Quando la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt ha annunciato, trionfalmente, che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ottenuto la riapertura dello Stretto di Hormuz grazie al cessate il fuoco raggiunto nella notte con l’Iran, chiunque abbia seguito lo sviluppo della guerra scatenata illegalmente da Washington e da Israele il 28 febbraio scorso contro la Repubblica islamica si sarà chiesto a cosa sia servito questo spargimento di sangue.
Tecnicamente Leavitt ha ragione. All’inizio del conflitto, la Marina militare statunitense aveva ordinato alle navi in transito nello Stretto di tenersi ad almeno 30 miglia nautiche (circa 55,5 chilometri) dalle sue unità per evitare di essere “scambiate per una minaccia”. Un avviso che, diramato in un corridoio marittimo lungo circa 90 miglia nautiche (quasi 167 km) e largo non meno di 24 e non più di 52 (tra i 44 e i 96 km), aveva di fatto impedito la navigazione. Tuttavia, con il passare delle settimane e l’aumento vertiginoso dei prezzi degli idrocarburi, era stato l’Iran a minacciare e colpire navi petroliere, gasiere, portacontainer e porti dell’area, bloccando Hormuz e facendo passare soltanto chi rispettava le condizioni di Teheran. Ora, con la tregua di due settimane annunciata nella notte italiana da Trump, la Repubblica islamica ha riaperto lo Stretto e tutto questo viene presentato come una vittoria dalla Casa bianca.
La realtà però è che, al termine di quaranta giorni di guerra costati agli Stati Uniti almeno 28 miliardi di dollari, non solo il regime di Teheran è ancora in piedi, nonostante gli omicidi politici perpetrati da Washington e Israele, ma lo Stretto, dove prima la navigazione era libera, è ormai in mano all’Iran, che pretende anche di imporre un pedaggio e spera nell’alleggerimento delle sanzioni.
L’obiettivo mai raggiunto
Il primo e più imbarazzante fallimento dell’amministrazione Trump riguarda un obiettivo che, malgrado non fosse stato inizialmente dichiarato, è stato poi dato per raggiunto, ossia il crollo del regime di Teheran. Più volte il presidente degli Stati Uniti ha affermato che, grazie ai raid dell’ultimo mese, ora in Iran governano figure “nuove” e più “ragionevoli”. Eppure, nonostante i bombardamenti e le perdite in termini di leadership militare, religiosa e politica, la Repubblica islamica ha tenuto, eleggendo persino a Guida suprema il figlio dell’ayatollah ucciso Ali Khamenei, Mojtaba, considerato “inadeguato” dalla Casa bianca.
Inoltre i raid aerei e le devastazioni umane ed economiche non hanno provocato rivolte o grandi sollevazioni contro il regime, che prima dell’attacco aveva già proceduto a reprimere nel sangue le manifestazioni anti-governative. La percezione di aver sconfitto o perlomeno fermato il più grande apparato militare mondiale, appannaggio degli Usa, e la principale potenza regionale, Israele, rischia infatti di mantenere in vita ancora un governo, che non sembra affatto al collasso. Anzi, la sua struttura di comando e controllo ha dimostrato di poter funzionare fino all’ultimo giorno di combattimenti e la nuova leadership emersa dalla guerra sembra, se possibile, ancora più intransigente di prima, essendo riuscita a superare tutti gli ultimatum della Casa bianca senza significative concessioni.
L’idea, coltivata a Washington più che a Tel Aviv, che i bombardamenti avrebbero scatenato una rivolta popolare capace di rovesciare la Repubblica islamica si è rivelata, per usare un eufemismo, ottimistica. Teheran ha perso centinaia di leader e comandanti militari, migliaia di missili e dovrà fronteggiare i danni materiali e umani del conflitto ma – qui sta il paradosso – se anche domani gli iraniani scendessero in piazza in massa, il regime avrebbe ancora la capacità di reprimere qualsiasi protesta con la forza. Se poi, come previsto a vario titolo sia dalle proposte di pace degli Stati Uniti che da quelle di Teheran, Washington accettasse di alleggerire le sanzioni nel corso dei negoziati, la Repubblica islamica otterrebbe un successo insperato. D’altra parte, sui social, il presidente Usa parla già di “discutere con l’Iran di una riduzione dei dazi e delle sanzioni”. Comunque vada a finire, i colloqui non potranno far altro che legittimare il regime.
