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    L’Iran respinge i negoziati con gli Usa mediati da Qatar e Pakistan e Netanyahu preme per nuovi attacchi: si avvicina una nuova escalation

    Donne affiliate alle Guardie della Rivoluzione islamica in Iran durante una parata militare a Teheran il 18 settembre 2026. Credit: Sobhan Farajvan/PACIFIC PRESS/SIPA / AGF

    Le delegazioni inviate da Doha e da Islamabad a Teheran sono rientrate senza ulteriori progressi. Intanto il governo di Israele pianifica nuovi raid contro la Repubblica islamica, congelati per la contrarietà dell'amministrazione degli Stati Uniti, che però continua a inviare truppe nella regione

    Di Andrea Lanzetta
    Pubblicato il 21 Ott. 2026 alle 10:02 Aggiornato il 21 Ott. 2026 alle 11:43

    L’Iran si sta preparando a una potenziale “quarta guerra” con gli Stati Uniti, mentre ieri Teheran ha rimandato a casa le delegazioni inviate dal Qatar e dal Pakistan per mediare nuovi accordi che scongiurino un’ulteriore escalation nel conflitto scatenato il 28 febbraio scorso dagli Usa e da Israele, che da parte sua preme su Washington per attaccare di nuovo la Repubblica islamica.
    Tel Aviv avrebbe addirittura pianificato una campagna di bombardamenti su vasta scala contro l’Iran, congelata per la contrarietà dell’amministrazione statunitense, che sta però continuando a inviare truppe nella regione. I contatti diplomatici comunque proseguono, anche se le trattative si muovono su un terreno estremamente scivoloso, segnato dal fallimento dei precedenti cicli di colloqui sul nucleare e dal timore concreto di una ripresa su larga scala delle operazioni militari, acuito dai recenti sviluppi marittimi ed energetici nel Golfo.

    Trattative fallite
    La posizione dell’Iran appare particolarmente rigida e determinata a non cedere alle pressioni. Durante un incontro avvenuto ieri a Teheran con il comandante dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran resta aperta al dialogo ma pretende che Washington revochi preventivamente minacce e sanzioni contro la Repubblica islamica. Sulla stessa linea si è collocato il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, Mohsen Rezaei, ribadendo prima alla tv pubblica Irib e poi sui social che “non un solo grammo di uranio arricchito sarà rimosso dall’Iran” e che “non ci saranno negoziati finché gli Stati Uniti non prenderanno provvedimenti per ricostruire la fiducia tra le parti”, aggiungendo che il processo deve iniziare con “la piena adesione alle condizioni” poste da Teheran. Da parte sua, anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha comunicato al generale pakistano Asim Munir che la Repubblica islamica “non ha nulla di nuovo da dire a Washington” e che la controparte non potrà guadagnare la fiducia iraniana se non applicando le condizioni presenti nel memorandum di Islamabad firmato il 17 giugno scorso a distanza da Trump e Pezeshkian e violato meno di 20 giorni dopo da entrambe le parti.
    La rottura dei negoziati ha trovato conferma nella rapida partenza delle delegazioni inviate ieri a Teheran dal Qatar e dal Pakistan. In assenza di progressi, la rappresentanza di Doha ha lasciato la capitale iraniana dopo appena trenta minuti, mentre lo stesso generale Asim Munir è ripartito subito dopo aver incontrato brevemente Ghalibaf. Per tentare di sbloccare l’impasse, Qatar e Pakistan avevano avanzato una proposta di compromesso, secondo quanto riportato dalla testata Al-Araby Al-Jadeed e approvata da Washington, che prevedeva il versamento dei soli interessi derivanti da sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in banche qatariote in cambio di una visita segreta dell’Aiea nei siti nucleari, una proposta che tuttavia non ha sortito gli effetti sperati e che è stata respinta al mittente da Teheran.
    Malgrado tutto, però, come ribadito ieri in conferenza stampa dal portavoce del ministero degli Esteri qatariota, Ibrahim bin Sultan Al-Hashmi, il dialogo tra Washington e Teheran prosegue, anche se in un clima di forte tensione. “La rassegnazione è inaccettabile. In qualità di mediatori, non possiamo arrivare al punto di ritenere che una soluzione militare sia l’unica possibilità. Dobbiamo tenere a mente che una soluzione pacifica, raggiunta al tavolo dei negoziati, è possibile”, ha detto alla stampa Al-Hashmi. “È l’unica via in grado di preservare la regione e la sua stabilità, e dobbiamo impegnarci al massimo per perseguirla”.

