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    Gli Stati Uniti lanciano raid sull’Iran. Teheran reagisce contro le basi Usa in Kuwait e Bahrein: “Violati gli accordi”

    Un marinaio della Marina statunitense saluta mentre un caccia stealth F-35B Lightning II del Corpo dei Marines, assegnato allo squadrone Green Knights del Marine Fighter Attack Squadron 121, decolla dal ponte di volo della nave d'assalto anfibio di classe America USS Tripoli, impegnata nel blocco navale dell’Iran nel maggio 2026. Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

    La Repubblica islamica aveva attaccato tre navi cisterna in transito nello Stretto di Hormuz. Washington ha reagito revocando le deroghe alle sanzioni contro il petrolio iraniano e bombardando il Paese, mentre le monarchie del Golfo tornano sotto tiro. Ma i colloqui di pace si allontanano

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 8 Lug. 2026 alle 09:20 Aggiornato il 8 Lug. 2026 alle 09:35

    Gli Stati Uniti hanno lanciato nella notte una nuova ondata di raid contro l’Iran, revocando la licenza che permetteva a Teheran di vendere petrolio sui mercati internazionali, una rappresaglia per gli attacchi compiuti negli ultimi giorni dalla Repubblica islamica contro almeno tre navi cisterna in transito nello Stretto di Hormuz. I contrattacchi dell’Iran, che ha accusato Washington di aver violato gli accordi, hanno invece colpito le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. Così la tregua in Medio Oriente vacilla sotto il peso di una nuova escalation, a poco meno di un mese dalla firma del memorandum d’intesa che il 17 giugno aveva garantito 60 giorni di cessate il fuoco per riprendere i negoziati e porre fine al conflitto scatenato lo scorso 28 febbraio dagli Usa e da Israele.
    Il tutto mentre l’Iran è ancora immerso nel lutto per l’ayatollah Ali Khamenei, la Guida suprema uccisa da un raid aereo israeliano nel primo giorno del conflitto. Dopo aver ricevuto il saluto delle folle prima nella capitale Teheran e poi nella città santa di Qom, il feretro è giunto ieri in Iraq, dove il corpo del defunto 86enne sfilerà per le strade di Najaf e Karbala, prima di essere rimpatriata per la definitiva sepoltura.

    I nuovi raid Usa
    Il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom) ha annunciato nella notte di aver avviato una serie di “potenti” attacchi contro “oltre 80 obiettivi” in Iran, tra cui “sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, postazioni radar costiere, batterie missilistiche antinave e oltre 60 piccole imbarcazioni” del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche “nello Stretto di Hormuz e nelle sue vicinanze”. L’obiettivo è rispondere “agli ultimi attacchi” compiuti dalla Repubblica islamica contro “tre mercantili in transito nello Stretto, tra cui la M/T Al Rekayyat, battente bandiera delle Isole Marshall, la M/T Wedyan, battente bandiera saudita, e la M/T Cyprus Prosperity, battente bandiera liberiana” e indebolire la capacità di Teheran di colpire ancora le rotte commerciali internazionali. “L’ingiustificata aggressione da parte delle forze iraniane costituisce una chiara e pericolosa violazione del cessate il fuoco e mina la libertà di navigazione”, ha accusato il Centcom.
    Sul territorio iraniano, l’emittente pubblica IRIB ha riferito di diverse esplosioni avvenute nelle prime ore di questa mattina nella città portuale meridionale di Sirik, sull’isola di Qeshm, e a Bandar Abbas. Al momento non risultano vittime civili, ma un corrispondente della tv di Stato iraniana ha parlato di alcune persone rimaste ferite dalle schegge di un missile precipitato su un molo commerciale a Sirik, dove le fiamme hanno divorato diverse imbarcazioni da pesca, con roghi simili segnalati anche su vari pontili a Bandar Abbas. Un’altra serie di esplosioni è stata invece riportata dall’agenzia di stampa locale Mehr nella città portuale di Bushehr, situata nel sud-ovest dell’Iran, dove si trova l’unica centrale nucleare civile del Paese, non lontano dall’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero attraverso cui transita il 90% delle esportazioni di greggio iraniane.
    Al centro di tutto resta la garanzia della libera navigazione nello Stretto. Almeno tre navi, secondo l’agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO, sono state colpite nello Stretto di Hormuz nell’arco di 24 ore, incidenti confermati da Teheran, che però non ha rivendicato ufficialmente gli attacchi. Due di queste appartengono ad aziende in Qatar e Arabia Saudita, i cui governi hanno puntato subito il dito contro l’Iran.

