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    L’architetto Usa dell’accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 Robert Malley a TPI: “Il JCPOA non doveva morire. Ora ogni intesa sarà più fragile”

    Robert Malley, ex coordinatore per il Medio Oriente, il Nord Africa e la regione del Golfo del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti durante le amministrazioni dei presidenti Barack Obama e Joe Biden. Credit: Alessandro Serrano' / AGF

    “Il ritiro unilaterale di Trump nel 2018 fu un errore strategico. Biden aveva altre priorità. Oggi il mondo è cambiato. Ma il DNA dell'accordo sul nucleare con Teheran resta attuale”. L'ex consigliere di Obama e Biden spiega a TPI come sia possibile riprendere il dialogo con la Repubblica islamica. “Ora ci troviamo in uno stato né di guerra né di pace. Ma il prezzo lo pagano le persone comuni”

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 20 Mag. 2026 alle 10:02

    Robert Malley crede ancora nel dialogo. È considerato l’uomo che ha architettato l’accordo sul nucleare con l’Iran del 2015, con cui l’amministrazione Obama ottenne la limitazione dell’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran e un piano di ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), in cambio di un allentamento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. Nella sua carriera ha guidato i negoziati con la Repubblica islamica per due presidenti, Barack Obama e Joe Biden, dopo aver contribuito a forgiare la politica estera Usa nella regione già con Bill Clinton. Oggi lavora come ricercatore presso la Yale Jackson School of Global Affairs e osserva, con occhio lucido e col peso di chi quella storia l’ha vissuta dall’interno, il disastro che si è consumato dopo la fine di quell’accordo. Perché per Malley non ci sono ambiguità: il ritiro unilaterale di Trump dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) nel 2018 è stato «un errore strategico senza giustificazione e senza un piano alternativo», l’innesco di una spirale che ha portato alla guerra attuale. Un conflitto che giudica «illegale, ingiusto e inutile», condotto nella convinzione, rivelatasi sbagliata, di poter vincere facilmente e in fretta. «Il risultato è che ci troviamo in uno stato né di guerra né di pace, con innumerevoli vittime», spiega a TPI. Ma un accordo è ancora possibile, vista la disponibilità di Trump a negoziare con gli iraniani. Tutto sta a capirne il costo. «Il prezzo lo pagano le persone comuni sotto forma di costi energetici più elevati, carenza di fertilizzanti e scarsità di cibo», aggiunge. «Tutto ciò è la prevedibile conseguenza di una guerra che non avrebbe mai dovuto essere combattuta».
    Gli Usa hanno attaccato l’Iran nel bel mezzo dei negoziati, poi Trump ha optato per la “diplomazia delle cannoniere”: un giorno tratta, il giorno dopo bombarda, quindi tratta di nuovo. Cosa rivela questo approccio sui reali obiettivi dell’amministrazione Trump?
    «Non sono sicuro che ci dica molto su cosa voglia l’amministrazione. Ci dice molto, invece, su cosa non sa. Gli obiettivi e gli approcci sembrano cambiare di settimana in settimana, di giorno in giorno, a volte di ora in ora. Ma c’è una domanda che gli storici dovranno porsi in futuro: quei negoziati sono mai stati seri, da parte americana? O sono stati architettati per cullare l’Iran in una falsa sensazione di sicurezza, preparare il terreno per l’azione militare e poi – indipendentemente da qualsiasi cosa sarebbe accaduta, salvo forse una resa totale di Teheran, che non sarebbe mai arrivata – trascinare la regione verso la guerra? Non ho una risposta a questa domanda. Credo che risieda più nel campo della psicologia e nell’analisi della mente del presidente Trump, che non in quello della politica».
    E dal punto di vista dell’Iran?