    Emergenza nello Stretto di Hormuz
    Parallelamente allo stallo diplomatico, infatti, la situazione nello Stretto di Hormuz continua a precipitare. La Marina delle Guardie della Rivoluzione islamica in Iran ha fatto sapere ieri in una nota che una superpetroliera è esplosa mentre cercava di attraversare il tratto di mare lungo una rotta interdetta da Teheran, dopo aver urtato una mina navale nelle acque a sud dello Stretto, portando a tre il numero complessivo delle navi colpite nelle ultime ore. Il terzo cargo, secondo quanto precisato dalle Guardie della Rivoluzione tramite il portale Sepah News, trasportava due milioni di barili di greggio e aveva disattivato i sistemi radar e di navigazione prima dell’impatto. I Pasdaran hanno lanciato un avvertimento a tutte le imbarcazioni che percorrono rotte non autorizzate dalla Repubblica islamica, minacciando risposte “decise”.
    Appena alla fine di agosto, Trump aveva dichiarato lo Stretto completamente libero dalle mine, un’affermazione poi confermata anche dal Pentagono. Dal canto suo, intanto, la Marina militare degli Stati Uniti continua a colpire le imbarcazioni della regione nell’ambito del blocco navale imposto ai porti iraniani e ai vascelli associati.
    Fino a poche settimane fa le petroliere in uscita dal Golfo sotto scorta americana erano sempre più numerose. Negli ultimi giorni però gli attacchi sono ripresi. Prima della guerra il passaggio era libero e non richiedeva autorizzazioni, oggi invece la Repubblica islamica invoca ragioni di sicurezza e di sovranità su una rotta da cui transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale.

    Strategie elettorali
    Ma dietro la crescente pressione militare si celano calcoli politici legati alle scadenze elettorali negli Stati Uniti e in Israele. L’esercito di Tel Aviv, secondo quanto rivelato dal Financial Times, aveva pianificato una campagna di bombardamenti su vasta scala contro obiettivi militari, nucleari, energetici e governativi in Iran, un’operazione bloccata però dal presidente degli Usa Donald Trump per evitare un’escalation prima delle elezioni di metà mandato previste il 3 novembre prossimo. Lo stesso magnate repubblicano ha pubblicamente ribadito più volte che il conflitto potrebbe chiudersi dopo il voto. Non a caso, dall’inizio di settembre gli Usa non hanno più effettuato raid contro l’Iran. Da parte sua, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha incassato l’appoggio dell’inquilino della Casa bianca per la sua campagna elettorale, continua a premere su Washington per rovesciare il regime di Teheran. “Ogni città americana potrebbe essere colpita da questi fanatici”, ha dichiarato ieri all’emittente Channel4, affermando che il presidente degli Usa comprende perfettamente “la necessità” di rimuovere tale minaccia.
    A confermare il clima di mobilitazione, negli scorsi giorni il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha compiuto una visita segreta in Israele, dove ha incontrato proprio il premier Netanyahu. Intanto, secondo l’emittente Fox News, il Pentagono ha deciso di inviare una terza portaerei nella regione, il gruppo d’attacco della USS Theodore Roosevelt insieme alla tredicesima unità di spedizione dei Marines, per un totale di circa diecimila uomini, che entro la fine di novembre andrà a unirsi alla USS George H.W. Bush e alla USS George Washington già schierate nel Mar Arabico.
    Di fronte a questo scenario, una serie di alti funzionari iraniani e fonti riservate citate in via anonima dall’agenzia di stampa britannica Reuters hanno rivelato che Teheran ha deliberatamente prolungato i colloqui per indebolire politicamente Trump, i cui indici di gradimento sono crollati a causa dell’aumento dei prezzi della benzina negli Stati Uniti, convinta che la Casa bianca stia comunque preparando nuovi attacchi. Motivo per cui la Repubblica islamica non vuole farsi trovare impreparata. Non a caso, intervenendo in audizione in Parlamento, il 19 ottobre il ministro della Difesa iraniano Mehrdad Aharaki ha dichiarato che l’Iran si sta preparando a una potenziale “quarta guerra” con gli Usa. Le capacità del Paese, ha minacciato, sono state ulteriormente sviluppate e rafforzate e qualsiasi nuovo errore di valutazione da parte statunitense provocherebbe una risposta su vasta scala da parte dell’Iran. Insomma, la pace è tutt’altro che vicina.

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