Leggi TPI direttamente dalla nostra app: facile, veloce e senza pubblicità
Installa
Menu
  • Esteri
  • Home » Esteri

    L’Iran abbatte un drone Usa e due petroliere saltano sulle mine a Hormuz. Ma continua la mediazione di Qatar e Pakistan

    Mercantili fermi nelle acque dello Stretto di Hormuz, vicino a Khasab, nel nord dell’Oman. Credit: CHINE NOUVELLE/SIPA / AGF

    I Pasdaran rivendicano nuovi successi contro gli Stati Uniti, mentre il comandante dell’esercito pakistano è atteso oggi a Teheran. Netanyahu rilancia con Trump la promessa di chiudere i conti con la Repubblica islamica. Così si allunga l’ombra di una ripresa del conflitto dopo elezioni negli Usa e in Israele

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 20 Ott. 2026 alle 14:14

    Le Guardie della Rivoluzione islamica dell’Iran hanno annunciato di aver distrutto un altro drone americano MQ-9 Reaper e di aver colpito due petroliere nello stretto di Hormuz, dove gli incendi provocati da alcune mine a bordo di due navi non ancora identificate le avrebbero costrette a fermarsi. A quasi otto mesi dallo scoppio della guerra contro Teheran, scatenata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele, resta aperta la partita nel braccio di mare che la Repubblica islamica ha chiuso per rappresaglia e che Washington vuole riaprire. Attorno a questo stallo si muove la diplomazia e l’economia internazionale.
    Sul fronte diplomatico, infatti, il maresciallo pakistano Asim Munir, comandante delle forze armate di Islamabad, è arrivato oggi nella capitale iraniana, che ieri aveva accolto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, mentre il Qatar assicura che il negoziato con Washington prosegue. Intanto, una settimana prima delle elezioni del 27 ottobre, il premier di Israele Benjamin Netanyahu rilancia con Donald Trump la promessa di chiudere i conti con l’Iran.

    Il bilancio degli ultimi scontri
    Le operazioni militari nel cruciale passaggio marittimo dello Stretto di Hormuz confermano la persistenza dello scontro aereo e navale. Nella serata di ieri, secondo una nota diffusa dai Pasdaran, citata dall’agenzia di stampa iraniana Fars, la contraerea delle Guardie rivoluzionarie ha abbattuto un drone MQ-9 dell’esercito statunitense, il 54esimo colpito dall’Iran dall’inizio del conflitto. La rivendicazione non è stata confermata dal Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom), ma il drone abbattuto ieri sarebbe solo l’ultimo di una lunga serie. Dall’inizio delle ostilità con l’Iran, secondo un rapporto pubblicato a settembre dall’Ufficio di Bilancio del Congresso statunitense, gli Usa hanno perso almeno 24 droni MQ-9 Reaper, due velivoli MQ-1 e un MQ-4C Triton, segnando perdite economiche superiori agli 800 milioni di dollari.
    Le petroliere bersagliate oggi, invece, avrebbero cercato di attraversare lo Stretto senza il permesso iraniano, seguendo una rotta meridionale benedetta dall’amministrazione Trump ma non riconosciuta da Teheran, finendo così per colpire alcune mine posate dalle stesse Guardie della Rivoluzione islamica e costringendo le imbarcazioni a fermarsi per i roghi a bordo. Anche in questo caso, la rivendicazione iraniana non è stata confermata da fonti indipendenti. L’agenzia britannica Ukmto ha però ricevuto la segnalazione di un incidente che ha coinvolto una petroliera e alcune forze militari non identificate, a circa 121 miglia nautiche (circa 224 chilometri) a est di Duqm, in Oman. “Le segnalazioni indicano che la petroliera è stata coinvolta in un’interazione nell’ambito di attività militari in corso nella regione”, denuncia l’agenzia britannica, senza fornire ulteriori dettagli, se non che le autorità competenti sono state informate dell’accaduto.
    Da mesi l’Iran prende regolarmente di mira i mercantili in transito, sfidando apertamente le dichiarazioni dell’amministrazione statunitense secondo cui le rotte commerciali sarebbero del tutto sicure e sotto il controllo militare americano. Appena alla fine di agosto, lo stesso presidente Donald Trump aveva dichiarato lo Stretto completamente libero dalle mine, un’affermazione confermata anche dal Pentagono. Dal canto suo, intanto, la Marina militare degli Stati Uniti continua a colpire le imbarcazioni della regione nell’ambito del proprio blocco navale imposto ai porti iraniani e ai vascelli associati.
    Fino a poche settimane fa le petroliere in uscita dal Golfo sotto scorta americana erano sempre più numerose. Negli ultimi giorni però gli attacchi sono ripresi. Prima della guerra il passaggio era libero e non richiedeva autorizzazioni, oggi invece la Repubblica islamica invoca ragioni di sicurezza e di sovranità su una rotta da cui transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale.