    «È facile immaginare cosa abbiano concluso. Hanno visto i colloqui come uno stratagemma, un inganno elaborato e questo rende ogni futuro negoziato più difficile, perché Teheran guarderà a qualsiasi iniziativa diplomatica con il sospetto che sia l’anticamera di un altro attacco. Non è necessario schierarsi con l’Iran per riconoscere una verità oggettiva: la decisione di Trump nel 2018 di ritirarsi unilateralmente dal JCPOA è stata un tradimento, sia della lettera che dello spirito dell’accordo, in un momento in cui l’Iran lo stava rispettando pienamente. Questa non è una mia valutazione, ma è ciò che affermavano l’AIEA e la stessa amministrazione Trump fino alla vigilia della decisione di ritirarsi. Non c’è dubbio che Teheran stesse rispettando l’accordo. Gli Stati Uniti invece, sotto la prima presidenza Trump, l’hanno violato e non è finita. Per ben due volte gli Usa sono stati impegnati in negoziati con l’Iran, nel giugno scorso e di nuovo a febbraio. In entrambe le occasioni, l’amministrazione Trump, nel bel mezzo dei colloqui e prima di dichiararne il fallimento, ha deciso non solo di sospenderli, ma di ordinare attacchi militari. Si è accumulata una serie di azioni intraprese dagli Stati Uniti che rendono quasi impossibile, dal punto di vista iraniano, andare avanti con i colloqui. A prescindere dalle divergenze sostanziali tra le parti, ciò rende ancora più difficile per gli iraniani fidarsi di qualsiasi dichiarazione o proposta provenga da questa amministrazione, il che aggrava ulteriormente un negoziato già estremamente complesso».
    Intanto Washington continua a spostare l’asticella: prima il cambio di regime a Teheran, poi il disarmo missilistico, quindi l’azzeramento totale dell’arricchimento dell’uranio. Cosa significa tutto questo per chi si siede al tavolo a negoziare?
    «È quasi impossibile trattare con una controparte che non sembra sapere cosa vuole, o che lo sa ma cambia idea in continuazione. Come puoi fidarti di quello che ti dice un negoziatore oggi, se non sai se il suo presidente la penserà ancora così domani mattina? Questo rende impossibile mettere nero su bianco qualsiasi accordo. Non è l’unica ragione per cui le distanze tra le parti sono enormi, ma è un fattore che ha complicato tutto ulteriormente e ha messo i mediatori in una situazione ingestibile. Non sto dicendo che gli iraniani non abbiano mai cambiato posizione, anzi. Ma quello che stiamo vedendo con questa amministrazione è di un’altra categoria».
    Ha negoziato il JCPOA nel 2015 per poi assistere al suo smantellamento. Ripensando a tutta questa vicenda – l’accordo, il ritiro di Trump, i negoziati falliti dell’era Biden e ora questa guerra – qual è stata la più grande opportunità sprecata, che avrebbe potuto evitare la catastrofe attuale?
    «La risposta è molto semplice: non uscire dall’accordo nel 2018 ma lavorare per rafforzarlo e ampliarlo. L’intesa ha avuto una vita brevissima, appena tre anni di applicazione effettiva. Ci vuole tempo per far maturare un accordo del genere, per capire dove può portare. Ma non è stata solo un’occasione perduta, è stato un errore strategico privo di qualsiasi giustificazione, compiuto senza avere alcun piano alternativo».
    Cosa è andato storto durante l’amministrazione Biden: perché il tentativo di riportare in vita l’accordo è naufragato?
    «Non è stato rinnovato perché né Biden né Khamenei lo consideravano davvero una priorità assoluta. Entrambi erano disposti a concludere un’intesa, ma erano ugualmente disposti a farne a meno. Per Biden, non era tra i primi obiettivi dell’agenda. Aveva un’altra lista di priorità, sia in politica estera che interna, ed era consapevole e preoccupato del costo politico di qualsiasi intesa. Dalla Rivoluzione del 1979, negli Stati Uniti c’è stata una profonda diffidenza nei confronti dell’Iran e grande riluttanza politica a raggiungere accordi con Teheran. Non era qualcosa in cui fosse disposto a investire – personalmente, politicamente o in termini di tempo – come aveva fatto il presidente Obama. Per il suo predecessore, questa era una delle tre grandi priorità della sua presidenza, tra politica interna ed estera. Per Biden, non sono sicuro che rientrasse nemmeno tra le prime dieci. Era anche consapevole delle obiezioni israeliane e questo lo rendeva molto meno determinato a ottenerlo».
    Neanche Teheran si è impegnata molto.
    «Khamenei era aperto a un’intesa che soddisfacesse i suoi obiettivi, ma non era pienamente soddisfatto di ciò che il JCPOA aveva prodotto. Dopo tre anni, la sua percezione era che le concessioni iraniane fossero state concrete e tangibili, mentre l’allentamento delle sanzioni promesso dagli americani si era rivelato assai più modesto del previsto. A questo si aggiungeva la sfiducia che qualsiasi accordo firmato con Biden sarebbe sopravvissuto al suo successore. Meglio allora, nella prospettiva di Teheran, puntare sull’espansione del programma nucleare come leva negoziale».
    Era una partita persa in partenza?