La vera partita irrisolta
La questione più delicata però riguarda il programma nucleare dell’Iran, che con questa guerra Stati Uniti e Israele si proponevano di archiviare per sempre. Il piano presentato dall’Iran come base per i negoziati previsti venerdì 10 aprile a Islamabad, in Pakistan, definito “una buona base di partenza” da Donald Trump, prevede al primo punto il riconoscimento del diritto iraniano ad arricchire l’uranio, una richiesta che aveva fatto naufragare i colloqui prima del conflitto.
Washington aveva definito questo punto non negoziabile, Teheran invece non ha mai rinunciato a tale richiesta e dopo quaranta giorni di guerra e migliaia di morti siamo punto e da capo. I raid aerei di Usa e Israele hanno danneggiato, anche significativamente, centrali, impianti di ricerca, centrifughe e altri siti nucleari in Iran, ma senza un accordo è solo questione di tempo perché la Repubblica islamica riprenda le proprie attività.
Inoltre, a quanto è dato sapere, gli oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, non lontano dal 90% necessario a un ordigno atomico, sono ancora sepolti in uno degli impianti colpiti a giugno dagli Usa durante la cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, dunque potenzialmente nelle disponibilità di Teheran. Sui social Trump ha fatto sapere che Usa e Iran collaboreranno al recupero del materiale radioattivo e il segretario alla Difesa Pete Hegseth afferma che l’uranio sarà consegnato alla Casa bianca, che in caso contrario lo “confischerà”. Ma dal regime non arrivano conferme.
Intanto però, con l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, non è più nemmeno vincolante la fatwa con cui la Guida suprema della rivoluzione islamica aveva vietato nel 2003 lo sviluppo di armi atomiche. La questione tornerà al centro dei negoziati in Pakistan, che dovranno ricominciare da dove le parti si erano lasciate a Ginevra, con l’ulteriore necessità di ricostruire la fiducia reciproca.
La perdita più grave
Poi c’è la questione di Hormuz, dove la narrazione della vittoria statunitense si fa davvero difficile da sostenere. Prima della guerra, lo Stretto era aperto alla navigazione e vi passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati a livello mondiale. Durante il conflitto però, l’Iran ha chiuso selettivamente questo corridoio marittimo, sfruttandolo come leva politica ed economica a livello globale. Così i prezzi degli idrocarburi e i premi delle assicurazioni marittime sono schizzati alle stelle e il commercio mondiale ha pagato un prezzo enorme. Alla fine, nel quadro del cessate il fuoco, Teheran ha acconsentito a riaprire il transito ma in cambio di cosa? Secondo la nota diramata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, rilanciata da Trump sui social, la Repubblica islamica avrebbe rispettato la tregua e riaperto lo Stretto a condizione che le navi in transito operassero “in coordinamento con le forze armate iraniane”, una formulazione che lascia a Teheran il controllo di Hormuz, anche se la Casa bianca si è affrettata a far sapere che gli Usa “aiuteranno a gestire il traffico”. Non si sa come, ma di certo non sarà più Washington il solo garante della libera navigazione nell’area.
Teheran inoltre vorrebbe negoziare con i dirimpettai dell’Oman un meccanismo che preveda il pagamento di un pedaggio per le navi che attraversano lo Stretto, un sistema che se venisse formalizzato riconoscerebbe di fatto la sovranità iraniana su Hormuz, in violazione del diritto internazionale. Intanto il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale (Imo), Arsenio Dominguez, ha annunciato di essere già al lavoro per “un meccanismo appropriato che garantisca il transito sicuro delle navi” nello Stretto. Nessuno sa ancora cosa significhi, tanto che le grandi compagnie di navigazione come Maersk non si fidano. “Il cessate il fuoco potrebbe creare opportunità di transito, ma non offre ancora la piena certezza marittima”, ha dichiarato in una nota il colosso danese. Tradotto: aspettiamo e vediamo, prima di rimettere le nostre navi in quelle acque. Una cautela comprensibile, che però non aiuterà a velocizzare la ripresa degli scambi.