    La mediazione del Qatar e del Pakistan
    Tuttavia, nonostante lo scenario incandescente e le ripetute dichiarazioni di Trump sulla possibile ripresa di attacchi di larga scala dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, la diplomazia non è morta. “Il negoziato è in corso. Vediamo un impegno da parte dei contendenti”, ha detto oggi il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, intervenendo al Global Security Forum di Doha. Pur non avendo chiarito se ci siano stati contatti diretti recenti tra funzionari iraniani e statunitensi o se tutto passi dai mediatori, Al-Ansari a parlato di discussioni con i partner regionali e della possibilità di un accordo, avvertendo però che le condizioni sul terreno complicano sempre di più la situazione. “Un’escalation non controllata potrebbe farci scivolare verso una guerra che si estenderà oltre i confini della nostra regione”, ha ammonito il consigliere del primo ministro Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani.
    A muoversi sul fronte della mediazione però c’è anche il Pakistan, il cui capo dell’esercito, il maresciallo Assim Munir, è atterrato oggi a Teheran, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, che non ha però specificato il motivo della visita. Verosimilmente, durante i suoi incontri con “funzionari iraniani”, la missione diplomatica del generale punterà a sciogliere i nodi tra le parti, ancora arroccate sulle rispettive posizioni, soprattutto per quanto riguarda la riapertura dello Stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni contro la Repubblica islamica, dopo il fallimento del memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno da Washington e Teheran e naufragato dopo appena venti giorni.

    L’ombra della ripresa del conflitto
    Gli Stati Uniti non colpiscono l’Iran dall’inizio di settembre, ma la minaccia pesa sulla vita quotidiana. “Viviamo con questa eventualità giorno e notte, e non possiamo escluderla nemmeno mentre parliamo”, ha detto oggi in conferenza stampa il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei.
    D’altra parte, l’arrivo di Munir a Teheran segue un’altra visita diplomatica, avvenuta ieri nella capitale iraniana, la prima dall’inizio della guerra, da parte del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, che ha incontrato il presidente Massoud Pezeshkian. Prima di atterrare a Teheran, il ministro russo aveva annunciato di voler “impedire il ritorno a una guerra su larga scala”, mentre all’inizio del mese il suo presidente Vladimir Putin aveva offerto a Pezeshkian l’aiuto di Mosca. Non a caso, ieri, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha voluto sottolineare i forti legami tra la Repubblica islamica e il Cremlino, attribuendo agli Stati Uniti la responsabilità dell’attuale “insicurezza” nello Stretto di Hormuz. “La guerra imposta dagli Stati Uniti e dal regime sionista, insieme al blocco economico, è la principale fonte di insicurezza nella nostra regione”, ha detto ieri Araghchi al fianco di Lavrov, prima di rincarare la dose oggi sui social. “Mai nella nostra storia Iran e Russia hanno collaborato così strettamente”, ha scritto sui suoi profili, smentendo le dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui la Russia avrebbe azzerato i rapporti con l’Iran.
    Non a caso, nel colloquio di ieri tra Araghchi e Lavrov, si è parlato di Libano, Palestina, Ucraina e Yemen, oltre che di cooperazione economica e nucleare. Entrambi i Paesi sono tra i più sanzionati al mondo e, divisi solo dal mar Caspio, hanno rafforzato la partnership militare ed economica dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