    «Ci sono stati alcuni errori tattici. L’amministrazione Biden si è mossa con i piedi di piombo all’inizio, convinta di poter sfruttare le sanzioni imposte da Trump come leva aggiuntiva. Le stesse che Biden, da candidato, aveva criticato ma che da presidente pensava di poter usare per strappare ulteriori concessioni. Nel frattempo in Iran si sono tenute le elezioni. Rouhani ha lasciato il posto a Raisi e la squadra negoziale iraniana ha iniziato a prendere tempo. Poi è arrivata l’invasione russa dell’Ucraina. Il petrolio scarseggiava, i prezzi salivano e Teheran si è convinta di essere in una posizione di forza. Il tempo perso nei primi mesi dell’amministrazione Biden si è rivelato un lusso che non ci si poteva permettere. Risultato? Entrambe le parti hanno sopravvalutato la voglia dell’altra di chiudere un accordo e sottovalutato il proprio bisogno di raggiungere un’intesa. Questo equivoco di fondo spiega bene come siamo arrivati fino ad oggi».
    Qual è stato il ruolo di Israele?
    «Se sotto Donald Trump gli Stati Uniti si sono rivelati inaffidabili, imprevedibili e instabili, Israele, al contrario, è stato costante, coerente e prevedibilissimo, prima ancora del 2015. Il governo israeliano si è opposto con ogni mezzo a qualsiasi accordo nucleare tra Washington e Teheran e non l’ha mai nascosto. Netanyahu si è presentato al Congresso nel bel mezzo dei negoziati tra l’Iran e il gruppo P5+1 per fare campagna contro l’intesa, un gesto senza precedenti nella storia diplomatica. Il premier israeliano non era stato invitato dall’amministrazione e il presidente Obama non era nemmeno stato informato. Fu il presidente repubblicano della Camera a chiedergli di rivolgersi ai parlamentari contro l’accordo. Da allora, l’opposizione israeliana non si è mai fermata. Non c’è nulla di misterioso in questo, Israele ha dichiarato la propria posizione a voce alta, fin dal primo giorno».
    È la guerra di Netanyahu?
    «Israele ha spinto Trump a uscire dall’accordo nel 2018. Si è opposto al tentativo di Biden di ripristinarlo nel 2021. Ha incoraggiato Trump a fare la guerra sia nel 2025 che nel 2026. C’è una linea retta, senza deviazioni. Ma anche se Netanyahu l’ha desiderata per decenni, questa non è la sua guerra. Volerla non significa poterla fare. È la guerra di Trump, un presidente che si è convinto, da solo o con l’aiuto di altri, che fosse la scelta giusta. La posizione israeliana, invece, è sempre stata chiara. Nessun accordo che offra all’Iran un sollievo economico senza pretendere in cambio un radicale cambiamento della sua politica regionale, il che in pratica significherebbe mutare la natura stessa del regime, sarà mai accettabile. È per questo che il JCPOA, per loro, era inaccettabile ed è per questo che qualsiasi accordo Trump potrà mai concludere, che sia un semplice congelamento dell’arricchimento dell’uranio per 15 o 20 anni, senza toccare i missili o il resto, incontrerebbe comunque l’opposizione di Israele. Certo, difficilmente sfiderebbero Trump in maniera aperta, ma sappiamo qual è la loro posizione. Nel triangolo tra Iran, Stati Uniti e Israele infatti, due attori su tre, Teheran e Tel Aviv, sono rimasti prevedibili nel tempo. L’elemento caotico, quello che ha zigzagato senza bussola, cambiando rotta quasi ogni ora sotto la presidenza Trump, sono gli Stati Uniti».
    In questo contesto, l’accordo del 2015 è ancora uno schema valido?
    «È ancora valido nei suoi pilastri fondamentali: limitazioni stringenti al programma nucleare iraniano e trasparenza rigorosa, in cambio dell’allentamento delle sanzioni. Questa equazione di base non cambia. Il DNA del JCPOA, la sua matematica essenziale, resta tremendamente attuale. Ma allo stesso tempo è anche diventato obsoleto e non solo per via della guerra. Nel tempo, soprattutto dopo il ritiro Usa del 2018, l’Iran ha fatto un balzo enorme nelle sue conoscenze nucleari: centrifughe più avanzate, ricerca accelerata, competenze ormai acquisite e irreversibili. L’AIEA invece ha perso ogni capacità di monitoraggio sul programma nucleare iraniano: non sa con certezza cosa esista ancora, cosa sia andato distrutto nei bombardamenti e cosa no. È un mondo molto diverso dal 2015. Eppure, se si arriverà a un accordo, la sua architettura assomiglierà inevitabilmente al JCPOA, anche se i dettagli saranno profondamente diversi».
