Gli Stati Uniti si considerano ancora vincolati agli obblighi assunti nel quadro del memorandum d’intesa firmato con l’Iran, nonostante Donald Trump consideri “finito” il cessate il fuoco con Teheran, dopo gli attacchi lanciati dalla Repubblica islamica contro alcune navi in transito nello Stretto di Hormuz e contro i Paesi limitrofi alleati di Washington. Malgrado gli ultimi giorni di attacchi incrociati e le dichiarazioni del presidente Usa, i colloqui continuano. La conferma è arrivata direttamente in una nota diramata dalla Casa bianca, citata dalle agenzie di stampa Reuters e Bloomberg, secondo cui “i colloqui tecnici continuano” e “gli Stati Uniti restano impegnati a trovare una soluzione”.
“Il presidente Trump ha espresso la sua opinione in modo molto chiaro e inequivocabile”, ha riconosciuto la Casa bianca, definendo “atti di terrorismo” gli attacchi compiuti dall’Iran contro le navi in transito nello Street di Hormuz. “Il protocollo d’intesa è basato sui risultati e le azioni dell’Iran costituiscono un fallimento di livello inaccettabile”, ha fatto sapere l’amministrazione Usa, secondo cui Washington resta impegnata ad attenersi ai termini degli accordi, a condizione che anche l’altra parte faccia lo stesso.
Un’escalation congelata?
Il memorandum d’intesa firmato il 17 giugno scorso con Teheran prevedeva infatti la riapertura dello Stretto alla navigazione, senza pedaggi, per 60 giorni, mentre Washington e Teheran lavoravano per raggiungere un accordo entro metà agosto. Ma la Repubblica islamica sostiene di avere comunque il diritto di coordinare il traffico marittimo nella zona.
Tra il 6 e il 7 luglio, almeno tre navi cargo, tra cui una gasiera proveniente dal Qatar e una petroliera saudita, erano state attaccate dalle forze iraniane nello Stretto dopo aver “ignorato le disposizioni” per il transito impartite dalla Repubblica islamica. I raid avevano scatenato la reazione degli Stati Uniti, che avevano considerato l’azione una chiara violazione del cessate il fuoco. Quasi 20 persone erano rimaste uccise e un’ottantina erano state ferite in Iran nei due giorni di bombardamenti condotti tra l’8 e il 9 luglio dagli Stati Uniti nel sud del Paese. Teheran aveva reagito colpendo diverse installazioni militari statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar e Giordania. Anche questa notte, secondo indiscrezioni rivelate da vari funzionari statunitensi all’emittente Cnn, gli Usa erano pronti a sferrare nuovi attacchi contro la Repubblica islamica, poi rinviati per lasciare spazio alla diplomazia. Il Pentagono e il Comando centrale delle forze armate Usa (Centcom) non hanno infatti confermato attacchi contro l’Iran nella notte e anche Teheran si è astenuta dai raid contro i vicini regionali.
La diplomazia dietro le quinte
Nonostante la ripresa degli attacchi tra le due parti e la dichiarazione di Trump, secondo fonti citate dalla Cnn, i colloqui tra i negoziatori non si sono mai conclusi. Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, secondo quanto rivelato dal portale statunitense Axios, stanno infatti cercando di allentare le tensioni. “Sono in corso ampi sforzi diplomatici per raggiungere innanzitutto un accordo con entrambe le parti sulla de-escalation e poi fissare una data per un altro ciclo di negoziati tra le delegazioni dei tecnici”, ha fatto sapere al portale una fonte coinvolta nelle trattative. Secondo Axios, i mediatori ritengono che, a prescindere dalla recente escalation, le parti abbiano compiuto dei progressi nei colloqui e che gli ultimi attacchi nello Stretto siano stati orchestrati da elementi interni al regime di Teheran che si oppongono al memorandum d’intesa con gli Usa.