaser Hemmati. Intanto, due giorni prima, il comandante dell’esercito del Pakistan, Asim Munir, mediatore principale dei colloqui, era andato in visita a Teheran per incontrare Ghalibaf e il presidente Masoud Pezeshkian. Segnali di apertura, che però non si sono ancora concretizzati in un accordo.
    “Ci vorranno un paio di giorni per calmare le acque”, ha detto oggi da Jaipur, durante la sua visita in India, il segretario di Stato Usa Marco Rubio, secondo cui i colloqui si sono arenati sulla formulazione di “una parola, una frase”. “Oggi ci sono stati alcuni colloqui in Qatar, quindi vedremo se riusciremo a fare progressi. Credo che le discussioni riguardino principalmente la formulazione precisa del testo iniziale, quindi ci vorranno alcuni giorni. Dovremo lavorarci su”, ha aggiunto il capo della diplomazia statunitense, secondo cui lo Stretto di Hormuz dovrà essere riaperto alla navigazione. “Lo sarà in un modo o nell’altro”, ha concluso. “Il presidente ha espresso la sua disponibilità a raggiungere un accordo. O si raggiungerà un accordo, oppure non ci sarà alcun accordo”.
    D’altra parte ieri lo stesso Trump aveva già provveduto a raffreddare gli entusiasmi, affermando di non voler “affrettare le trattative” e annunciando che avrebbe firmato soltanto un accordo “eccellente”. Anche Teheran aveva adottato un tono guardingo: “Abbiamo raggiunto un accordo su un gran numero di questioni”, aveva detto ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, “ma affermare che la firma sia imminente è impossibile”. Insomma, l’accordo è vicino ma non così tanto.
    Il nodo centrale rimane infatti lo Stretto di Hormuz, dove prima del conflitto transitavano un quinto del greggio e del gas commerciati a livello mondiale e di fatto chiuso dal 28 febbraio scorso, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’offensiva contro l’Iran. Nel fine settimana Trump aveva parlato di un compromesso “ampiamente negoziato”, ma Teheran aveva ribadito che, “in questa fase”, la questione nucleare non rientrava nel memorandum in discussione e che sarebbe stata affrontata separatamente. Quindi, sui social e al portale statunitense Axios, il presidente Usa si è rimangiato le sue dichiarazioni, affermando che la firma di un accordo era ancora in dubbio. “O l’accordo con l’Iran sarà eccellente e significativo, oppure non ci sarà alcun accordo”, aveva detto. Quindi, ieri sera, Trump ha alzato di nuovo la voce sul dossier più esplosivo: l’uranio arricchito iraniano andrà “o immediatamente consegnato agli Stati Uniti e distrutto, oppure – preferibilmente – distrutto in loco in cooperazione con la Repubblica islamica”. Non è chiaro però se si tratti di un punto già concordato con Teheran o di un nuovo ultimatum.
    Prima dei raid, inoltre, l’inquilino della Casa bianca aveva allargato il quadro in modo piuttosto provocatorio. In un lungo post sui social, aveva elencato i leader degli Stati della regione con cui aveva parlato nei giorni precedenti, concludendo che “dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti, tutti questi Paesi dovrebbero essere obbligati, come minimo, a firmare simultaneamente gli Accordi di Abramo” per la normalizzazione dei rapporti con Israele, già firmati nel 2020 da Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Un risultato che sarebbe, indiscutibilmente, storico ma che molti nella regione si sono fin qui rifiutati di replicare: Arabia Saudita in testa, che ha ribadito la necessità di garantire “un percorso che porti alla nascita di uno Stato palestinese”.

    La variabile libanese
    Proprio Israele è il convitato di pietra del negoziato, a causa della sua offensiva contro Hezbollah in Libano, la variabile più destabilizzante dell’intera partita. Teheran pretende che qualsiasi cessate il fuoco si applichi a tutti i fronti del conflitto regionale. Il premier Benjamin Netanyahu invece ha risposto con un video pubblicato ieri sera sui social in cui è stato chiarissimo: “Siamo in guerra con Hezbollah e intensificheremo i nostri attacchi”. L’esercito israeliano, ha aggiunto, non sta “allentando la presa”, anzi. “Al contrario, ho chiesto di premere ancora di più sull’acceleratore”. Toni da guerra, in linea con l’anima più estremista del suo governo.
    Ieri il suo ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, aveva infatti alzato ulteriormente il tiro: “Per ogni drone esplosivo, a Beirut devono crollare dieci edifici”. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, aveva invece invocato il “ritorno alla guerra intensiva” e la ripresa del controllo del fiume Zahrani, nel sud del Libano.
    D’altronde il cessate il fuoco concordato a metà aprile a Washington e prorogato per ben due volte da Donald Trump non ha mai posto fine ai bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri né agli attacchi di Hezbollah contro Israele. Il bilancio delle vittime, intanto, continua a salire. Dal 2 marzo, quando Hezbollah ha ripreso gli attacchi contro Israele in solidarietà con l’Iran, secondo i dati del ministero della Salute di Beirut, almeno 3.185 persone sono state uccise e altre 9.633 sono rimaste ferite in Libano. Tra le vittime figurano anche 124 operatori sanitari e 218 minori.

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