    Come si costruisce qualcosa di più solido?
    «Servirebbe un consenso interno, ma sarebbe molto difficile ottenere un sostegno bipartisan per un accordo con l’Iran negli Stati Uniti, data la lunga storia di demonizzazione del regime di Teheran e la sua rappresentazione come incarnazione del male. L’unica eccezione sarebbe un cambio di regime, che forse era l’obiettivo originario di Trump, ma che è un’aspirazione straordinariamente pericolosa e quasi certamente irrealistica sul piano militare. Finché il regime sarà in piedi, il consenso bipartisan resterà un miraggio. Ma c’è un però».
    Quale?
    «Se un accordo venisse raggiunto durante il mandato di Trump, riuscirebbe più probabilmente a resistere alla tempesta politica, perché il presidente è considerato un esponente della linea dura sull’Iran. Chi oserebbe sfidarlo? Per questo, quando fu eletto, ritenevo avesse maggiori possibilità di raggiungere un’intesa rispetto a Biden. Gli iraniani avrebbero avuto maggiore fiducia nella solidità di un accordo raggiunto con lui, a prescindere dalle controversie politiche che avrebbe potuto generare. Trump sembrava anche politicamente meno vincolato e disposto a offrire maggiori concessioni e un allentamento delle sanzioni rispetto al suo predecessore».
    Quali sono le prospettive attuali?
    «Vedo due possibilità. Un accordo con l’Iran incentrato esclusivamente sul nucleare: fragile, ma politicamente più solido se firmato da Trump. Oppure un tentativo di intesa molto più ampia che affronti tutti gli altri aspetti della questione iraniana, il che richiederebbe tempi lunghi e sarebbe molto difficile da raggiungere».
    Cosa comporterebbe un accordo di ampio respiro?
    «Non solo l’Iran dovrebbe fare concessioni su alcuni aspetti della sua politica, ma anche gli Stati Uniti. Per questo il presidente Obama concluse che l’attenzione dovesse concentrarsi solo sulla questione nucleare: cercare di affrontare tutto il resto avrebbe richiesto troppo tempo, durante il quale l’Iran avrebbe continuato a sviluppare il suo programma nucleare. È difficile immaginare un’amministrazione statunitense disposta a negoziare simultaneamente la propria postura militare nella regione, quella dell’Iran, le relazioni con il Golfo e alcuni aspetti della politica nei confronti di Israele. Come si potrebbe chiedere infatti a Teheran di accettare limitazioni ai suoi arsenali o al suo sostegno ai partner regionali, senza includere Israele nell’equazione e obbligare Tel Aviv a restrizioni analoghe?».
    Più realistico allora concentrarsi solo sul nucleare.
    «Qualunque accordo si raggiunga, rischia di essere fragile. Potrebbe comunque essere il massimo ottenibile. Ma Trump ha ormai dimostrato di non avere né la volontà né la capacità di fare ciò che è necessario. Ha scelto, invece, la strada di una guerra illegale, ingiusta e inutile».
    E lo Stretto di Hormuz: come si esce da questo vicolo cieco?
    «La guerra non ha consegnato all’Iran il controllo dello Stretto di Hormuz: quel controllo era già lì, implicito, mai esercitato. Ha semplicemente fornito a Teheran sia il mezzo che, ai suoi occhi, la giustificazione morale per fare qualcosa che non aveva mai fatto: gestire, contingentare e bloccare il passaggio delle navi per ottenere concessioni. Dal punto di vista iraniano, una guerra illegale meritava una risposta simile. Ora sarà indispensabile trovare un’intesa, che a mio avviso richiederà tre condizioni necessarie. Primo, lo stop al blocco statunitense. Secondo, la fine della chiusura dello Stretto da parte dell’Iran. Terzo, il punto più delicato, un meccanismo su cui l’Iran insisterà per garantirsi una sorta di riparazione di guerra. Quello che colpisce di questo conflitto è che gli Stati Uniti credevano di poterlo vincere in fretta, con facilità. Invece si è trascinato, non è stato vinto, e ora il conto lo stanno pagando gli americani e il resto del mondo. Il risultato è che ci troviamo in uno stato né di guerra né di pace, con innumerevoli vittime. Il prezzo lo pagheranno le persone comuni sotto forma di costi energetici più elevati, carenza di fertilizzanti e scarsità di cibo. Tutto ciò è la prevedibile conseguenza di una guerra che non avrebbe mai dovuto essere combattuta».

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