Il conto da pagare
Ma se il regime iraniano è ancora in piedi, è capace di colpire i Paesi vicini e persino di sviluppare armi balistiche e forse atomiche, avendo anche ottenuto il controllo di uno dei più importanti stretti marittimi del mondo, dall’altra parte le perdite sono significative. Senza contare i 13 soldati americani rimasti uccisi e gli almeno 300 feriti, questa guerra, come ha spiegato alla radio pubblica statunitense Npr l’ex colonnello dei Marines Mark Cancian, è costata almeno 28 miliardi di dollari ai contribuenti americani, di cui 11,3 spesi solo nella prima settimana. Una cifra che, secondo i calcoli del portale statunitense Iran War Cost Tracker basati sulle stime del Pentagono, ha superato i 44 miliardi. Sul fronte militare poi, il conflitto ha consumato risorse che gli Usa impiegheranno anni a ricostituire: al Pentagono potrebbero essere infatti rimaste scorte per sole quattro o cinque settimane di razzi intercettori THAAD e SM-3 e di missili Patriot PAC-3. Come ha osservato Cancian però, i costi non graveranno subito sul bilancio federale ma verranno saldati con ulteriore debito. “Abbiamo deciso di spendere oggi e lasciare il conto ai nostri figli e nipoti”, ha spiegato l’ex colonnello e attuale consulente presso il Center for Strategic and International Studies (Csis). Andando così ad aggravare un altro problema che Donald Trump aveva promesso di affrontare durante la sua ultima campagna presidenziale.
La vittoria di chi?
Quando il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha parlato di “grande vittoria” e “storica sconfitta del nemico”, in molti hanno liquidato tale dichiarazione come pura propaganda, e forse lo è anche. Ma a guardare i fatti, con il regime di Teheran ancora in piedi, il nucleare tuttora sul tavolo, Hormuz sotto controllo iraniano e l’alleggerimento delle sanzioni in discussione, è difficile sostenere che abbiano del tutto torto.
Donald Trump ha ottenuto la riapertura formale dello Stretto, che spingerà inevitabilmente al ribasso i prezzi degli idrocarburi e ha evitato un’escalation, che lui stesso stava alimentando. Ma questo epilogo non somiglia affatto a una vittoria, considerando che soltanto un mese fa il presidente Usa pretendeva la “resa incondizionata” di Teheran. Senza contare l’ulteriore peggioramento dei rapporti con gli alleati della Nato, dopo l’affaire Groenlandia.
Chi invece rischia di pagare il prezzo più alto di tutti è Israele. Dopo aver passato gli ultimi due anni e mezzo a cercare di smantellare la rete di alleanze dell’Iran da Gaza, al Libano, alla Siria, all’Iraq, allo Yemen, l’obiettivo di Tel Aviv era ridurre il più possibile la potenza di Teheran nella regione. Un proposito ancora non del tutto raggiunto, considerando che per lo Stato ebraico la tregua annunciata nella notte non si applica a Hezbollah. Ma il vero problema per Israele è un altro.
Nell’ultimo mese negli Stati Uniti si è consolidata una narrativa, alimentata da settori dell’establishment militare e politico vicini al presidente Donald Trump, secondo cui il premier Benjamin Netanyahu avrebbe trascinato Washington in una guerra inutile, vendendo per sostenibili promesse che non poteva mantenere: abbattere il regime, smantellarne il programma nucleare, cambiare la storia della regione. Non è andata così e ora arriva il conto. Il sostegno pubblico americano a Israele, già ai minimi storici, rischia infatti di calare ulteriormente e questo, più di qualsiasi accordo diplomatico, potrebbe mutare i rapporti di forza nell’area per gli anni a venire.