    Le manovre politiche in Israele e negli Usa
    Sul versante israeliano, come su quello statunitense, la questione iraniana è ormai diventata materia elettorale a una settimana dal voto del 27 ottobre. Ieri, il primo ministro Netanyahu ha pubblicato sui social un video di una telefonata con Trump, la cui voce si sente in vivavoce, un giorno dopo l’appoggio senza precedenti del presidente alla sua rielezione. “Penso che avrai una vittoria strepitosa, davvero”, ha detto il magnate repubblicano. Sei l’uomo che voglio al mio fianco, Bibi”. Il premier israeliano ha poi ringraziato l’inquilino della Casa bianca per aver attaccato l’Iran insieme a Israele a fine febbraio, definendolo “di gran lunga il più grande amico che Israele abbia mai avuto”. “Donald, abbiamo un lavoro da finire. Lo finiremo insieme. Lo finiremo, e nessun altro lo farà”, ha poi concluso Netanyahu, senza altre chiose, ripetendo però che la Repubblica islamica, ancora al potere a quasi otto mesi dall’attacco, resta “il più grande pericolo” per Israele e gli Usa.
    D’altronde, ieri, secondo quanto riportato dal portale statunitense Axios e dal quotidiano israeliano Yedioth Aharonoth, il primo ministro avrebbe incontrato anche il segretario Usa alla Difesa, Pete Hegseth, presso la base aerea di Ovda, nel sud di Israele. Sebbene il Pentagono abbia rifiutato di confermare e smentire l’incontro, in giornata lo stesso Hegseth ha poi rivelato sui social una missione non annunciata, senza indicare dove. “È stato un onore visitare oggi i nostri combattenti del Comando centrale delle forze armate statunitensi (Centcom)”, ha scritto. “Il meglio del nostro Paese, in una missione storica. Che Dio vi assista”.
    Chi non sembra della partita è invece il vicepresidente Usa, JD Vance, che ha pubblicamente preso le distanze da Netanyahu. Io appoggio candidati americani, e il mio impegno è per le elezioni di metà mandato”, ha detto al portale 2WAY. “Non sono contrario a sostenerlo, ma non sono nemmeno a favore, non mi immischio nelle elezioni israeliane”, ha aggiunto, dimenticando che all’inizio dell’anno era volato a Budapest per sostenere il premier ungherese uscente, Viktor Orbán.
    Il voto in Israele sarà il primo dopo gli attentati di Hamas del 7 ottobre 2023, e Netanyahu, criticato dagli oppositori per le falle di sicurezza e per le conseguenze internazionali della guerra a Gaza, in Libano e in Iran, punta tutto sul rapporto con Washington, un legame fatto però di alti e bassi. Trump, alle prese con l’impopolarità della guerra che ha fatto salire i prezzi dei carburanti anche negli Stati Uniti, già ad aprile aveva concluso un primo cessate il fuoco con Teheran, scagliandosi più volte contro l’alleato, accusandolo di voler sabotare i negoziati con i bombardamenti sul Libano. Ad agosto, poi, Netanyahu aveva respinto, come chiedevano i suoi alleati di estrema destra, la tabella di marcia statunitense per il ritiro da Gaza, mentre la Casa bianca ha escluso nuovi attacchi contro Teheran prima delle elezioni di metà mandato, previste il 3 novembre.

    Il fronte libanese
    Intanto la guerra ha un secondo fronte in Libano, dove Israele mantiene un’occupazione parziale del territorio. Qui la situazione resta incandescente, segnata da pesanti accuse reciproche e da scontri quotidiani nel sud del Paese dei Cedri. Oggi la portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Ella Waweya, ha annunciato di possedere “prove fotografiche” che dimostrano come i combattenti di Hezbollah continuino a “circolare liberamente” e a “spostare armi” nelle zone affidate dall’Idf all’esercito di Beirut in base agli accordi per il cessate il fuoco. Sui social, l’esercito di Tel Aviv ha puntato il dito contro le forze armate di Beirut, accusandole di aver fallito la missione. Il video allegato, girato secondo l’Idf nella zona di Kafra, non è stato per ora geolocalizzato né datato in maniera indipendente. Ma la portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano ha parlato di un “grande divario” tra gli annunci dei militari libanesi, che nel 2025 dicevano di aver disarmato i miliziani in gran parte della zona a sud del fiume Litani, e la realtà. Tutto ciò, sostiene Israele, ha permesso al movimento sciita di “riarmarsi, consolidare la propria presenza e costruire una rete sotterranea”.
    Le accuse arrivano proprio oggi, quando sono previsti nuovi colloqui a Tampa, in Florida, tra le delegazioni libanese e israeliana in merito alle questioni di sicurezza relative all’accordo quadro firmato da Tel Aviv e Beirut con la mediazione statunitense. I negoziati diretti erano iniziati ad aprile e a giugno avevano portato a un’intesa che prevede un ritiro graduale degli israeliani dal Libano meridionale, un accordo la cui attuazione è attualmente congelata, visto che dal mese di agosto non ci sono stati nuovi contatti tra le parti.

    Leggi l'articolo originale su TPI.it
    Mostra tutto
    Exit mobile version