    L’offensiva diplomatica contro Teheran
    Doha e Riad non avevano usato mezzi termini. Ieri il Qatar ha convocato l’incaricato d’affari iraniano, consegnandogli una nota di protesta e chiedendo a Teheran di porre fine senza indugio “alle pratiche che minano la sicurezza regionale”, mentre il portavoce del ministero degli Esteri dell’Emirato, Majed Al Ansari, ha affermato sui social che l’Iran sarà ritenuto “pienamente responsabile” dell’attacco alla nave cisterna Al Rekayyat della qatariota Nakilat e di ogni danno che ne derivi. La Repubblica islamica ha replicato dicendosi rammaricata per le accuse. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, le ha infatti bollate come “inaccettabili”, sostenendo che Teheran rispetta scrupolosamente gli impegni presi e che, semmai, sono state le navi colpite ad aver voluto correre il rischio di attraversare lo Stretto stabilendo una rotta senza coordinarsi con le autorità iraniane. Anche l’Arabia Saudita ha condannato duramente quanto accaduto alla petroliera Wedyan, parlando di un attacco alla sicurezza della navigazione internazionale e degli approvvigionamenti energetici globali. Da parte sua, invece, Anwar Gargash, consigliere senior del presidente degli Emirati Arabi Uniti, ha ribadito che l’Iran ha dimostrato di essere “incapace” di rispettare l’accordo stipulato con gli Stati Uniti. I raid iraniani, ha scritto sui social in arabo, “sono una chiara indicazione che Teheran rimane incapace di rispettare i requisiti della de-escalation e di porre fine alla guerra”. “Gli Stati arabi del Golfo”, ha aggiunto, “non possono continuare a essere bersaglio delle oscillazioni dell’Iran tra la logica dell’escalation e il percorso della razionalità, della stabilità e della pace”.
    Intanto, sul fronte economico, il dipartimento del Tesoro Usa ha revocato la licenza generale concessa lo scorso 22 giugno a Teheran, che avrebbe permesso alla Repubblica islamica la vendita libera di greggio e prodotti petrolchimici di origine iraniana fino al 21 agosto. Così l’Iran avrà tempo solo fino al 17 luglio per chiudere le transazioni rimaste aperte. Una notizia che ha subito spinto al rialzo le quotazioni del greggio, con il WTI tornato sopra i 72 dollari al barile e il Brent oltre i 75.

    La reazione della Repubblica islamica
    Da parte sua, Teheran ha definito questa mossa una violazione dell’accordo quadro raggiunto per porre fine alla guerra, avvertendo che sarà Washington a doverne rispondere e promettendo “misure decisive” a tutela degli interessi e della sicurezza nazionale dell’Iran. Sulla stessa linea il presidente del Parlamento e capo negoziatore del Paese, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha accusato gli Stati Uniti di violazioni “gravi” del memorandum, elencando gli attacchi contro l’Iran, il ripristino delle sanzioni sul petrolio, le minacce di nuovi raid, il mancato rispetto degli “adeguamenti” iraniani nello Stretto di Hormuz e il proseguimento degli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano. “L’epoca delle prepotenze e dei ricatti è finita: non ci pieghiamo”, ha scritto Ghalibaf sui social.
    Al contempo, il Comando congiunto interforze Khatam al-Anbiya, il vertice militare delle forze iraniane, ha promesso a sua volta una “risposta schiacciante” a quello che ha definito un atto di aggressione, ribadendo che Teheran non permetterà ingerenze americane nella gestione dello Stretto di Hormuz. L’unico passaggio sicuro per le petroliere, hanno avvisato i vertici militari iraniani in una nota riportata dall’agenzia di stampa locale Fars, resta quello stabilito dall’Iran stesso.
    La risposta, in effetti, non si è fatta attendere. Poche ore dopo gli attacchi statunitensi in Iran, il Kuwait ha reso noto di aver attivato le proprie difese aeree per intercettare nuovi raid sull’Emirato, mentre anche il regno del Bahrein ha riferito di essere stato preso di mira da alcuni missili. Le Guardie della Rivoluzione islamica hanno rivendicato un’operazione congiunta tra la Marina e le Forze aerospaziali dei Pasdaran, condotta con missili e droni, sostenendo di aver colpito 85 installazioni militari Usa tra Kuwait e Bahrein e di aver abbattuto anche un drone americano MQ-9. Inoltre, le forze armate regolari iraniane hanno rivendicato un attacco con droni contro la base di Sheikh Isa, in Bahrein, definendolo una ritorsione per i bombardamenti americani e “l’ennesima violazione del memorandum” firmato il 17 giugno scorso.
    Il ministero degli Esteri del Kuwait ha espresso in una nota la sua “più ferma condanna e denuncia dei ripetuti e illeciti attacchi iraniani”, aggiungendo che “il protrarsi di questi attacchi sfacciati, in un momento in cui sono in corso sforzi regionali e internazionali per la de-escalation, mina sistematicamente gli sforzi per ridurre le tensioni”. Una condanna ribadita anche dal regno del Bahrein.

    Colloqui a rischio
    La tregua avrebbe dovuto aprire una finestra di sessanta giorni per negoziare un’intesa definitiva, ma i colloqui indiretti in Qatar si sono chiusi la scorsa settimana senza progressi concreti. Donald Trump non ha mai smesso di minacciare la ripresa dei bombardamenti. Il 6 luglio, dallo Studio Ovale, il presidente Usa aveva avvertito Teheran: “O troviamo un accordo, o finiamo il lavoro”, sostenendo che gli Stati Uniti sarebbero in grado di abbattere i ponti iraniani in un’ora e di mettere fuori uso le forniture energetiche del Paese. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi gli aveva risposto ieri per le rime affermando che, secondo i termini del memorandum, i negoziati sull’intesa finale non potranno cominciare finché continueranno le minacce statunitensi.
    Quattro mesi fa, all’apertura del conflitto, Trump aveva indicato come obiettivi la distruzione dei programmi nucleare e missilistico iraniani, la fine della capacità di Teheran di minacciare i vicini e la creazione delle condizioni per un cambio di leadership dall’interno, cambiando poi più volte idea. Ma nessuno di questi traguardi, ad oggi, può dirsi raggiunto, anche se Washington continua a sostenere che un’intesa permanente fermerebbe quello che considera un programma nucleare potenzialmente in grado di produrre un ordigno, un’ambizione che l’Iran nega da sempre di coltivare.
    Dello stesso avviso il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che parlando ad Ankara nel secondo giorno del vertice dell’Alleanza atlantica ha definito “assolutamente necessari” gli ultimi raid statunitensi, sottolineando quanto sia fondamentale una risposta ferma da parte di Washington contro Teheran.

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